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Il dottor Roberto Caporale

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E’ ROBERTO Caporale il nuovo presidente Regionale dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri per il biennio 2021/2023, una carica ambita e incassata con orgoglio e professionalità.

E’ stato, in passato, già membro del Direttivo Nazionale ricoprendo la carica di tesoriere, conquistandosi apprezzamenti per serietà, competenza e soprattutto disponibilità verso l’ammalato. Dal 1994 ricopre il ruolo di Cardiologo Interventista presso la Divisione di Cardiologia con Emodinamica dell’Ospedale Civile dell’Annunziata di Cosenza. È coordinatore della rete per la Sindrome Coronarica Acuta della Provincia di Cosenza e membro del Coordinamento Regionale della stessa.

Roberto Caporale

La presidenza dell’ANMCO in Calabria è toccata a lei.

«Sì. Ringrazio i colleghi calabresi che hanno eletto me e gli altri componenti del Consiglio Direttivo Regionale. E’ un compito prestigioso che mi riempie di soddisfazione ma me ne fa sentire forte la responsabilità. L’ANMCO è la più consistente società scientifica italiana e una delle maggiori d’Europa. Annovera 4000 soci in tutta Italia e circa 250 in Calabria e fornisce supporto scientifico/formativo e alla ricerca dei cardiologi ospedalieri da oltre 50 anni».

Quali gli intenti e gli obiettivi della sua presidenza?

«Negli scorsi 18 mesi i problemi legati alla pandemia hanno inevitabilmente limitato le possibilità di confronto e la ricerca clinica. Ora i cardiologi hanno voglia di tornare ad occuparsi delle tante novità tenute a freno dal carico di impegno necessario per contrastare il COVID-19. Ripartiremo con campagne formative su nuovi farmaci per ridurre il colesterolo, per curare lo scompenso e per prevenire infarto ed ictus. Ci sono tante novità che promettono brillanti risultati che vanno fatte conoscere ed utilizzare. L’obiettivo più ambizioso è quello di fornire supporto scientifico non solo ai colleghi, ma anche alle istituzioni sanitarie, mettendo a disposizione le competenze cardiologiche della nostra Associazione per riorganizzare le reti dei pazienti acuti e cronici».

Ha ricordato il COVID. Quali sono state le conseguenze della pandemia sulle cure cardiologiche e per i cardiopatici?

«L’impatto è stato pesantissimo per più ordini di motivi. La necessità di ricoverare tantissimi pazienti con complicanze del COVID in molte realtà ha ridotto la disponibilità di posti letto cardiologici e impegnato personale sanitario delle cardiologie in trattamenti che abbiamo dovuto imparare a conoscere. Il ruolo del cardiologo non è stato però marginale: le complicanze cardiologiche del virus si sono rivelate molteplici e i pazienti cardiopatici sono estremamente più vulnerabili alle conseguenze dell’infezione. L’altro aspetto estremamente negativo è stato rappresentato dalla fuga dalle cure cardiologiche e dai controlli, in particolare nei pronti soccorso, per timore di infettarsi e per l’allungamento dei tempi d’attesa. Si stima che in Italia si sia quasi dimezzato il numero di diagnosi di infarto e che la mortalità sia triplicata a causa di un mancato o ritardato accesso alle cure. E ancora non abbiamo stime delle conseguenze delle mancate visite di controllo e prevenzione per i pazienti cronici».

Figlio d’arte. Si dice così anche per i medici?

«Negli anni ’60 mio padre ha letteralmente creato il reparto di Rianimazione dell’Ospedale dell’Annunziata che ha poi diretto per oltre trent’anni. Mi fa piacere il suo riferimento all’arte perché mi ricorda una citazione che gli piaceva “Se non fosse per la grande differenza che c’è tra tutti gli individui, la medicina sarebbe una scienza e non un’arte”. E’ una visione che forse oggi si direbbe d’altri tempi, e lo erano senz’altro, ma conserva quel gusto per l’intuito personale che deriva da una grande esperienza, che non deve andare perduto».

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