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COSENZA – Anna ha 17 anni e il sorriso illuminante di tutti i ragazzi della sua età. Ama lo sport, uscire con gli amici, postare le foto su Instagram e andare alle feste. Di questa storia che raccontiamo ne è la protagonista, ma non è l’unica. Anna ha una madre, Maria. Il suo matrimonio col papà di Anna è finito presto e lui ha scelto di vivere lontano.

La vita, un giorno, decide di saltare addosso a queste due giovani donne e le loro giornate iniziano ad avere una luce diversa. Anna ha qualche linea di febbre, non si sente molto bene, non è nulla, gli dicono, tra un po’ passerà. Invece non passa. Meglio fare qualche analisi.

Questa storia inizia da qui. Perché chissà quali parole deve trovare una madre per dire a una figlia di 17 anni che ha un tumore. E chissà quante volte avrà pensato a un errore, a uno scambio di persona, a una confusione di provette, a come sfondare a testate qualsiasi stanza di ospedale, clinica, laboratorio, nella speranza di sentirsi dire scusi, signora, abbiamo sbagliato, è stato uno scherzo, è tutto normale, Anna sta benissimo, era solo un po’ di febbre. Invece no. Maria deve farsi forza, affrontare la realtà e calarci dentro una ragazzina di 17 anni.

Chissà quante volte Anna avrà cercato e ricercato su google linfoma di Hodgkin. Chissà che significa. Chissà che significa quarto stadio B. Chissà che significa chemioterapia, ma perché poi cadono i capelli, perché cadono i capelli, non voglio perdere i capelli, mamma. E poi che significa sala operatoria, oncologia, primario, intervento urgente. Urgente. Bisogna subito correre al Sant’Orsola, a Bologna.

Anna viene operata. Al suo fianco c’è sempre Maria, con un peso in petto grande quanto un macigno, una paura che deve sciogliersi in speranza, sciogliersi come le lacrime che si liberano solo quando Anna non vede, perché non deve vedere, perché Maria deve farsi vedere sempre forte, i genitori fanno così, le madri fanno così.

Cosa c’è di più ingiusto, di più sbagliato, di più disgustoso di una ragazza di 17 anni che si ammala di tumore? Come sono gli occhi, le mani, la bocca di una madre che deve dire a una figlia che la sua vita sta per entrare in un tunnel? Cosa passa nella testa di una ragazzina che comincia ad indebolirsi, a perdere i capelli, a sentirsi diversa, sbagliata, sfigata, che si chiede cento, mille, diecimila volte perché proprio io?

Ma questa storia non è ancora finita. Maria ha un lavoro: è una dipendente di una ditta privata, fa la parrucchiera a Rende ed è assunta a tempo pieno e a tempo indeterminato, e quando scopre la malattia di Anna, molla tutto. Chiede all’Inps un congedo per assistere un familiare disabile grave e lo ottiene, per un anno, venti giorni dopo aver presentato la domanda. Siamo ad aprile 2019. Ma non vede un euro. A Maria tramite il suo datore di lavoro non arrivano i compensi dovuti anche con il congedo. E mentre l’ansia per Anna aumentava, Maria ha dovuto pure pensare a denunciare questa storia all’Ufficio del Lavoro di Cosenza che ha convocato la parti e in quella sede l’azienda ha saldato Maria fino a giugno. Ma da luglio in poi è ricominciata la storia e Maria è stata costretta ancora a denunciare. E il suo datore di lavoro l’avrebbe più volte avvicinata per cercare una mediazione e una nuova denuncia di Maria è stata presentata a carabinieri e Guardia di Finanza, perché in un paio di circostanze questa persona avrebbe turbato Anna, la quale ha evidentemente tutt’altra battaglia da combattere.

Sarà burocrazia, sarà malafede. Ma se la vita decide di essere sbagliata, gli uomini sono capaci di gareggiare con essa. Perché c’è chi, a soli 17 anni, deve dimostrare di avere la forza per combattere un’ingiusta battaglia per la sopravvivenza, sperando nella medicina. Ma c’è anche chi si lascia andare a comportamenti scorretti. Per questi ultimi, però, nessuna medicina è stata ancora inventata.

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