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Michelangelo Frammartino a Cosenza

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Per merito di Alberto Barbera, direttore della Mostra internazionale del cinema di Venezia, il film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino ha vinto come è noto il Gran premio della critica, saltando i recinti del cinema underground d’essai, approdando nelle sale e dando una patente di visibilità alla regione in cui è stato girato grazie ad un regista che si autoproclama calabrese di fatto e provocando un dibattito sull’identità, che non è male che si tenga.

Ad una settimana dell’uscita il regista è stato ben lieto di accompagnare la sua creatura alla prima calabrese a Cosenza, al cinema Citrigno, con accanto il proprietario della sala molto coinvolto, perché in qualità di precedente presidente della Calabria Film Commission ha finanziato e sostenuto un film atipico e difficile.

Sala sold out, anche se le limitazioni covid hanno impedito quello vero, con molte presenze dai luoghi nelle riprese, consistente anche quella universitario locale che ha rapporti con il regista milanese, e non mancava la presenza del pubblico cinefilo più assiduo assieme a qualche curioso rimasto inevitabilmente scosso dall’esperienza visiva. Si parte con la scena veneziana della premiazione, poi intervista del regista accompagnato dalla sceneggiatrice, Giovanna Giuliani, molto agile, che offre nuovi aneddoti ad una narrazione ormai ben nota di un lavoro estremo, degno rappresentante di una filmografia del regista che annovera solo due film e una installazione nel corso di un ventennio.

Non si è sottratto “Il buco”. Preparato in tre anni di lavorazione come accade ai film di Malick. Nel corso della realizzazione de “Le Quattro volte”, Frammartino s’imbatte nell’abisso del Bifurto, profonda cavità esplorata dal Gruppo Speleologico Piemontese nel 1961. Il campo base s’installa a San Lorenzo Bellizzi creando una comunità dialogante tra cinematografari e paesani. Osservo che i buoni film si realizzano in questo modo. Fu così anche per un lavoro di genere molto diverso, come “Anime nere”.

“Il Buco” è un’esperienza sensoriale, un viaggio nelle viscere della terra che si alterna a inquadrature fisse di un paesaggio che vede spesso un albero in primo piano e che sembrano dei quadri viventi di un cinema espanso. I dialoghi non ci sono ma il film è molto sonoro. Il richiamo gutturale del pastore alle sue bestie, il ronzare degli insetti o forse i pipistrelli, il ciarlare degli ubriachi, la musica di Studio Uno con i paesani radunati al bar che ignorano l’impresa speleologica che avviene attorno a loro. Non è documentario. Non è neanche cinema del reale.

La ripresa è costruita su una sceneggiatura e il film contiene qualcosa di più. Gli echi di Olmi, De Seta, Herzog mi sembrano una quota in campo. Ma c’è ancora altro in questo capolavoro di Frammartino. Il regista è speleologo e artigiano dell’immagine che cuce come un sarto una vicenda compiuta.

Il Pollino calabrolucano (quando capiremo che è una continuità sarà sempre tardi) contiene tempi e luoghi che sono attraversati da una squadra di speleologi che potrebbero essere anche i marziani. I ragazzi del posto sono attratti nella notte dalle lampadine dei caschi. Un pallone viene scambiato da un lato e l’altro da quelli che partecipano all’impresa. È una tensione narrativa attendere l’imprevisto salto nel vuoto, la dove si continua a scendere appesi ad una corda. Il viaggio è al centro delle viscere della terra. Un cinema verticale. Esatto contraltare del grattacielo Pirelli che mostra un filmato d’epoca contrapposto al lasciarsi cadere verso l’inesplorato.

Una discesa vera di troupe e attori attrezzati a farlo, con la guida di La Rocca profondo conoscitore del posto. Il direttore della fotografia è riuscito a controllare movenze e luogo a distanza attraverso la fibra ottica che permette di riprendere le complesse scene illuminate in modo perfetto. Frammartino ha superato la soglia del vedere nel mostrare quello che molti non riusciranno mai a vedere. La grotta ci parla nel suo mostrarsi. Nel mondo di sopra la lentezza del vivere sta a lato come commento del mondo che muta. Gli elementi della natura sono svelati nella sua essenza più profonda. Nel sopra e nel sotto.

La stazione di Francavilla e le luci del bar del paese sono le poche contaminazioni dei due piani del racconto. Esplorare l’imperscrutabile crea un’adrenalinica temperie allo spettatore che osa, capace dopo la visione di arrivare ovunque con la mente e il fisico, immerso completamente in un’opera che non si dimentica.

Lo spettatore pigro, passivo, all’uscita del film respira a pieni polmoni per la fine di un percorso per lui claustrofobico perché privo di pixel e spot pubblicitari. Vedere questo film ti fa entrare in un buco sconosciuto. Che tutto questo sia avvenuto nella Calabria del XXI secolo grazie ad un regista titanico e anomalo è una meravigliosa opportunità per una terra che non sa ancora riconoscere la propria identità e che non ha un suo cinema regionale definito.

Una gran fortuna aver potuto guardare “Il Buco” in un cinema degno di questo nome. Chi lo vedrà su un monitor, o peggio su un telefonino, avrà ben altra esperienza. Nel 2021 il cinema riesce ancora ad essere un’emozione ma anche un’esperienza.

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