Ylenia Lucisano
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 TERRA ROSSA IL NUOVO SINGOLO DI YLENIA LUCISANO
- 1.1 “Terra Rossa” segna il tuo ritorno discografico. Da cosa e come nasce questa nuova canzone?
- 1.2 Il brano tiene insieme rabbia e amore, distanza e appartenenza. Qual è stato l’equilibrio più difficile da trovare nella scrittura?
- 1.3 La canzone non sembra guardare alla Calabria con nostalgia, ma con una consapevolezza più complessa. Che rapporto hai oggi con la tua terra d’origine?
- 1.4 Nel brano c’è un incontro tra radici popolari ed elettronica contemporanea, che è sempre un equilibrio delicato. Qual è stata la chiave per far convivere questi due mondi?
- 1.5 Oggi da parte degli artisti del Sud, ma non solo, c’è un grande recupero dei dialetti, dei ritmi e degli immaginari locali in chiave contemporanea. Pensi che stia cambiando il modo di raccontare le radici?
- 1.6 Che suono ha per te la tua terra?
Ylenia Lucisano torna con “Terra Rossa”, un brano che intreccia radici calabresi, dialetto rossanese, elettronica e cantautorato per raccontare il legame con la propria terra
Esiste un filo sottile che lega una terra al sangue di chi la abita, e che non si spezza nemmeno con la distanza. Lo sa bene Ylenia Lucisano, cantautrice calabrese che torna sulla scena discografica con “Terra Rossa“, un brano capace di trasformare le radici in musica e la nostalgia in qualcosa di più complesso e vivo. Rossano, la città del Codex nel nordest calabrese, che prende il suo nome proprio dal colore dell’argilla del suo terreno, è il punto di partenza, geografico e interiore, di questo nuovo lavoro di Ylenia.
TERRA ROSSA IL NUOVO SINGOLO DI YLENIA LUCISANO
Il brano non offre una visione nostalgica della Calabria, ma la racconta come una radice viva e complessa: sacra e dolorosa allo stesso tempo. È la storia di chi parte, costruisce altrove e scopre che la distanza non cancella, ma trasforma il legame con le proprie origini. Un legame che trova la sua espressione più autentica nel finale in dialetto rossanese: “o sang è terra russ, ca a o Sud vo tornar”. “Terra Rossa” non è una cartolina dal Sud. È rabbia e amore che coesistono, distanza che trasforma senza cancellare, dialetto rossanese che affiora nel finale come una verità che non riesce a restare in silenzio. L’electro folk di questo singolo, prodotto da Gerolamo Sacco, intreccia la tradizione popolare del Sud Italia con influenze africane e caraibiche, creando un suono che è allo stesso tempo antico e contemporaneo.
Ylenia però non è una voce nuova: il suo percorso artistico ha attraversato palchi importanti e riconoscimenti significativi. Dal Concerto di Natale di Roma su Rai Due nel 2013, al Concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni, per ben due volte, nel 2015 e nel 2019, passando per l’apertura dei tour di Francesco De Gregori e Roby Facchinetti, l’Arena di Verona e il Premio Lunezia come Nuova Stella. Una carriera costruita con costanza, tra canzone d’autore italiana e contaminazioni contemporanee. L’abbiamo incontrata per parlare del nuovo lavoro e di come è nato.
“Terra Rossa” segna il tuo ritorno discografico. Da cosa e come nasce questa nuova canzone?
«Nasce da un periodo che mi sono presa per me stessa, per fare anche una ricerca identitaria, sia personale che artistica. Come prima esigenza è scaturita la voglia di parlare delle mie origini in una chiave totalmente diversa rispetto a come avevo fatto dodici anni fa, quando uscì un brano in dialetto. Da queta distanza, la presa di coscienza e anche la rabbia nei confronti della mia città, è venuta fuori la necessità di esprimermi attraverso la musica, che è il mio modo principale di espressione: il canto e la scrittura. Poi ho voluto “rubare” il titolo ad una canzone che mio padre ha scritto tempo fa e che si chiamava proprio Terra Russa, perché mi aveva stimolato molto».
Il brano tiene insieme rabbia e amore, distanza e appartenenza. Qual è stato l’equilibrio più difficile da trovare nella scrittura?
«La scrittura è un modo per esorcizzare lo squilibrio che invece ci si porta dentro e a cui è difficile trovare una soluzione. Esprimere qualcosa all’esterno attraverso un’arte ti dà una sensazione di equilibrio esterna. Poi, in realtà, non c’è mai una risoluzione definitiva, almeno per quanto mi riguarda, rispetto alle emozioni contrastanti che ci portiamo dentro».
La canzone non sembra guardare alla Calabria con nostalgia, ma con una consapevolezza più complessa. Che rapporto hai oggi con la tua terra d’origine?
«Non so se piacerà a tutti anche se sto ricevendo ottimi riscontri. C’è gente che non vive nell’illusione e riconosce questa doppia connotazione, questo gioco tra due emozioni, l’odio e l’amore. Nessuna delle due vince, perché alla fine l’odio verso qualcosa deriva sempre da un amore enorme. Sono sentimenti speculari. In questo caso l’odio nasce dalla delusione di chi ama qualcosa che è imperfetto e non riesce ad accettarne i limiti. Quello che mi dà fastidio sono un po’ le gabbie culturali che ci costruiamo. Ma non parlo solo del Sud: ognuno può mettere queste parole dove vuole. Amo la mia città per un tipo di amore che non ho scelto, ma che mi appartiene. È un amore viscerale, quindi non c’è una vera e propria ragione».
Nel brano c’è un incontro tra radici popolari ed elettronica contemporanea, che è sempre un equilibrio delicato. Qual è stata la chiave per far convivere questi due mondi?
«C’è stata una ricerca sonora, grazie anche all’aiuto del produttore artistico, che è riuscito a mettere insieme queste due anime. Inizialmente avremmo dovuto lavorare su altri tipi di brani, però lui, conoscendomi, è riuscito a far emergere in me il bisogno di parlare della mia storia e delle mie radici».
Oggi da parte degli artisti del Sud, ma non solo, c’è un grande recupero dei dialetti, dei ritmi e degli immaginari locali in chiave contemporanea. Pensi che stia cambiando il modo di raccontare le radici?
«C’è un bisogno forte di autenticità nella scrittura, perché alcune parole ed emozioni le esprimiamo davvero solo nella nostra lingua d’origine. Il dialetto per me ha una frequenza nel corpo: simboli e suoni imparati da bambini che ci fanno sentire parte di una comunità. Lo sento come il ritmo con cui siamo stati cullati, penso alle ninnenanne in calabrese che mi cantava mio padre. Un tempo era considerato la lingua dei poveri e degli ignoranti, oggi tornare a quella vocalità è, secondo me, un segno di intelligenza e un modo per unire tante parti di noi».
Che suono ha per te la tua terra?
«Mia nonna aveva una grande conchiglia in casa, me la metteva all’orecchio e mi faceva sentire il mare. Per me la Calabria, hanno proprio quel suono lì: il suono del mare nella conchiglia».
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA