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Strage di braccianti ad Amendolara, gli investigatori stanno sentendo decine di persone, in corso accertamenti sull’azienda di Scanzano. Familiari di due vittime in Italia per il riconoscimento, attese lunghe per il rimpatrio


COSENZA – Ci sarebbero altre persone coinvolte nell’inchiesta sulla strage di Amendolara, costata la vita ai quattro braccianti arsi vivi all’interno di un minivan, sulla Statale 106. Si tratta, in particolare, del filone d’inchiesta che riguarda il fenomeno del caporalato e che mira a ricostruire la filiera di sfruttamento del lavoro agricolo nell’area tra la Sibaritide e il Materano.
Gli investigatori della Squadra Mobile, infatti – coordinati dai magistrati della Procura di Castrovillari – stanno sentendo, in queste ore, decine di persone, tra cui braccianti, conviventi dei due pakistani arrestati per il quadruplice omicidio e altre persone ritenute informate sui fatti, procedendo a controlli nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro e all’acquisizione di documenti e altro materiale di interesse riconducibile all’azienda di Scanzano Jonico che aveva impiegato le vittime nella raccolta delle fragole.

STRAGE DI BRACCIANTI AD AMENDOLARA, LE INDAGINI A TAPPETO

«Non ho idea di cosa possa essere successo, noi paghiamo tutti i dipendenti, a partire dai raccoglitori, con un bonifico. Anche gli spostamenti per raggiungere i campi o le serre: bonifico o carta di credito prepagata. Consegniamo la busta paga il 15 del mese, ma non abbiamo mai trattato direttamente con loro», aveva detto, in un’intervista, il responsabile dello stabilimento in cui lavoravano sia le vittime che i carnefici della strage, precisando come tutto fosse “in regola”. Anche su questi aspetti sono attualmente in corso accertamenti. I sospetti degli inquirenti si concentrano sulla cerchia di soggetti ritenuti vicini ai due caporali e che li avrebbero coadiuvati nelle attività di reclutamento, trasporto e sfruttamento della manodopera agricola. In altre parole, Safeer Ahmed e Ali Raza non agivano da soli, ma potevano contare su una rete più ampia, un vero e proprio “sistema” che le indagini adesso puntano a portare alla luce.

IL CERCHIO SI STRINGE A PERSONE VICINE AI CAPORALI

Da quanto si apprende, gli stessi Ahmed e Raza, erano stati, a loro volta, impiegati nei campi, lavorando come braccianti, prima di compiere la scalata ai vertici dell’organizzazione criminale pakistana e assumere il ruolo di “capi”. Le indagini, pertanto, vanno avanti a tappeto per verificare ogni aspetto del contesto in cui è maturata la drammatica strage.

FAMILIARI DI DUE VITTIME ARRIVANO IN ITALIA

Nel frattempo, i familiari di due delle vittime – un ragazzo pakistano e uno afghano – hanno raggiunto l’Italia per reclamare i resti dei propri cari e sono in contatto con le autorità per le dovute operazioni di identificazione e riconoscimento. I congiunti avrebbero già eseguito i test del Dna, mentre per le altre due vittime, al momento, nessuno si sarebbe fatto avanti. Come annunciato nel corso dell’ultimo Consiglio dedicato al tema del caporalato, la Regione Calabria ha manifestato la volontà di farsi carico delle spese per il rimpatrio delle salme dei quattro braccianti deceduti e dei costi del viaggio dei familiari.

LA REGIONE CALABRIA SI FARÀ CARICO DELLE SPESE DI RIMPATRIO DELLE VITTIME

«Si tratterà di poche migliaia di euro, ma è una cosa, un piccolo gesto che, a mio avviso, merita di essere compiuto da una Regione che, ancora una volta, vuole dimostrare il proprio livello di civiltà e di attenzione verso la sofferenza di chi è venuto in Calabria alla ricerca di una vita migliore», ha dichiarato il presidente Roberto Occhiuto nel suo intervento. Tuttavia, per la restituzione delle salme alle famiglie, tra pratiche burocratiche ed eventuali ulteriori accertamenti di natura medico-legale legati alle indagini, si prevedono tempi piuttosto lunghi: potrebbero volerci anche diversi mesi prima del rimpatrio nei rispettivi Paesi d’origine.

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