X
<
>

Max Mazzotta, direttore artistico del Dramafest

6 minuti per la lettura

Il direttore artistico Max Mazzotta racconta il Dramafest 2025 che si svolgerà all’Unical dal 2 al 4 dicembre


RENDE – Guardare Max Mazzotta mentre parla di teatro e di nuova drammaturgia è scoprire con meraviglia un mondo che spesso, ancora oggi, viene considerato di nicchia. L’occasione dell’incontro con l’attore e regista e in questo caso direttore artistico è quello della presentazione della terza edizione di DramaFest, che dal 2 al 4 dicembre si svolgerà al Piccolo Teatro dell’Unical a Rende. Il festival della nuova drammaturgia che unisce il mondo del teatro e l’Università della Calabria è organizzato da Libero Teatro. Quattro spettacoli della scena contemporanea e poi intorno incontri con autori, registi e critici teatrali delle testate nazionali più importanti, docenti e studenti a confronto.

DRAMAFEST E IL TEATRO CONTEMPORANEO

Mazzotta ci parla della genesi di questo festival, nato quasi come una esigenza. «La spinta – dice – è quella di portare un po’ il teatro contemporaneo a Cosenza, perché purtroppo questo tipo di teatro qui non arriva o arriva raramente. Non ci sono neanche spazi per accoglierlo. Penso alla chiusura dell’Acquario, del Morelli. Per noi è importante realizzare questo festival perché serve a educare le nuove generazioni che non hanno vissuto quel periodo. Diciamolo, qui a Cosenza, dopo la pandemia e per vari motivi, ci siamo trovati un pochino orfani di un certo tipo di teatro. Va avanti il teatro “commerciale” quello che fa i numeri e che certamente non deve mancare. Ma non basta riempire i teatri, fare un sold out. È necessario che ci sia una offerta variegata, gli spettatori vanno educati e formati anche a questo tipo di teatro e forse anche questa è la finalità di questo festival».

IL FESTIVAL CHE SI MUOVE NEL CAMPUS DELL’UNICAL

Ma la particolarità del Dramfest sta anche nel fatto che si muove all’interno dell’università, tra i cubi dell’Unical, nel suo Piccolo teatro. E allora si sente più forte il richiamo alla formazione, all’incontro, alla scoperta.

«Dirò di più – incalza Mazzotta – in questo festival cresciamo anche noi. Fondamentale è il confronto che ne esce fuori. Siamo in una università dove il teatro lo studiano; poi ci sono i critici che il teatro lo criticano e lo raccontano e poi ci siamo noi che il teatro lo facciamo. Il DramaFest raccoglie tutti questi aspetti e non so se in Italia esiste un altro festival così. Credo che abbiamo inventato noi questo modo di mettere insieme tutte queste anime che comunque esistono nel teatro e che spesso non dialogano. Invece, in questo caso, ci sediamo e ci guardiamo negli occhi e raccontiamo cosa abbiamo fatto fino adesso e ci interroghiamo su come andare avanti mentre ci conosciamo tutti. Addetti ai lavori e non».
Un festival che non è solo rappresentazione scenica ma dialogo dietro le quinte, le chiacchiere del giorno dopo, quelle fuori dai riflettori.

«Sono tre giorni dove gli ospiti, che siano compagnie di teatro, che siano i critici o altri addetti ai lavori, vedono sì gli spettacoli, ma non solo. Poi fanno gli incontri con gli studenti. Si incontrano gli autori e si discute di quello che hanno visto insieme anche ai critici. Penso che l’università sia proprio il luogo ideale per fare questa cosa. Ancor di più l’Unical, per la sua struttura di campus si presta molto bene. Per tre giorni tutti vivono in quest’area, nel verde e forse noi nemmeno ci rendiamo conto di quanto sia bella. C’è la possibilità di stare tutto il giorno insieme. Si dorme, si mangia, si balla, si parla: lo spirito di quello che vogliamo fare noi si sposa perfettamente con quello che è lo spirito dell’Università della Calabria».


GLI SPETTACOLI DEL DRAMAFEST E GIANGURGOLO

«Insieme agli spettacoli delle compagnie che vengono da fuori, – racconta il direttore artistico Max Mazzotta – ogni anno mettiamo sempre uno spettacolo nostro (di Libero Teatro ndr). Quest’anno è Giangurgolo. È uno spettacolo che amiamo molto, che piace e di cui festeggiamo un anniversario importante: sono i 20 anni dalla prima messa in scena. Gli attori sono gli stessi e quindi è un omaggio che vogliamo fare a noi stessi».
Mazzotta ricorda il processo creativo dello spettacolo.

«È nato per raccontare questa maschera calabrese che nessuno ricorda, la cui genesi si è persa nel tempo. Tutti invece conoscono Arlecchino, Colombina o il dottor Balanzone. Queste maschere fanno parte dei nostri ricordi del carnevale da bambini. Ma anche autori di teatro le hanno portate in scena. Pensiamo a Giorgio Strehler (Mazzotta ha studiato proprio con uno dei maestri del teatro italiano al Piccolo di Milano ndr) con il suo spettacolo Arlecchino servitore di due padroni, ma prima ancora a Goldoni che hanno portato le maschere italiane in giro per tutto il mondo. Lo stesso non è successo per Giangurgolo. Non ha avuto molta fortuna, forse perché è un capitano. Forse perché è una figura che non è vicina al popolo a differenza di Arlecchino che era un servitore».

«Giangurgolo come maschera nasce principalmente per prendere in giro gli spagnoli. Un personaggio irriverente ma che era tollerato nel periodo di carnevale. Non abbiamo molti “quadri” o scene che ricordano Giangurgolo. Io ho avuto delle difficoltà a creare una storia. L’ispirazione l’ho presa dall’Amleto di Shakespeare e poi ho fatto un’operazione molto particolare, contemporanea, di drammaturgia e alla fine l’ho riscritto in dialetto calabrese».


DRAMAFEST E LA FIGURA DEL DRAMMATURGO

Ogni anno il Dramafest gira intorno a un tema. Quest’anno il tema è quello della figura del drammaturgo. Osservare le espressioni del viso di Max Mazzotta, vederlo gesticolare sembra che con quei gesti stia creando una scena o progetti da realizzare. Sembra di avere davanti un demiurgo, uno che rende vive le parole racchiuse in un copione o ancora di più che plasma un’opera tirandola fuori da tutto quello che è di ispirazione sulle tavole di un teatro.

«Molti pensano al drammaturgo come a colui che sta davanti alla scrivania e scrive sul suo quaderno, con la sua penna, che si inventa storie che escono dalla sua testa. Scrive il bel copione e poi questo viene messo in scena. Da una parte potrebbe essere vero ma c’è anche un altro tipo di drammaturgo che è quello che usa le tavole del palco e lo spazio scenico come foglio, gli attori come penna o come strumento e quindi il teatro viene creato nel teatro. Questo drammaturgo scrive in questo modo: va a casa, butta giù le sue idee, poi ritorna in palcoscenico e si lascia ispirare, anche dagli altri. Io direi che si lascia scrivere, invece di scrivere lui viene scritto. Io penso di essere questo tipo di drammaturgo».

«Credo che ci sia un lavoro continuo tra la scrittura e il palcoscenico, un flusso che va da una parte all’altra. In teatro è una sperimentazione continua, si usano nuovi linguaggi. La scrittura è importante ma una persona normale non si mette a leggere un copione, va a teatro e vede lo spettacolo. Il copione è come uno spartito musicale».

Anche un po’ di questa magia e di come ci si muove tra fogli e scene sarà possibile carpire seguendo le tre giornate del Dramafest in programma all’Unical. Saranno giorni ricchi e impegnativi per Max Mazzotta e tutti i suoi collaboratori.
E poi quando le luci si spegneranno, lontano dai riflettori, Max Mazzotta si concederà una passeggiata nel paese natìo, palcoscenico di storie vere ma anche ispirazione per quelle ancora da raccontare… in teatro.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA