INDICE DEI CONTENUTI
- 1 L’IPOCRISIA DELLO STATO SUI BILANCI E SULLA TRATTA
- 2 PROSTIIZIONE IN CALABRIA, L FALLIMENTO DELLA POLITICA TRA ORDINANZE BIGOTTE E STRUMENTI ISOLATI
- 3 IL PARADOSSO DELLE TELECAMERE INTELLIGENTI E LA LOGISTICA DEL RACKET
- 4 SULLA PROSTITUZIONE IN CALABRIA, I DUE PILASTRI DEL CODACONS: CASE RIFUGIO E TOLLERANZA ZERO AL CHIUSO
- 5 PROSTITUZIONE IN CALABRIA, L’ACCUSA DI DI LIETO: CHI COMPRA IL CORPO È COMPLICE DELLO SCHIAVISMO
Prostituzione in Calabria, business da 150 milioni: «Un silenzioso stupro di massa». Lo sfruttamento di cittadini stranieri dai campi alla strada.
È alto, altissimo, il muro di ipocrisia eretto attorno al fenomeno della prostituzione. Talmente alto che, guardarci dentro, dà nausea e vertigini. Francesco Di Lieto, che del Codacons è vicepresidente nazionale e presidente regionale, lo dimostra con dati, numeri e conti alla mano. «A livello nazionale – spiega – il mercato della prostituzione muove consumi per ben 4,8 miliardi di euro… parliamo di quasi 5 miliardi. Questi dati sono così rigorosi che l’Istat utilizza proprio le indagini e i campionamenti del Codacons come fonte ufficiale per calcolare il peso dell’economia sommersa all’interno del Pil. Il nostro Ufficio Studi ci è arrivato incrociando tre pilastri investigativi: la mappatura costante degli annunci sul web, il monitoraggio fisico delle strade e l’analisi dei flussi finanziari medi. Lo Stato, da parte sua, conosce talmente bene questo business da aver persino istituito un codice Ateco specifico per i servizi sessuali».
L’IPOCRISIA DELLO STATO SUI BILANCI E SULLA TRATTA
E qui emerge la prima immensa ipocrisia di Stato: «I governi (tutti) usano questi miliardi sporchi per gonfiare artificialmente il Pil nazionale al solo scopo di far quadrare i bilanci e mostrare i muscoli davanti a Bruxelles. Lo Stato mette a bilancio i soldi della tratta per far tornare i conti pubblici e poi abbandona le ragazze nelle mani dei clan». La riduzione in schiavitù di migliaia di donne straniere, quindi, e l’esibizione sistematica della mercificazione del corpo umano lungo le nostre strade e nelle nostre città sembra non possano più essere liquidate come un’abitudine o una normale fatalità a cui rassegnarsi.
In Calabria la situazione è questa: «Qui parliamo di un mercato che muove 150 milioni di euro all’anno, con circa 100.000 clienti e oltre 3.000 schiave. Un giro d’affari totalmente in nero che genera oltre 40 milioni di euro di evasione fiscale all’anno sottratti alla collettività». Senza parlare, dice Di Lieto, dei costi: «Spiccioli per uno “stupro” nel silenzio generale. Centinaia di euro al chiuso (dove non si vede si può pagare di più) e 20 euro, 20 euro in strada, sulla 106 o sulla statale 18. Capisce? Le tariffe arrivano a miseri 20 euro: il prezzo fisso del totale annientamento della dignità umana, per mercificare il corpo di una persona, a volte anche minorenne».
PROSTIIZIONE IN CALABRIA, L FALLIMENTO DELLA POLITICA TRA ORDINANZE BIGOTTE E STRUMENTI ISOLATI
Di fronte a questa tragedia, la risposta della politica oscilla tra il ridicolo e il fallimentare. «Da un lato – continua il presidente del Codacons – abbiamo le ordinanze ipocrite dei “sindaci sceriffo” – su e giù per l’Italia, Calabria compresa – che si concentrano sul misurare la lunghezza delle gonne dei passanti o vietare i bikini in centro. Una furia moralizzatrice medievale. A questa politica bigotta non interessa proteggere le vittime o colpire i clan; interessa solo tutelare le apparenze e ripulire la cartolina turistica.
All’opposto, una “vecchia” ordinanza di Corigliano Rossano, che pur avendo l’intenzione meritevole di colpire i clienti con il sequestro delle auto, mostra il fiato corto degli strumenti amministrativi isolati: perché senza un piano strutturale e d’area, l’ordinanza produce solo l’effetto di spostare il mercato delle schiave di qualche chilometro, nel comune confinante, o confinandolo dentro quattro mura dove la nostra coscienza trae sollievo». Sistemi di contrasto, quindi, che colpiscono le vittime e ignorano i carnefici, sistemi che pensano a sanzionare le donne in una logica che va dall’inutile (data la povertà) e l’immorale (data la debolezza).
IL PARADOSSO DELLE TELECAMERE INTELLIGENTI E LA LOGISTICA DEL RACKET
I sindaci e i Prefetti, per Di Lieto, «hanno il dovere di distruggere la “logistica” dei caporali del sesso». «C’è un paradosso intollerabile che grida vendetta: i Comuni usano i sistemi Targasystem (le telecamere intelligenti) come clave contro i cittadini, spegnendoli magicamente quando si tratta di criminalità organizzata. Quelle telecamere sono sempre accese se c’è da far cassa multando una famiglia per una revisione scaduta da pochi giorni o per un fermo amministrativo mai notificato. Ma si spengono, diventando cieche complici, quando lungo le principali arterie calabresi, a partire dalla Statale 106 e dalla Statale 18, passano e ripassano, dieci volte in una notte, i furgoni dei caporali che scaricano le ragazze, le sorvegliano e passano a ritirare gli incassi del racket.
Questo non è un fallimento tecnologico, è uno squallido strabismo istituzionale: si fa sfoggio muscolare contro i cittadini onesti e contro le vittime in schiavitù, e si garantisce l’impunità ai criminali ignorando la tecnologia». Il Codacons, allora, chiede con forza un intervento immediato fondato su due pilastri: il primo è l’applicazione rigorosa dell’Articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/98).
SULLA PROSTITUZIONE IN CALABRIA, I DUE PILASTRI DEL CODACONS: CASE RIFUGIO E TOLLERANZA ZERO AL CHIUSO
«Lo Stato e i Comuni devono attivare immediatamente i percorsi di protezione sociale. Dobbiamo garantire alle ragazze la possibilità reale di ribellarsi e denunciare, offrendo loro vitto, alloggio, assistenza psicologica e un permesso di soggiorno immediato per motivi di protezione sociale. E dove li prendiamo i posti? Utilizzando immediatamente l’immenso patrimonio dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata in Calabria. Strappiamo gli immobili ai clan per trasformarli in case rifugio protette». E secondo la “tolleranza zero” contro la prostituzione al chiuso. «Oggi il mercato si sta spostando negli appartamenti e nei condomini delle nostre città, dove troppo spesso, al riparo da occhi indiscreti, si consumano veri e propri stupri sistematici ai danni di minorenni.
Serve una task force della Guardia di Finanza e della Polizia locale: controlli a tappeto sull’idoneità igienico-sanitaria dei locali, incrocio dei dati sui contratti d’affitto in nero e applicazione immediata del reato di favoreggiamento della prostituzione, con conseguente sequestro penale preventivo dell’immobile per i proprietari consenzienti che speculano sulla pelle delle ragazze affittando a prezzi gonfiati. Parallelamente, bisogna seguire i flussi di denaro: mappare le ricariche delle carte prepagate e i conti correnti usati per pagare gli annunci online e risalire ai nodi finanziari del racket».
PROSTITUZIONE IN CALABRIA, L’ACCUSA DI DI LIETO: CHI COMPRA IL CORPO È COMPLICE DELLO SCHIAVISMO
Diciamolo chiaramente, conclude Di Lieto, «ai perbenisti e ai bacchettoni da salotto o ai politici che esibiscono crocefissi dal palco usando la religione come deodorante: chi frequenta le nostre strade o un appartamento clandestino e compra il corpo di una donna a 20 euro non è un “cliente”, è complice di una violenza di massa e dello schiavismo dei clan. È lì che lo Stato deve colpire, aggredendo i patrimoni dei protettori e il portafoglio dei complici, anziché fare la morale sui vestiti delle donne. Se le istituzioni non applicheranno queste misure strutturali, dimostreranno solo di essere le prime socie occulte di questo scempio».
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