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Nell’operetta “La vedova allegra” andata in scena a Cosenza, all’Arena Rendano, non convince il tenore Emil Alekperov. Magistrale l’Orchestra Sinfonica Brutia


COSENZA – Una bambina in platea chiede: «Mamma, ma c’è il Gabibbo?»
L’arena del Teatro Rendano è bollente. Fa caldo. Tanto caldo. Alle 20:45 la macchina parcheggiata a un kilometro di distanza segna 32 gradi. Mica pochi. Pare siano le notti tropicali. Non si muove una foglia. Il pubblico si è pietrificato nella speranza che arrivi qualche leggera brezza serale. E lo stesso fa sul palco il Conte Danilo che, a tratti, diventa parte della scenografia. Una sorta di terza colonna. La raffinata scenografia sullo sfondo ne prevedeva solo due, massì: abbondiamo. In confronto, la statua di Telesio al centro della piazza sembra ballare la samba.

La platea è piena di irriducibili. Dopotutto, fanno bene. La Vedova Allegra di Franz Lehàr vale il rischio di liquefarsi. È un capolavoro. Nonostante sia un’operetta, è stata citata da compositori del calibro Šostakovič e Mahler. Adolf Hitler ne era così tanto affascinato da promuoverla durante il Terzo Reich, nonostante i due librettisti ebrei. Era la sua operetta preferita. Non proprio un bella referenza, ma tant’è.

Difficile, in effetti, non lasciarsi trasportare dalle peripezie dell’Ambasciata del Pontevedro, a Parigi. La protagonista è Hanna Glawari (interpretata da Consuelo Gilardoni). Vedova di un ricco banchiere ed ereditiera di più della metà degli averi di tutto il Paese. L’Ambasciatore pontevedrino, il Barone Zeta (Gianfranco Teodoro), deve evitare che la vedova sposi un parigino: si prosciugherebbero le casse dello Stato. Ci sono due storie d’amore che finiscono per intrecciarsi. Quella della Vedova con il conte pontevedrino Danilo Danilowitsch (Emil Alekperov), gran viveur elegante e spendaccione. E quella della moglie dell’ambasciatore, Valencienne (Silvia Santoro), con il diplomatico francese Camille de Rossillon (Federico Buttazzo). Altro personaggio fondamentale è il segretario Njegus (Gianluca Delle Fontane), braccio destro dell’ambasciatore e figura più clownesca dell’opera.

Nonostante il titolo, il personaggio più iconico dell’operetta è il tenore Danilo Danilowitsch. Caratterizzato dalla seducente raffinatezza di un amante dei salotti di metà ‘800. Danilo è un rubacuori, capace di far innamorare qualsiasi dama dell’ambasciata con uno sguardo. È un po’ il manifesto stesso dell’opera che, come tutte le operette, si caratterizza per la vivacità e l’immediata godibilità. Ed è qui che casca l’asino, direbbe qualcuno. Nel suo ruolo, la Compagnia Italiana di Operette porta al Rendano Emil Alekperov. E chi non c’era potrebbe chiedersi: «Embè? Qual è il problema?»

Il Conte è statico. Le gambe sono radicate a terra come quelle di una quercia. Le braccia inchiodate ai fianchi. Poca mimica facciale. Quasi nessuna gestualità. Nessun portamento elegante. Insomma, dalla donna è mobile del Rigoletto, al Conte è statico de La Vedova Allegra. Il tenore originario dell’Azerbaigian, un professionista esperto e di lungo corso, appare incapace di calcare il paco. Spesso impacciato. Non la sua miglior serata. Diciamo così.

Piccola parentesi anche per la sua dizione, capace di trarre in inganno la bambina di sopra. Vista la centralità delle parti recitate nelle operette, è difficile passarci sopra. E purtroppo per noi ha ragione la bambina. Quando recita, la voce del Conte possiede una strana cantilena. Un curioso mix tra il Gabibbo di Striscia la Notizia e José Altafini. Ibrido senza alcun dubbio molto raro. Da studiare. Ma poco seducente.
Pur sforzandosi, diventa difficile applicare il precetto gorgiano che vuole che a teatro i sapienti si lascino ingannare. Per lasciarsi ingannare, serve perlomeno qualcuno che provi a farlo. E il Conte Danilo, almeno questa sera, non sembra neanche provarci.
Da qui, tutta una serie di problemi.

Primo, la coppia “secondaria”, quella di Valencienne e Camillo, interpretati dagli ottimi Silvia Santoro e Federico Buttazzo, mette in ombra quella principale, Hanna e Danilo.
Secondo, ogni singolo personaggio, anche il meno importante, si muove meglio e con più eleganza del Conte Danilo. Che, per l’appunto, non si muove affatto. Quindi non è che ci voglia poi tanto. Ragion per cui, diventa piuttosto difficile credere che la Vedova e le dame abbiano occhi solo per lui. L’Ambasciata è colma di giovani più appetibili.
Terzo, l’ottima capacità recitativa degli altri componenti, tra cui spiccano Gianfranco Teodoro (Barone Zeta) e l’eccellente Gianluca delle Fontane (Njegus), diventa quasi un elemento negativo: evidenzia i limiti del Conte. Che a loro confronto sembra messo lì per caso.

Quarto, la sua aria più iconica e briosa: Vo’ da Maxim!. Per chi non lo sapesse, è ambientata in un lussurioso locale di can-can, tra alcol e ballerine. Il Conte, da libretto, si ubriaca e intona un manifesto edonistico «la cara Patria mia, dimenticar mi fan! [le ballerine]». Al Rendano, invece, si è visto altro. Menomale per l’apparizione in un secondo momento delle ballerine. Perché a primo impatto sembrava di vedere il Convitato di Pietra del Don Giovanni. Mantello nero. Abito nero. Cilindro nero che di nero colora anche il viso del tenore. E, per l’appunto, tutto troppo statico. Nonostante la voce di Alekperov, la visione supera qualsiasi suono. Horror. Pare che qualcuno tra il pubblico abbia anche sentito: «Don Giovanni, a cenar teco m’invitasti, e son venuto!»

C’è anche da dire che in uno dei suoi momenti migliori, durante l’inizio dell’iconico duetto Tace il labbro con Consuelo Gilardoni accade un fatto improbabile. Partono dei fuochi pirotecnici in lontananza che interrompono la magia e sovrastano la musica. Pure sfortunato.

Dal punto di vista tecnico e più generale, nei momenti corali si sono avvertiti dei piccoli problemi con i microfoni. Niente di troppo evidente, e in linea con i classici problemi presentati dal cantare en plein air. Il momento peggiore è si avvertito durante l’aria d’ingresso della protagonista. Ma l’equipe ha gestito bene il resto.
Nonostante tutto, però, ci sono molte note positive. Prima fra tutte, il modo in cui l’appassionato maestro Daniele Moroni ha diretto la magistrale Orchestra Sinfonica Brutia. Come dichiarato dal maestro a margine dell’evento: «È stato amore a prima vista dal primo giorno di prova. Deve essere un orgoglio per tutto il territorio. Abbiate cura di questa orchestra». Non è sempre scontato notare una simile alchimia tra un direttore e un’orchestra.

Inoltre, i veri punti di forza di questa Vedova allegra sono senz’altro i classici siparietti comici tra l’Ambasciatore e Njegus. Teodoro e Delle Fontane hanno incantato e coinvolto il pubblico. Che ha, infatti, restituito il favore a suon di applausi.
In conclusione, al Rendano si è vista una vedova di certo allegra. Forse anche troppo. Difficile capire se si sia anche innamorata.

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