L'Unical di Rende

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COSENZA – Sulla sua tesi di laurea era stato impresso il marchio d’infamità suprema, quello del plagio. La cosentina Serena C. di 26 anni, l’aveva copiata al 96% da un altro elaborato e, per questo motivo, ad aprile del 2018, la sua seduta di laurea era stata annullata e lei additata al pubblico ludibrio come studentessa copiona (LEGGI LA NOTIZIA).

A distanza di un anno e qualche mese, però, emerge un’altra verità: la tesi era originale e non si trattava affatto di un plagio. A determinarlo è stata la Procura di Cosenza, intervenuta nella vicenda proprio a seguito delle turbolenze registrate nell’aula “Sorrentino” dell’Unical il giorno della mancata proclamazione. Parenti e amici di Serena C., infatti, non prendono bene la notizia di sospendere la consegna del diploma alla studentessa laureanda in Giurisprudenza per svolgere esami più approfonditi sulla sua tesi. Alcuni di loro danno in escandescenze, suggerendo ai professori della commissione di chiamare i carabinieri.

L’avvento delle divise segna anche la deriva giudiziaria della vicenda, conclusasi di recente con un’archiviazione.

A determinare questo epilogo sono state le indagini coordinate dal pm Domenico Frascino e i rilievi mossi dal difensore di Serena C., l’avvocato Cesare Badolato, che hanno messo in luce l’equivoco costato caro all’inconsapevole universitaria.

Decisivo, in tal senso, sarebbe stato l’utilizzo errato di “Compilatio”, il software in uso a diversi atenei che va a caccia dei famigerati copia e incolla in un elaborato comparandolo con migliaia di altri testi raccolti in un database. A quanto pare, nel caso della studentessa cosentina, l’algoritmo avrebbe individuato come plagi le citazioni di sentenze e altri atti giuridici richiamati nella tesi, arrivando così alla percentuale monstre del 96%.

Il sospetto, dunque, è che oltre alla tecnologia – a questo punto più che mai fallibile – un controllo de visu della tesi incriminata avrebbe, forse, disinnescato l’equivoco già in partenza, ma quelle «verifiche approfondite» non sono mai state effettuate, anche perché la stessa candidata, dopo aver incassato la notizia dello stop forzato, ha rinunciato alla seduta di laurea, spiegando di voler chiarire i termini della questione con la sua relatrice, assente nel giorno fatidico perché all’ estero.

Morale della favola: Serena C. si è laureata nella sessione successiva mentre intorno a lei, l’eco mediatica dello scandalo non si arrestava neanche a seguito del lieto fine giudiziario. La sua disavventura, infatti, è diventata anche lo slogan pubblicitario di un’istituto scolastico privato, che invitava i suoi potenziali clienti a non fare come lei, additata dunque come esempio negativo.

Il caso è stato ampiamente commentato sui social network, ovviamente in termini non lusinghieri, e proprio da qui pare sia partita la controffensiva della ragazza che ha provveduto a denunciare per diffamazione alcuni docenti della sua università.

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