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Cristian Cocco dirige e interpreta “Anacronistico”. Il film, presentato a Cosenza e Reggio, intreccia ironia, umanità e impegno sociale. L’intervista all’autore e protagonista: «Almeno nel cinema ci può essere il lieto fine».


Fa sorridere, riflettere e, infine, sorprende per la sua capacità di commuovere. “Anacronistico”, il nuovo film diretto e interpretato da Cristian Cocco, nelle sale dal 10 dicembre 2025, racconta il nostro tempo guardandolo di traverso. Un film che parla di ieri per mettere in discussione l’oggi e che invita lo spettatore a rallentare, osservare e domandarsi se essere “fuori tempo” non sia, a volte, il modo più autentico di restare umani.

Presentata a Cosenza e Reggio Calabria, la pellicola è un’opera indipendente che intreccia ironia, umanità e impegno sociale. Controcorrente già dal titolo, il film porta la firma di un autore che outsider lo è sempre stato nello sguardo: Cristian Cocco, storico inviato di Striscia la Notizia, volto popolare della TV, sceglie la via dell’osservazione silenziosa e pungente. Il protagonista è un cinquantenne che sembra arrivare da un’altra epoca e che attraversa il presente con stupore, ironia e una dignità fragile ma ostinata. Non combatte i dogmi della modernità: li subisce, li interroga, li smaschera con un sorriso amaro.

Dietro le situazioni comiche affiorano le crepe di una società accelerata, incapace di ascoltare chi resta indietro o semplicemente decide di camminare a un altro ritmo. E quando la risata si spegne, resta una domanda sottile e persistente: chi è davvero l’anacronistico? Chi non si adatta o un sistema che non lascia spazio alla diversità? Accanto a Cocco, un cast eterogeneo e affiatato: Enzo Iacchetti, Ana Cruz, Steven Basalari, Emilio Puggioni, Vanessa Minotti, Viviana Vizzini, Barbara Santagati e Thomas Incontri.

Ma “Anacronistico” è anche, e soprattutto, un progetto etico. La produzione My Art devolverà la propria quota degli incassi all’associazione Wall of Dolls, da anni impegnata nella tutela delle donne vittime di violenza e nel sostegno ai bambini orfani di femminicidio. Un gesto concreto che rafforza il senso del film e ribadisce come l’arte possa – e forse debba – assumersi una responsabilità sociale. Per approfondire la genesi di questo progetto e il suo significato più profondo, abbiamo intervistato il suo autore e protagonista, Cristian Cocco.

Cristian Cocco, come nasce la scelta del titolo “Anacronistico”?

«Il personaggio che interpreto è un cinquantenne intrappolato nella sindrome di Peter Pan. Si rifiuta di vivere pienamente nei tempi attuali, con i loro sistemi e le loro dinamiche. Vive la giornata, ma emotivamente è rimasto nel suo periodo adolescenziale, tra gli anni ’70 e ’80: lontano dalle mode, dagli schemi e dai dogmi che oggi la società impone. È come se provenisse da un mondo passato e fosse stato catapultato nel presente. Questo ha un doppio significato. Gli anni ’70 e ’80 sono stati anni d’oro, ricchi di umanità, un valore che oggi rischiamo di perdere perché troppo concentrati sulla superficie e iperconnessi sui social, a discapito delle relazioni interpersonali. Il film vuole ricordarci da dove veniamo, per portare quel patrimonio nel presente e provare a costruire un futuro migliore».

Quanto c’è di Cristian Cocco in questo personaggio?

«Tantissimo. Alcuni elementi sono romanzati per esigenze narrative, come la storia d’amore o il soprannome “il cacciatore di turiste” per rendere il personaggio più vivace. Ma il modo di vivere, di osservare il mondo, è il mio. Ho 54 anni e mi definisco un “anti-vip”. Il concetto stesso di vip non mi appartiene: nasce da uno status importato dall’America e spesso seguito per esterofilia. In questa commedia ho voluto unire leggerezza e coerenza, inserendo spunti di riflessione che ho vissuto sulla mia pelle. Ho cercato una continuità narrativa che portasse a una conclusione con un lieto fine. Nella vita non c’è sempre, ma almeno nel cinema possiamo permettercelo».

Anacronistico è una commedia, ma affronta temi molto attuali come fragilità, relazioni e ritmi sociali. Quanto è difficile oggi far ridere senza essere superficiali?

«Ha colto perfettamente il punto: la chiave è il sociale. Tutti gli aspetti che tratto nel film sono affrontati con grande delicatezza. Ho cercato un equilibrio affinché lo spettatore possa riconoscersi nel protagonista, ma anche negli altri personaggi. In 35 anni di carriera – dai villaggi turistici ai locali, dal teatro alla televisione fino al cinema – ho sempre cercato di far ridere e allo stesso tempo riflettere, senza mai essere crudo o provocatorio. Non fa parte della mia filosofia di vita creare polemiche. Mi piace che il passaparola nasca dal fatto che i messaggi, anche quelli forti, arrivino in modo chiaro e rispettoso, senza strumentalizzare certe tematiche».

È conosciuto dal grande pubblico come storico inviato di Striscia la Notizia: cosa l’ha spinta a raccontare una storia di finzione così personale e diversa da ciò a cui sono abituati gli spettatori?

«Sono a Striscia la Notizia dal 1999 e sono stato uno dei primi inviati. Antonio Ricci mi ha sempre riconosciuto un ruolo da precursore: ho introdotto il costume sardo per rendere omaggio alla mia terra, l’urlo propiziatorio come incipit dei servizi e piccole sceneggiature con un preambolo narrativo. Dopo di me, Ricci ha chiesto agli inviati di avere un segno distintivo, un elemento riconoscibile che raccontasse la loro territorialità. In realtà il passaggio da Striscia al cinema non è stato un cambiamento radicale. Ho semplicemente portato avanti un percorso, perfezionandolo anche grazie alle tre stagioni da coprotagonista ne “L’Isola di Pietro” con Gianni Morandi, dove ho affinato la recitazione».

Ha diretto e interpretato il film: qual è stata la sfida più grande nel tenere insieme questi due ruoli?

«Amo le sfide. Per me l’abitudine è la morte di tutte le cose; quindi, ho sempre bisogno di mettermi alla prova. È stato un percorso fatto di grande sacrificio, ma quando riesci a trasformare la tua passione nella tua professione, il peso si riduce. Ho iniziato a scrivere “Anacronistico” nel 2018 e sono riuscito a portarlo sullo schermo nel 2025. È stato un viaggio lungo, intenso, ma profondamente coerente con quello che sono».

Nel cast troviamo volti molto diversi, da Enzo Iacchetti ad Ana Cruz. Cristian Cocco, come ha costruito questo gruppo e che tipo di energia si è creata sul set?

«Ho iniziato a scrivere “Anacronistico”, insieme ai miei autori storici Giovanni Trevisan e Marco Domenicale. Mentre scrivo un personaggio, immagino già l’attore che potrebbe interpretarlo; questo mi aiuta sia nella scrittura sia nella regia, perché posso calibrare battute, gesti e tempi sulle caratteristiche dell’attore. Per esempio, la scena dell’angelo custode l’ho scritta pensando a Enzo Iacchetti: tutto, dalla gestualità alle battute, era pensato per lui. Lo stesso vale per Ana Cruz, la donna di cui il mio personaggio si innamora. Ho avuto la fortuna di lavorare con attori che hanno seguito il progetto con grande umiltà e disponibilità. Questo ha reso il mio lavoro più semplice e ha creato un’energia autentica sul set. L’affiatamento non si limita alle riprese: il rapporto umano che si instaura tra attori extra-lavorativo si trasmette inevitabilmente sullo schermo, rendendo le relazioni tra i personaggi naturali e credibili».

Cristian Cocco, una scena del film “Anacronistico” a cui è particolarmente legato?

«Senza dubbio il finale, che racchiude il senso di tutto il film e ha commosso il pubblico. “Anacronistico” fa sorridere e ridere, ma alla fine lascia un messaggio. Posso anticipare che l’ultima scena tra me e il mio spirito guida, interpretato da Enzo Iacchetti, si chiude con una frase motivazionale rivolta soprattutto alle nuove generazioni».

Può raccontarci com’è nata?

«Quella frase è nata quasi per caso: eravamo in auto, faceva freddissimo, avevo già scritto un finale ma sentivo che doveva prendere una piega diversa. Ne ho parlato con Enzo, e lui mi ha suggerito la battuta. Quel messaggio è la consacrazione del senso del film».

Quindi, se dovesse descrivere “Anacronistico” con tre parole?

«Anima, cuore e condivisione».

A proposito delle parole che riassumono il senso del film, possiamo ricordare che il valore sociale di “Anacronistico” si riflette anche nella scelta di destinare parte degli incassi all’associazione Wall of Dolls…

«Esattamente. Il film è stato realizzato senza contributi pubblici. È una produzione indipendente, My Art, sostenuta da sponsor che hanno creduto nel progetto. Una volta coperti i costi e il lavoro delle maestranze, non aveva senso pensare al guadagno sul biglietto. Per questo abbiamo deciso di devolvere la nostra quota a Wall of Dolls, l’associazione rappresentata da Jo Squillo, presieduta dalla giornalista Francesca Carollo e sostenuta dall’atleta paralimpica Giusy Versace».

Dopo “Anacronistico”, si immagina un futuro sempre più legato al cinema o tornerà a “giocare” tra realtà e satira televisiva?

«Diversi progetti si stanno concretizzando e spaziano tra televisione, radio, spettacolo dal vivo, teatro e cinema. Questo continuo movimento mi permette di allargare la mente e tenere viva la creatività. Non mi pongo limiti!».

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