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Foto di Denise Ubbriaco

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Atelier in campus: i robot di Massimo Sirelli prendono vita nel foyer del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria.


ARCAVACATA (COSENZA) – Il tavolo di lavoro sembra provenire da un altro mondo: non è un semplice banco da laboratorio, ma un approdo visionario in cui il ferro dimenticato torna a respirare. Scatolette di latta schiacciate dal tempo, bulloni ossidati, frammenti di ingranaggi, schegge di plastica industriale, piccole ossa levigate dal torrente. Tutto è disposto con un ordine che non appartiene alla logica comune, ma a una grammatica tutta da decifrare. Un paesaggio silenzioso e vibrante insieme, come se la materia attendesse il momento giusto per dichiararsi viva.

Attorno, al foyer del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, il campus continua a scorrere nella sua quotidianità: studenti che attraversano gli spazi con libri sottobraccio, passi rapidi verso aule, bar, biblioteca. Eppure, qualcosa interrompe il flusso. C’è chi rallenta, chi si ferma, chi torna indietro. Perché su quel tavolo si assiste a una trasformazione. Da un barattolo di colla emergono sembianze di corpo. Un contenitore di caramelle diventa volto, presenza, carattere. Due frammenti metallici accostati con precisione si trasformano in gambe, postura, intenzione. Chiavi pronte ad aprire varchi che non ricordano più la loro serratura si trasformano in braccia. Così prendono forma i robot di Massimo Sirelli: creature ibride, sospese tra infanzia e archeologia industriale, tra fantascienza domestica e memoria affettiva.

Atelier in campus: i robot di Massimo Sirelli prendono vita all’Unical

Davanti a studenti, docenti e curiosi, da scarti e materiali di recupero nascono creature inattese, dotate di identità e persino di anima. Non sono oggetti: diventano personaggi. L’artista cuce addosso nomi e biografie. È questa la forza di “Atelier in Campus”, l’iniziativa che accorcia la distanza tra produzione artistica e vita universitaria, trasformando lo spazio accademico in un laboratorio aperto e condiviso, in cui il visitatore assiste al momento fragile e affascinante della nascita dell’opera, mentre prende forma sotto i suoi occhi.

«L’obiettivo è arrivare all’altro – spiega Massimo Sirelli nella nostra intervista. I linguaggi sono strumenti. A volte uso i robot, altre i muri, ma il desiderio resta lo stesso: creare una connessione». Ed è proprio questa connessione a diventare il centro di gravità dell’intero progetto. Gli studenti non osservano soltanto: entrano nel meccanismo. Chiedono, discutono, provano a tradurre il passaggio invisibile che trasforma il residuo in creatività. L’università diventa così uno spazio di contaminazione tra sapere tecnico e immaginazione, tra rigore scientifico e libertà artistica.

Massimo Sirelli suggerisce un cambio di prospettiva

«Forse bisogna cambiare punto di vista – afferma Sirelli-. Magari siamo abituati a osservare le cose in modo accademico. Ma se a un barattolo di colla aggiungi due piedi, lì nasce la trasformazione». In queste parole si condensa la sua poetica: uno scarto minimo ribalta l’ordine delle cose. Non è il materiale a cambiare, ma lo sguardo. Non è l’oggetto a evolvere, ma la capacità di riconoscerlo come altro. Ed è proprio in questo ribaltamento silenzioso che i suoi robot iniziano a esistere davvero: quando cessano di essere barattoli, lattine o frammenti metallici e diventano, improvvisamente, possibilità. «Ho portato qui un estratto fedele del mio studio- confessa-. Pezzi sparsi che solo dopo un momento di osservazione trovano il giusto abbinamento. È esattamente ciò che accade nel mio laboratorio». L’artista sottolinea la dimensione intima del progetto. Il suo lavoro, pur avendo conosciuto collaborazioni con diversi brand, si presenta nella sua forma più autonoma e personale.

L’origine del processo creativo: il gioco

Dietro questi personaggi di metallo si muove una ricerca che affonda le radici nel gioco. Non elemento marginale, ma origine del processo creativo: una soglia in cui la fantasia si libera dalla rigidità della funzione: «Inconsciamente ho ritrovato il gioco libero con la materia. I robottini di metallo mi sono sempre piaciuti». Una passione che nel 2014 ha dato vita al progetto “Adotta un robot”, definito come la prima casa per robot da compagnia. Finora sono circa cinquecento i robot realizzati da Massimo Sirelli, un piccolo esercito poetico di creature nate dal recupero e dalla trasformazione della materia.

Ogni robot una biografia: la storia di Zazzà, il marinaio dei sogni

Tra tutti questi esemplari non ce n’è uno che porti il suo nome in senso diretto, ma in ognuno, in qualche modo, abita una sua traccia. «Tutti questi robot in qualche modo contengono una parte di me, sia nella realizzazione che nella biografia che scrivo per loro. Quando li racconto, inevitabilmente ci metto qualcosa di mio», ci confida l’artista. Tra le biografie che ha scelto di condividere con noi, ce n’è una in particolare che colpisce per il suo tono quasi fiabesco. Il robot si chiama Zazzà, “il marinaio dei sogni”.

Massimo Sirelli consegnerà il robot “Bigatton” all’Unical

Tra le creazioni che spiccano nel foyer del TAU, abbiamo potuto apprezzare “Bigatton”, un robot alto circa cinquanta centimetri, destinato a rimanere nell’università come parte permanente della collezione dell’Ateneo. La sua presenza diventerà stabile, con futura installazione nell’Aula Magna: non più opera temporanea, ma ospite duraturo dello spazio accademico.

Massimo Sirelli si confronta con gli studenti Unical

Tuttavia, il lascito più profondo non è materiale. A confermarlo è Ignazio Mosca, studente di Ingegneria e Architettura, colpito dal lavoro dell’artista: «È interessante vedere che anche in Calabria esistano figure di questo livello, che spesso associamo a contesti internazionali o del Nord Italia. La cosa che mi stupisce è come riesca a dare anima a oggetti che sembrerebbero freddi e meccanici». Tra tutti, è un piccolo robot giallo a catalizzare il suo sguardo. «L’idea di assegnare una biografia a ogni robot è straordinaria. Potrebbero sembrare semplici oggetti metallici, invece acquistano vita. Mi ricorda quando da bambini giocavamo con i soldati. Ognuno aveva la sua storia. Anche questi robot hanno il loro background», conclude lo studente Unical che dimostra una sensibilità quasi rara in un tempo assorbito dai social.

Parole che emozionano lo stesso artista. Durante i primi due giorni di residenza (3 e 4 giugno), infatti, il confronto con gli studenti si è rivelato sorprendente. «Si pensa che chi studia discipline tecniche non abbia una particolare sensibilità verso certi temi. Invece i ragazzi hanno compreso immediatamente la mia poetica. E, paradossalmente, sono stati loro a dare un consiglio a me: mi hanno raccontato che anche nel loro lavoro cercano continuamente di cambiare punto di vista per trovare nuove soluzioni. Molti mi hanno chiesto da dove arrivi l’ispirazione o dove trovi i pezzi. Si stupiscono nel vedere tutta questa ferraglia insieme, quando in realtà siamo circondati da questi oggetti ogni giorno senza accorgercene».

I robot di Massimo Sirelli propongono nuove visioni all’Unical

Probabilmente è questa la lezione più preziosa lasciata dall’Atelier in campus. In un’epoca dominata da velocità ed efficienza, i robot di Sirelli offrono un’altra lettura: gli oggetti dimenticati tornano a esistere, gli studenti scoprono nuovi orizzonti, l’università apre i propri spazi alla creatività e al dialogo. Perché, in fondo, ogni robot nato da un frammento di metallo recuperato ricorda la stessa verità: basta cambiare sguardo per scoprire che ciò che sembrava privo di anima possa ancora raccontare una storia.

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