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Presentato all’Unical il libro “We say stop” di Valeria Bucchetti: una riflessione sull’utilizzo tossico dei media nella comunicazione
Attiviste, movimenti, studiose e tante donne, non fermano la lotta contro le discriminazioni e gli abusi che subiscono quotidianamente. Sebbene dopo l’8 marzo l’opinione pubblica sembra dimenticare le tematiche legate alle violenze di genere, ricordate all’interno di We say stop, libro di Valeria Bucchetti.
Il sistema patriarcale ha trasformato l’8 marzo in una festa che celebra la figura della donna in quanto tale. Svuotandola del suo reale scopo che consiste nel ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne nel corso della storia. Tuttavia, la violenza di genere non è un fenomeno relegato al passato, né un evento occasionale. È una problematica alla quale le donne sono quotidianamente sottoposte. Per questo motivo un titolo come We say stop è sempre attuale.
Quando si parla di violenza di genere, molte persone pensano subito alle aggressioni fisiche, agli abusi sessuali o al femminicidio. Ma esistono molte altre forme di discriminazione che la società normalizza, minimizza o ridicolizza.
Durante il seminario all’Unical, la Professoressa di Design della Comunicazione, Valeria Bucchetti, insieme alle professoresse Giusy Gallo, Giovanna Vingelli e Ines Crispini ha discusso, sul testo We say stop, le diverse forme di violenza che una donna può subire. Tra cui la violenza psicologica, lo stalking, la violenza economica, il revenge porn e l’obiezione di coscienza.
Ciò che è emerso dall’incontro è che la cultura della violenza di genere “parte da cattive immagini”, dice Bucchetti, in quanto “le immagini, il più delle volte, sono un sintomo. La manifestazione topica di distinzioni sociali e politiche molto più profonde”, ma risiede anche nelle parole, afferma Gallo.
Queste violenze possano riguardare anche gli uomini, come sottolineano i negazionisti del sistema maschilista odierno. Ma il legame con il genere femminile risiede nel movente secondo cui vengono perpetrate.
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Dalle radici del patriarcato alla coscienza critica in “We say stop”
Le violenze psicologiche ed economiche trovano la loro radice nella cultura della “possessione”, proveniente da una mentalità patriarcale che vede la donna come proprietà dell’uomo (padre, marito o fratello) destinata a sottomettersi ai suoi voleri. Il Revenge Porn rappresenta una vendetta contro la donna che sfugge a questo dominio e viene punita attraverso l’oggettificazione sessuale. La vittima viene spinta ad essere paragonata ad una figura sessualmente “sporca”.
Ciò non accade nei casi analoghi sugli uomini semplicemente perché non derivano da strutture sociali sistematiche, ma da moventi personali.
Questi fenomeni sono il frutto dell’eredità di un ideale patriarcale millenario, definito da Vingelli “patriarcato mimetico”. Si è radicato anche alla base nella nostra cultura, influenzando direttamente e indirettamente gli uomini, sempre più partecipi a forum misogini della manosfera (dagli Incel ai Pick-up artists). Ma anche le donne, che finiscono per interiorizzare determinate dinamiche discriminatorie, come l’essere accomodanti davanti ad un’affermazione o un gesto sessista.
In definitiva, appare chiaro che la battaglia femminista contro il patriarcato si fermerà solo quando sarà quest’ultimo a cessare la sua oppressione in tutte le sue forme. Verso donne abusate fisicamente e mentalmente, e verso uomini costretti nei panni del costrutto sociale della virilità e della possessione. Per superare queste costrizioni, come dice Crispini, è necessario fare “esercizio di un pensiero critico il cui punto di partenza non può che essere una forma di autocoscienza collettiva” e decostruirsi comprendendo le radici della nostra cultura.
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