X
<
>

10 minuti per la lettura

Con Socialmente utile, Vybes costruisce un album che attraversa salute mentale, amore, migrazioni, famiglia e identità. Un progetto che non offre risposte, ma invita ad ascoltare le fragilità della sua generazione.

Mentre molti album hanno come unico obiettivo quello di intrattenere, alcuni sembrano invece voler rallentare il passo e invitare all’ascolto. “Socialmente utile”, il nuovo album di Vybes, si inserisce proprio in questa seconda dimensione. Un progetto articolato in nove tracce che osservano il presente attraverso lo sguardo di un artista di ventitré anni, spinto dal bisogno di indagare sul mondo, sulle relazioni e sulle fragilità che attraversano la sua generazione.Il titolo, “Socialmente utile”, funziona da collante.

IL SIGNIFICATO DI “SOCIALMENTE UTILE”

Non c’è alcuna pretesa di impartire lezioni o di indicare una strada. Al contrario, il disco nasce dal desiderio di far riflettere. «Ogni traccia affronta una tematica diversa della società nel proprio piccolo», racconta l’artista. «Non volevo fare un progetto difficile da digerire».

Ciononostante, dietro questa apparente leggerezza, si nasconde un lavoro profondamente consapevole e fragile. La salute mentale, la solitudine, il rapporto con la famiglia, l’amore, il denaro, le migrazioni, la sessualità: ogni canzone diventa un monumento di un aspetto diverso del nostro tempo. Temi che Vybes affronta sentendosi in parte responsabile di ciò che comunica. «Cerco sempre di comunicare molto con il mio pubblico perché mi piace dare voce alle persone che si trovano in determinate situazioni e magari non possono avere quello spazio per parlare. Quindi, in qualche modo, lo faccio io al posto loro».

Anche la copertina, ispirata a “Libertà di parola” di Norman Rockwell, racconta molto di questa intenzione. Vybes racconta che l’ispirazione è arrivata quasi per caso, durante una ricerca visiva. «Mi trovavo un giorno a sfogliare dei quadri, perché io molte volte prendo ispirazione anche dalle immagini», spiega.

«Mi sono ritrovato davanti questo quadro olio su tela del 1943 e sono rimasto colpito perché proprio i colori del quadro rispecchiavano i colori musicali e sonori che si trovano all’interno del disco. In più, quello che rappresentava il quadro andava di pari passo con le tematiche dell’album». Una scelta che richiama il diritto fondamentale di esprimere le proprie idee. Ed è proprio questo il filo conduttore che attraversa l’intero album, una traccia alla volta.

NOVE TEMI, UN ALBUM

In “Come ti gira”, attraverso un ritmo estivo e immediato, emerge il disagio di una generazione che tende a mostrarsi sempre felice. Un tema con il quale Vybes si confronta spesso anche all’interno dei social network, luoghi dove spesso il dolore viene nascosto dietro immagini perfette. «Si tende a far vedere che tutto è rose e fiori, quando in realtà non lo è. Io non lo faccio, cerco di non nascondere mai nulla. Non nascondo quando sono in un periodo no o quando le cose non vanno bene, perché secondo me fa parte anche del percorso artistico dell’artista. A nessuno va sempre bene tutto».

Una dichiarazione che acquisisce ancora più valore in un’epoca in cui l’apparenza sembra spesso contare più della verità.Il disco, inoltre, è anche il riflesso di tante sfaccettature della propria identità. «Non faccio mai tanto caso a quello che dice la gente», racconta, parlando sempre di “Come ti gira”, dove il vero confronto non è con l’esterno, ma con ciò che accade dentro di sé.

«Ho imparato con il tempo a pensare soltanto alla mia idea e non interessarmi tanto del giudizio degli altri», spiega, anche se proprio questa autonomia diventa terreno fertile per una pressione più silenziosa e costante. «Possiedo un forte giudice interno», aggiunge, descrivendo una dinamica in cui si moltiplicano obiettivi e aspettative personali: «Mi pongo sempre tantissimi obiettivi, tantissime aspettative e non sono mai soddisfatto».

«Ho sempre questa sindrome dell’impostore», ammette, e proprio da lì nasce quel bisogno continuo di dimostrarsi qualcosa che, più che dagli altri, arriva da sé stesso e si riflette nei suoi testi come un dialogo costante tra ambizione e insufficienza, tra ciò che si è e ciò che si sente di dover ancora diventare.

UNA PARTE DEL CANTANTE

La vulnerabilità emotiva si intensifica in “Facevo per tre”, uno dei brani più personali del progetto. Qui Vybes affronta il tema dell’essere figlio unico, raccontando una mancanza che lo ha accompagnato fin dall’infanzia. «Spesso a Natale, sotto l’albero, chiedevo un fratello invece di un giocattolo», confessa, trasformando un gesto semplice in un desiderio costante di condivisione e presenza.

Con il tempo, però, quello stesso vuoto si è ricollocato in una prospettiva più ampia: «Ho imparato con il tempo che ci sono anche dei lati positivi nell’essere figlio unico», confessa, senza cancellare ciò che è mancato ma imparando a leggerlo diversamente. Al centro del brano resta soprattutto il ruolo della madre, segnato da una comprensione che arriva dopo: «Mia madre si è più volte posta la domanda di fare un altro figlio», spiega, raccontando come lei si sia interrogata a lungo su possibili errori o responsabilità.

Eppure, Vybes racconta anche di una forma di rassicurazione reciproca: «Ho spiegato a mia madre che non sarebbe cambiato nulla», dice, perché quella condizione non nasce da una scelta ma da qualcosa di più intimo, «qualcosa con cui ci sono nato».

LE STORIE DEL DISCO

All’interno del disco è presente anche “Amore animale”, dedicata al rapporto tra l’uomo e il proprio cane. Una scelta che potrebbe sembrare distante dalle altre tematiche sociali affrontate nell’album, ma che trova una sua profonda coerenza nelle parole dell’artista. «Il cane per me è stata una terapia. Mi ha completamente cambiato e mi ha aiutato in un momento in cui avevo bisogno di una boccata d’aria fresca». Un racconto che trasforma l’affetto per un animale in una riflessione più ampia sul bisogno di cura, presenza e amore incondizionato che, in alcuni casi, solo un animale sa dare.

Con “Il sesso”, invece, Vybes affronta un tema spesso trattato attraverso la provocazione, scegliendo una strada diversa. La sessualità viene raccontata come spazio di libertà, ma anche come terreno che richiede educazione e responsabilità, soprattutto in una fase della vita in cui ci si forma e si impara a riconoscere i confini.

«Secondo me è importante affrontarla all’interno delle scuole», sottolinea, ricordando come l’esperienza personale lo abbia portato a incontrare l’argomento solo poche volte durante il percorso scolastico: «Io personalmente avrò affrontato la tematica solo un paio di volte». Da qui nasce l’idea che un’educazione più strutturata non debba sostituire il dialogo familiare, ma affiancarlo, perché «è vero che dovrebbe arrivare in primis da casa però a scuola non farebbe male fare delle lezioni in più per quanto riguarda la sessualità».

«Secondo me potrebbe essere una cosa molto interessante», aggiunge, capace non solo di informare ma anche di prevenire incomprensioni, offrendo ai ragazzi uno spazio sicuro in cui parlare di ciò che spesso non viene affrontato.

CANZONI DEL PRESENTE

Altrettanto importante è “Terra ferma”, brano in cui Vybes sceglie una narrazione in prima persona per rendere il viaggio qualcosa che non si osserva da lontano, ma che si vive dall’interno. Il brano, nato inizialmente come una possibile rilettura di “Pane e coraggio” di Ivano Fossati, si radica nell’immaginario dei migranti e della tratta sul mare, ma nel tempo si apre a interpretazioni che vanno oltre la sua origine.

«Mi sono arrivati molti messaggi, grazie ai quali ho capito che, nonostante io parta da quell’idea, poi la gente prende la musica e gli dà un valore proprio», racconta, evidenziando come ogni ascoltatore finisca per costruire il proprio immaginario musicale.

Per alcuni, infatti, “Terra ferma” diventa persino l’idea di un viaggio verso il proprio porto sicuro. Inoltre, ad arricchire il brano vi è un momento molto forte raggiunto attraverso il dialogo con il maresciallo, citazione diretta del brano di Fossati, che assume però una nuova funzione narrativa: «Volevo soltanto dare uno storytelling diverso rispetto a quello che ha dato Fossati», spiega, sottolineando come il confronto non nasca per riscrivere l’originale, ma per rielaborarlo attraverso una nuova visuale, costruita anche grazie a un lavoro di confronto e ricerca condivisa.

L’IMPORTANZA DI ROMA

Nel raccontare la sua città, Roma, all’interno dell’album, Vybes intreccia simboli e riferimenti che diventano anche un modo per tracciare una linea personale di riconoscenza. Tra questi, un nome emerge con particolare peso: «Cranio Randagio», inserito come omaggio a un artista che sente profondamente formativo nel proprio percorso.

«Mi ha formato, ho sentito tanto e tuttora lo trovo uno degli artisti più veri che sono passati in questo mondo», spiega, riconoscendo in lui una voce capace di unire rap e cantautorato con una scrittura diretta, quotidiana, essenziale. Nel resto del brano, Roma viene invece contrapposta a Milano con una vena volutamente ironica, costruita più sul gioco e sull’identità che sullo scontro reale: due città osservate da vicino, ma con uno sguardo che resta affettivamente sbilanciato. «Mi trovo meglio a Roma rispetto che a Milano», ammette, lasciando emergere un legame che passa anche attraverso le differenze.

UN MESSAGGIO APERTO

Proprio in questa chiave leggera ma dichiarata, il messaggio finale non si apre al distacco, ma al radicamento: Roma resta il punto di partenza e di ritorno, il luogo che si difende sorridendo, anche quando si guarda altrove. Proprio al riguardo Vybes confessa: «Se veramente c’è un ragazzo che per lavoro deve andare fuori Roma e venire qua a Milano gli direi subito: “Vai, certo”».

Infine, l’album si chiude con “Vorrei solo innamorarmi”, brano attraverso il quale si raggiunge il punto più vulnerabile tra le tracce del disco. Il confronto con la relazione dei genitori diventa una finestra su un’idea d’amore quasi fiabesca, «Mi sembra sempre una storia che è uscita da qualche romanzo», racconta Vybes, quasi incredulo davanti a quella linearità sentimentale fatta di incontri a scuola, primi amori, matrimonio e stabilità: «Una relazione che io sognerei, ma vedo che nella realtà di oggi è sempre più difficile da trovare».

È proprio in questa distanza tra desiderio e realtà che si inserisce il suo racconto, segnato da una continua ricerca e da una fragilità dichiarata: «Non mi sono mai fidanzato nella mia vita, sono sempre saltato da una relazione all’altra», ammette, riconoscendo come da questa instabilità nasca «un senso di malessere e una voglia di raccontare».

Nel brano, infatti, convivono il bisogno di connessione e la solitudine, quella condizione che, come spiega Vybes, «ti fa porre diversi dubbi, diverse domande su te stesso che magari con una persona vicino sarebbero stati diversi», fino a diventare interrogazione costante sul proprio modo di stare nelle relazioni. Questo desiderio d’amore come orizzonte desiderato, all’interno del brano, si intreccia anche con paure più intime, come quella di non voler diventare padre: «Ho paura di mettere al mondo un figlio e magari trasmettergli i miei lati negativi: la mia ansia, la mia depressione».

OLTRE L’ALBUM: SI GUARDA AL FUTURO

In un panorama musicale spesso dominato dalla velocità e dall’urgenza di colpire immediatamente, Vybes sceglie una strada diversa: osservare, raccontare, dubitare. Senza pretendere di spiegare il mondo, ma provando a restituirne le contraddizioni.

Eppure, lo spazio che intravede davanti a sé è ancora ampio: «ne ho già tantissime pronte», dice riferendosi alle tematiche future, lasciando intendere un percorso artistico tutt’altro che esaurito, che passa anche da argomenti complessi e necessari come «la violenza sulle donne», citata come uno dei territori che sente di voler affrontare in futuro.

Se invece si guarda al disco nel suo insieme e a come potrebbe essere letto tra dieci anni, Vybes non individua un messaggio unico da isolare: «Forse non ce n’è uno in particolare», spiega, perché «tutto il progetto è contaminato di un qualcosa che rimane in ogni traccia». Per questo, più che una risposta definitiva, immagina un ascolto d’insieme, capace di restituire il senso complessivo del lavoro e di metterlo in relazione con il tempo. Un confronto tra ciò che è oggi e ciò che sarà domani, nella speranza che chi lo riascolterà possa ritrovarci non una verità assoluta, ma la coerenza viva di un momento.E forse ad oggi è proprio questo ad essere davvero socialmente utile.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA