Il convegno nella sede romana del Parlamento Europeo
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Esperti a confronto sulla sfida globale delle mafie: «Armonizzare il modello italiano di legislazione antimafia con gli altri ordinamenti»
CATANZARO– La forza della legislazione antimafia italiana risiede nella sua capacità, unica nel panorama internazionale, di aggredire il cuore pulsante delle organizzazioni criminali prima ancora del compimento dei reati fine: il vincolo associativo. È questo il fulcro dell’intervento della catanzarese Paola La Salvia, tenente colonnello della Guardia di Finanza, con 12 anni di esperienza nella Dia, e autrice del saggio “The Malacarni. How the mafia become global”, intervenuta a un webinar svoltosi presso la sede di Roma del Parlamento europeo. L’incontro, sul tema “Criminalità organizzata transnazionale. L’Europa e le sfide internazionali a tutela dell’economia, delle istituzioni e della democrazia”, ha tracciato una netta linea di demarcazione strategica. Di fronte a una minaccia globale che fagocita i mercati legali, il modello giuridico italiano rappresenta l’unica reale avanguardia, a patto che l’Europa e gli Stati partner riescano ad armonizzare i propri codici sul versante associativo.
Macro-lavaggio di denaro sporco
Nel corso del dibattito, che ha visto confrontarsi esponenti delle istituzioni, della magistratura e del mondo accademico, La Salvia ha snocciolato dati allarmanti tratti dall’ultimo report Onu sul riciclaggio. L’impatto del macro-lavaggio di denaro sporco oscilla oggi tra il 2% e il 5% del Pil globale. Accanto al riciclaggio, il narcotraffico rimane la sorgente primaria di reddito per le consorterie. Secondo i dati Onu, si è registrato un incremento della produzione di cocaina pari al 34%, un picco storico mai raggiunto prima che inserisce l’Europa come secondo mercato di destinazione mondiale, subito dietro al Nord America.
‘Ndrangheta leader nel narcotraffico
Un business che frutterebbe circa 32 miliardi di dollari all’anno e che vede la criminalità organizzata italiana, e in prima fila la ’ndrangheta, esercitare un ruolo di assoluto primato logistico e commerciale nella filiera. Ecco perché, rileva La Salvia a fronte dei dati richiamati, «Nessuno Stato può agire da solo. Ed è necessario rafforzare la cooperazione giudiziaria internazionale. La legislazione antimafia italiana ha raggiunto livelli importanti perché colpisce il fenomeno associativo. Oggi è la più avanzata. La lotta alla criminalità organizzata richiede la necessità di armonizzare le legislazioni».
Il caso Limbadi
Le ricadute territoriali di questa metamorfosi globale investono direttamente la Calabria, terra d’origine delle consorterie più pervasive. Significativo, a tal proposito, è stato il contributo di Giuseppe Cricenti, consigliere della Corte di Cassazione, il quale ha richiamato l’attenzione sulle dinamiche interne a una specifica «locale» di ‘ndrangheta operante nella provincia di Vibo Valentia, precisamente a Limbadi. Cricenti ha evidenziato un paradosso normativo. Per lungo tempo, alcuni membri apicali di quel sodalizio non hanno scontato la custodia in carcere proprio a causa della difficoltà di inquadrare penalmente ruoli apparentemente distanti dalle manifestazioni tradizionali di violenza.
L’evoluzione della ‘ndrangheta
Le profonde trasformazioni socio-economiche hanno imposto alla ’ndrangheta di adeguarsi passando dal controllo militare e rurale del territorio a una governance finanziaria. «La nostra legislazione penale – ha spiegato il magistrato – possiede un’efficacia preventiva più che meramente repressiva rispetto agli ordinamenti stranieri, concepita proprio per sottrarre tempestivamente uomini e mezzi alle organizzazioni». Il magistrato ha evidenziato che questo aspetto preventivo difficilmente viene accolto negli ordinamenti di altri Paesi. Sullo sfondo della discussione procedurale, Emanuele Fisicaro, presidente del Centro studi antiriciclaggio “Piero Luigi Vigna”, ha confermato la farraginosità del passato, ricordando come in determinate stagioni processuali «bastava fare un’eccezione e i processi si fermavano», a dimostrazione di una tecnicalità giuridica che spesso ha tutelato i patrimoni mafiosi a scapito della giustizia globale.
La rotta transatlantica
Il carattere transnazionale del crimine organizzato è stato corroborato dall’intervento di Istvan Alvaro Solano, ambasciatore del Costa Rica. Il diplomatico ha sottolineato come il governo costaricano combatta quotidianamente contro questa piaga, riconoscendo l’eccellenza della cooperazione tecnica e investigativa italiana, specialmente nel trasferimento di know-how per il contrasto ai reati economico-finanziari e al riciclaggio. «Nessun Paese di transito dei traffici può affrontare il problema da solo», ha scandito Solano, invocando una «responsabilità condivisa», lo scambio di tecnologie e lodando l’efficacia degli incontri avvenuti in seno al Comitato latino-americano.
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L’allarme di Europol
A tracciare i contorni tecnici della penetrazione criminale in Europa è stato Igor Angelini, rappresentante di Europol. Le forze di polizia si trovano a fronteggiare un vero e proprio ecosistema allargato, dove l’Europa non funge più soltanto da mercato di sbarco, ma anche da hub di produzione. Se da anni il vecchio Continente ospitava laboratori di droghe sintetiche, la novità odierna risiede nel fatto che la cocaina viene trafficata grezza, chimicamente incorporata in prodotti insospettabili, per poi essere estratta in laboratori clandestini specializzati sorti sul suolo europeo.
Il contrasto si sposta nei Paesi di origine
Questo meccanismo richiede lo spostamento transoceanico di competenze chimiche e trasportatori dedicati. Angelini ha inoltre denunciato una «corruzione pervasiva», grazie alla quale i narcos delle mafie riescono a infiltrare i nodi logistici strategici, a cominciare dai porti. Ma c’è anche un inquietante cambio generazionale: il reclutamento di giovanissimi da parte delle organizzazioni criminali. La strategia di Europol mira perciò ad avanzare il fronte del contrasto direttamente nei Paesi d’origine del narcotraffico.
Presenza mafiosa nei mercati
Ulteriori contributi programmatici sono venuti dal professor Antonio Parbonetti, prorettore dell’Università di Padova e professore di Economia aziendale, esperto di infiltrazioni mafiose nell’economia. Il docente universitario ha relazionato sulla centralità della “presenza” economico-imprenditoriale delle mafie nei mercati sani. Mentre Mauricio Boraschi Hernandez, procuratore generale aggiunto del Costa Rica, ha posto l’accento sulla necessità inderogabile della formazione congiunta degli operatori di giustizia per uniformare i protocolli d’azione oltreoceano.
Antiriciclaggio, il rischio «rumore»
L’analisi si è spostata infine sul versante dei professionisti e dei flussi finanziari con l’intervento di Paolo Storoni, colonnello dei carabinieri con trent’anni di esperienza nel Ros e nella Dia, specializzato in relazioni internazionali investigative.
Secondo l’esperto, non esiste oggi attività investigativa di rilievo sul crimine organizzato che non sveli un sottostante filone di riciclaggio. Di qui la necessità di una formazione economica continua e pervasiva per tutte le forze di polizia. Storoni ha sollevato un tema cruciale e, a suo dire, «scarsamente dibattuto»: l’efficacia delle Segnalazioni di operazioni sospette (Sos) inviate a Banca d’Italia da parte di avvocati, notai e commercialisti. Il sistema attuale registra un eccesso di segnalazioni dettato da una logica di “autotutela” da parte dei professionisti, spaventati dalle pesanti sanzioni. Questo fenomeno genera quello che gli analisti definiscono «rumore». Gli uffici ispettivi si trovano saturi di informazioni prive di reale valenza investigativa, vanificando l’efficacia del monitoraggio.
Cultura digitale
Per superare questa deriva e uniformare la risposta del sistema-Paese, Storoni ha proposto l’introduzione dell’obbligo di inserire esami e moduli formativi sull’antiriciclaggio direttamente nelle prove di abilitazione delle figure professionali, così da radicare una sensibilità giuridica profonda. Un accenno fondamentale è stato riservato alla cultura digitale e all’uso dei social network. Studi recenti richiamati dall’ufficiale dimostrano come i cartelli latino-americanos utilizzino le piattaforme digitali per reclutare minori e creare consenso sociale. Comprendere l’uso delle tecnologie da parte dei giovani, investire sulla cooperazione giudiziaria internazionale e uniformare i codici nazionali recependo il modello dell’articolo 416-bis del codice penale italiano restano, anche secondo Storoni, le uniche strade percorribili per evitare che l’Europa parli «lingue diverse» dinanzi a un unico, globale, network criminale.
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