INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Giuseppe Smorto, quando ha capito che le storie di Brera, Clerici, Minà e Mura meritavano di diventare un libro?
- 2 Perché ha sentito l’esigenza di raccontare quella stagione irripetibile del giornalismo sportivo?
- 3 Nel libro c’è più memoria personale o ricostruzione storica?
- 4 Qual era il tratto che rendeva unico ciascuno di loro?
- 5 Esisteva una sana competizione tra loro o prevaleva un senso di appartenenza alla redazione?
- 6 Giuseppe Smorto, com’era lavorare senza Internet e social network?
- 7 Cosa significava preparare un’edizione sportiva quando le partite si giocavano principalmente la domenica?
- 8 Nel libro ci sono litigi, scherzi e persino qualche schiaffo. Qual è l’episodio che racconta meglio quel clima?
- 9 Giuseppe Smorto, c’è qualcosa che avrebbe voluto chiedere loro e non ha mai avuto l’occasione di fare?
- 10 Quando scrive di essersi sentito all’ombra di alberi giganti, cosa intende esattamente?
- 11 Se oggi i quattro Gianni potessero leggere il libro, quale potrebbe essere il loro commento?
- 12 Giuseppe Smorto, perché definisce quella di Repubblica la redazione più bella del mondo?
All’Università della Calabria, la presentazione del libro “I quattro Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica” di Giuseppe Smorto.
ARCAVACATA (COSENZA) – Quattro nomi. Quattro stili irripetibili. Quattro modi diversi di raccontare lo sport e, attraverso lo sport, il Paese. Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Minà e Gianni Mura sono i protagonisti dell’ultimo libro di Giuseppe Smorto (giornalista, già direttore di Repubblica), intitolato “I quattro Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica” e presentato all’University Club dell’Università della Calabria in un incontro che ha preceduto l’inaugurazione dei nuovi spazi del progetto di riqualificazione “Monaci”. Più che una biografia collettiva, il volume è un viaggio dentro una stagione straordinaria del giornalismo italiano, quando le voci dei quotidiani influenzavano il dibattito pubblico, orientavano il racconto nazionale e contribuivano a costruire immaginari condivisi. Un mondo lontano dall’ecosistema dei social network e dall’informazione istantanea, ma ancora capace di parlare al presente. Smorto evita la tentazione della nostalgia e sceglie la strada della testimonianza. Ne emerge il ritratto di quattro giganti anticonformisti, lontani dalla retorica, uniti dalla capacità di trasformare la cronaca sportiva in letteratura. La nostra intervista si è trasformata in una riflessione più ampia sul ruolo del giornalismo, sul valore del racconto e sull’eredità lasciata da quattro firme che hanno attraversato il Novecento italiano.
Giuseppe Smorto, quando ha capito che le storie di Brera, Clerici, Minà e Mura meritavano di diventare un libro?
«Quando ho cominciato a fare i conti con gli incontri che ho avuto nella mia vita professionale. Mi considero una persona molto fortunata: ho lavorato accanto a questi quattro Gianni e, a un certo punto, quei ricordi sono tornati con forza. Quasi sembrava di non averli vissuti davvero. Avendo finalmente un po’ più di tempo, ho sentito il bisogno di fissarli sulla carta, prima che andassero perduti».
Perché ha sentito l’esigenza di raccontare quella stagione irripetibile del giornalismo sportivo?
«Direi del giornalismo in generale. E non per nostalgia. Semplicemente perché l’impatto del giornalismo era diverso. I giornalisti avevano un peso enorme nella vita pubblica: potevano contribuire a cambiare governi o influenzare persino le scelte della Nazionale. Era un’altra epoca».
Nel libro c’è più memoria personale o ricostruzione storica?
«Soprattutto testimonianza. Ho cercato di restare all’ombra di questi giganti. Non a caso nel libro la parola “io” compare pochissimo. Volevo aprire le porte di quella redazione straordinaria e raccontare anche aspetti privati, reazioni umane, sentimenti che raramente emergono nei profili pubblici».
Qual era il tratto che rendeva unico ciascuno di loro?
«Erano tutti poco conformisti. Non seguivano le mode, non erano ruffiani. Lo sport spesso si presta alla retorica, ma nessuno di loro vi è mai caduto. Erano coraggiosi, non avevano paura delle critiche. In fondo, possedevano tutte quelle qualità che dovrebbero caratterizzare un giornalista».
Esisteva una sana competizione tra loro o prevaleva un senso di appartenenza alla redazione?
«Più che competizione, c’era un forte senso di appartenenza. Anche perché scrivevano cose completamente diverse. In redazione, se qualcuno diceva “questo pezzo lo potrebbe fare Gianni”, era subito chiaro di quale Gianni si stesse parlando. Se serviva un racconto sociale, toccava a Mura. Se c’era da analizzare una partita di calcio, era Brera. Il tennis era Clerici. Le grandi interviste e i personaggi erano il territorio naturale di Minà. Erano inconfondibili».
«Oggi ci sentiamo spaesati senza tecnologia. Noi, invece, internet non riuscivamo nemmeno a immaginarlo. Però mi piace ricordare una frase di Brera. Diceva che, dopo le domeniche passate a lavorare, la sua macchina lo portava da sola al ristorante, come i cavalli che tornano alla stalla. A pensarci oggi sembra che avesse inventato l’auto a guida autonoma prima ancora che esistesse. Alcuni dei quattro Gianni hanno fatto in tempo a conoscere internet e persino a combatterci, ma nessuno poteva prevederne l’impatto».
Cosa significava preparare un’edizione sportiva quando le partite si giocavano principalmente la domenica?
«Repubblica non usciva lunedì. Significava privilegiare il racconto rispetto alla cronaca. Cercare personaggi, dettagli, gesti, sguardi passati inosservati. Era questo che faceva la differenza. Non raccontare soltanto quello che era successo, ma spiegare perché meritava di essere ricordato».
Nel libro ci sono litigi, scherzi e persino qualche schiaffo. Qual è l’episodio che racconta meglio quel clima?
«Ce ne sono tantissimi e faccio fatica a sceglierne uno. La verità è che questi quattro personaggi erano sempre diversi da come te li aspettavi. Erano persone aperte al mondo, senza atteggiamenti da star. Ancora oggi, durante le presentazioni, c’è sempre qualcuno che si alza e racconta un aneddoto personale su uno di loro. È il segno di quanto fossero vicini alle persone».
Giuseppe Smorto, c’è qualcosa che avrebbe voluto chiedere loro e non ha mai avuto l’occasione di fare?
«Avrei voluto portare Gianni Mura in Aspromonte. L’ho accompagnato spesso in giro per la Calabria, anche per i suoi racconti gastronomici sul Venerdì di Repubblica, ma quel viaggio non siamo mai riusciti a farlo. Poi arrivò il Covid e tutto si fermò».
Quando scrive di essersi sentito all’ombra di alberi giganti, cosa intende esattamente?
«Significa stare vicino a persone straordinarie senza usarle per promuovere sé stessi. Bisogna custodire quella fortuna, non sfruttarla».
Se oggi i quattro Gianni potessero leggere il libro, quale potrebbe essere il loro commento?
«Probabilmente troverebbero molti “errori blu”. Forse qualcuno si annoierebbe anche. Erano lettori formidabili, abituati a misurarsi con i classici. Però credo che sarebbero contenti dello spirito del libro. È un gesto di riconoscenza».
Giuseppe Smorto, perché definisce quella di Repubblica la redazione più bella del mondo?
«Perché era una concentrazione irripetibile di fuoriclasse. Non soltanto nella redazione sportiva. C’erano firme come Giorgio Bocca, Natalia Aspesi e tanti altri. Sarebbe impossibile elencare tutti. Sembrava davvero di stare su un’astronave. E poi il giornale aveva un impatto enorme sull’opinione pubblica. I quotidiani erano ancora la voce del Paese. In quel contesto, avere insieme Brera, Clerici, Minà e Mura faceva davvero la differenza».
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