L'auto bruciata di Guido Scarpino

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HANNO colpito ancora. Questa volta è toccato a Guido Scarpino, il nostro apprezzato giornalista che scrive da Paola e dal basso e medio Tirreno cosentino. Gli hanno bruciato l’automobile, come era accaduto un po’ di anni fa (all’epoca ancora non lavorava per il Quotidiano).

Qualcuno, probabilmente destinato a non diventare mai un personaggio per meriti culturali o per acume intellettivo, ha approfittato del fatto che Scarpino avesse lasciato l’auto per una revisione dal meccanico e le ha dato fuoco.

LEGGI LA NOTIZIA DELL’INTIMIDAZIONE

 

Le indagini delle forze di polizia, con la supervisione del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Paola, Pierpaolo Bruni, consentiranno certamente di saperne di più. Quel che appare pressoché certo è che l’attentato intimidatorio è legato all’attività professionale del collega, cioè al suo scrupoloso racconto di quel che accade da quelle parti: criminalità, intrecci tra politica e malaffare… solo per citare argomenti che, ovviamente, danno fastidio.

Hanno affidato a benzina e accendino la missione di mettere paura, ma, in questo caso come nei numerosi altri che hanno riguardato giornalisti di questa e altre testate, hanno sbagliato indirizzo, oltre che modalità (sul proposito di intimidire in sé c’è poco da dire: dipende, con tutta evidenza, dalla capacità o meno di far valere in modo civile le proprie ragioni, ammesso che uno ne abbia da far valere…).

Il collega Rossi (poteva chiamarsi così, o Bianchi o Verdi, anziché Scarpino) scrive anche di inchieste di mafia, di processi, di sentenze, di arresti, di indagini a carico di politici sospettati di collusioni con la criminalità non per il gusto di far stampare nomi e cognomi nelle pagine del giornale, ma semplicemente perché questo è il suo lavoro, che implica un dovere molto prima che un diritto. Ma questo “dettaglio” sfugge a chi probabilmente non conosce l’esercizio di una professione o lo svolgimento di un mestiere (giacché ha scelto la scorciatoia di fare il malandrino) o a chi – qualora la geniale idea dell’auto bruciata provenisse da ambiti più raffinati, si fa per dire – crede di poter fare il regista di affari e affarucci senza che se ne parli. E, in ogni caso, il destinatario dell’intimidazione è sbagliato, dal momento che – si chiami Scarpino, o Rossi o Bianchi – ci sarà sempre un giornalista a raccontare di ’ndrangheta, colletti bianchi sporchi e malaffare.

È questo che si fa fatica a comprendere, in quegli ambienti. Eppure, nonostante questa consapevolezza, e nonostante la certezza che questo lavoro sarà fatto sempre e comunque, ogni volta che accadono episodi come quello di cui è stato bersaglio il collega Scarpino resta l’amaro in bocca. Resta l’amaro in bocca perché, esattamente come le pagine di cronaca del Tirreno (tanto per restare in questo territorio) testimoniano, accanto a questa brutta gente ci sono tante persone che fanno cose belle degne di nota. Resta l’amaro in bocca perché, a differenza di persone normali che se si ritengono tirate in ballo in maniera non corretta dai giornali mandano una precisazione, queste altre (che probabilmente non hanno alcunché di ragionevole da obiettare) pensano – sbagliando per tutte le ragioni dette sopra – di mettere il bavaglio, di fare paura, di fare comunque del male a chi crede ancora in questo mestiere. A dispetto anche del clima avvelenato contro i giornalisti, in genere, come si conviene a chi è aduso a ragionare per masse, alimentato dai ragli di persone “importanti”.

Resta l’amaro in bocca perché ci sono tantissimi colleghi che interpretano questo mestiere alla pari di un qualsiasi altro lavoratore: cercare di svolgerlo nel migliore dei modi, con generosità e sacrificio, tutti i giorni, alimentando la speranza, qui e altrove, che questo piccolo mondo possa migliorare. Colleghi che non necessariamente occupano le loro giornate a discettare delle qualità di questi o quei politici, ma che cercano di raccontare quello che accade attorno a loro, a beneficio di noi tutti. Intimidirli? No, e non perché i giornalisti hanno la vocazione a essere eroi, ma solo perché uno non è mai uno, ma dieci, cento, mille.

Retorica? Ognuno pensi quel che vuole, ma stia pur certo che di Scarpino, di Rossi, di Bianchi ce ne sono tantissimi, e altrettanti crescono sperando di poter fare un giorno questo lavoro. Un abbraccio a Guido. Che non è solo.

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