INDICE DEI CONTENUTI
La Dda di Catanzaro ricorre in Appello contro molte assoluzioni del processo “Reset” sulla ‘ndrangheta cosentina. Nel mirino anche Manna e Munno
COSENZA – Mentre i difensori di alcuni degli imputati condannati in “Reset” si affrettano a predisporre gli atti con cui impugnare le sentenze, la Dda di Catanzaro si determina a fare altrettanto con gran parte delle assoluzioni.
DDA IMPUGNA ASSOLUZIONI PROCESSO RESET
I pubblici ministeri che hanno rappresentato l’accusa nel processo di primo grado, Vito Valerio (nel frattempo trasferito a Bari) e Corrado Cubellotti, hanno, infatti, deciso di impugnare diverse sentenze di assoluzione in Appello. Il processo alle cosche della ‘ndrangheta cosentina – che vedeva alla sbarra ben 122 imputati nel filone ordinario, tra cui presunti affiliati, ex amministratori, imprenditori, professionisti e dirigenti pubblici – si era chiuso davanti al collegio di Cosenza, presieduto dal giudice Carmen Ciarcia, con oltre la metà degli assolti.
LA POSIZIONE DELL’EX SINDACO DI RENDE MARCELLO MANNA
Tra questi, anche l’ex presidente di Anci Calabria nonché ex sindaco di Rende, Marcello Manna, e l’assessore ai Lavori pubblici della sua giunta, Pino Munno, ritenuti le figure chiave attorno alle quali ruotava l’inchiesta.
Secondo l’accusa, infatti – che aveva chiesto per entrambi la condanna a 10 anni – Manna e Munno avrebbero stipulato un patto politico-mafioso con il clan D’Ambrosio, ritenuto egemone nella cittadina d’oltre Campagnano, al fine di garantirsi un pacchetto di voti utile a farsi eleggere alle amministrative, in cambio della concessione di lavori pubblici e favori, tra cui quelli per la riqualificazione del Palazzetto dello Sport. Complessivamente, la Dda aveva chiesto condanne per oltre mille anni di carcere.
PROCESSO RESET, LE PENE
Le pene più elevate decise dal Tribunale erano state quelle nei confronti di Massimo D’Ambrosio – 19 anni e 8 mesi, a fronte dei 30 richiesti dalla Procura -, il quale è stato assolto, tuttavia, dall’accusa principale relativa al voto di scambio, Sergio Raimondo (18 anni), Rosanna Garofalo (17 anni), Antonio e Giuseppe Presta, condannati rispettivamente a 16 e 12 anni, Denny Romano (16 anni e 8 mesi), Sergio Del Popolo (15 anni e 8 mesi), Francesco Stola (14 anni e 8 mesi), Rosaria Abbruzzese (13 anni e 4 mesi). I presunti affiliati al clan Abbruzzese, tra cui Fiore, Giovanni e Cosimo Abbruzzese, erano stati, invece, assolti, a fronte delle richieste di condanna, tutte da 21 a 16 anni.
LA RICHIESTA DI IMPUGNARE LE ASSOLUZIONI
Un verdetto che, ora, la Procura antimafia di Catanzaro chiede sostanzialmente di riscrivere: tra le posizioni nel mirino, proprio quelle di Manna e Munno, il cui coinvolgimento aveva portato all’insediamento di una commissione prefettizia e al successivo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Consiglio comunale di Rende da parte del ministero dell’Interno. Ma non solo: la decisione potrebbe riguardare anche gli imputati Armando Antonucci, Ariosto Artese, Luigi Berlingeri, Agostino Briguori, Cesare Conte, Massimo D’Ambrosio, Patrizia Drago, Giovanni Drago, Eugenio Filice, Anna Fiorillo, Mario Gervasi, Giovanni Grandinetti, Fabio Giannelli, Simone Greco, Sergio La Canna, Silvia Lucanto, Silvio Orlando, Francesco Papara, Sandro Perri, Antonio Pignataro, Domenico Prete, Andrea Reda, Francesco Reda, Orlando Scarlato, Vittorio Toscano, Cristian Vozza. Non è da escludere, dunque, che in Appello si possano rimescolare le carte in tavola.
L’OPERAZIONE RESET
All’alba del primo settembre 2022, l’operazione “Reset” portò all’applicazione di 202 misure cautelari, di cui 139 in carcere, 50 ai domiciliari e 12 obblighi di dimora. Il teorema accusatorio ipotizzato dai pm Valerio e Cubellotti, coordinati dall’allora procuratore facente funzioni Vincenzo Capomolla, si basava sull’esistenza di 7 gruppi di ‘ndrangheta “confederati”, con al vertice i due clan egemoni ovvero quello degli “italiani” con a capo il boss Francesco Patitucci e il suo “braccio destro”, Roberto Porcaro (entrambi già giudicati in abbreviato) e quello degli “zingari”, i quali gestivano insieme gli affari illeciti i cui proventi confluivano nella “bacinella comune”. Furono ricostruiti dagli investigatori anche numerosi episodi relativi al narcotraffico, al settore del gaming, estorsione, usura riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di beni e valori, tutti aggravati dalle modalità e dalle finalità mafiose.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA