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Il Mare dello Stretto di Messina è unico, un’isola atlantica al centro del Mediterraneo; è quanto emerge nel report di Greenpeace: “Merita attenzione e bisogna proteggerlo”
UN’ANOMALIA, un mare a sé. Dal punto di vista dei biologi marini lo Stretto di Messina è come fosse un’isola atlantica al centro del Mediterraneo in cui le foreste e le specie dei fondali si sono separate dalle “sorelle” atlantiche, milioni di anni fa, per dar vita a un ecosistema unico al mondo.
Basta raccontarlo così lo Stretto per dare il senso della sua unicità, tuttavia Greenpeace Italia, ha scelto di diffondere un nuovo report dal titolo “Mare unicum” proprio per sottolineare che non si tratta di un mare qualunque, ma di qualcosa di «scientificamente unico». Illustrano gli ambientalisti come si tratti di un settore biogeografico, ovvero «un tratto di mare che ha popolamenti (animali e vegetali) tendenzialmente ben differenziati da quelli che vivono nei settori limitrofi.
Una specie di area vasta in cui il tempo, le barriere geografiche, le correnti, eccetera, definiscono la presenza di certe specie e l’assenza di altre che magari si ritrovano a poche decine di chilometri di distanza nel settore contiguo. Perché non sembra, ma in mare le barriere ci sono».
Insomma, in questo “microsettore”, quelle specie di origine atlantica che popolavano tutto il Mediterraneo e che altrove si estinsero, qui rimangono sottoforma di “relitti atlantici pliocenici”. Inoltre, in questo braccio di mare c’è un’altra peculiarità: la presenza di “endemismi locali”, cioè di specie che si trovano solo qui.
LA BIODIVERSITA’
C’è la Sacchoriza bulbosa, una laminaria lunga fino a 4 metri molto comune nell’Atlantico ma che nel Mediterraneo si trova in pratica solo nell’area più prossima all’Atlantico (Gibilterra, Mare di Alboran) e nello Stretto di Messina. C’è la Phyllariopsis breviceps, un’altra alga bruna «che è endemica del Mediterraneo, ma estremamente localizzata, trovandosi solo nello Stretto di Messina e in alcuni siti in Marocco» si legge nel report. E ancora, la Laminaria ochroleuca qui «presenta adattamenti unici rispetto alle popolazioni atlantiche perché, isolata da quella “atlantica” da oltre due milioni di anni, ha sviluppato caratteristiche fisiologiche proprie come, ad esempio, una maggior efficienza nella fotosintesi che le permette di vivere a profondità maggiori della popolazione atlantica», e solo nello Stretto partecipa ad una speciale associazione, quella con la Phyllaria purpurascens.
Il “corallo bianco delle rocce” è una specie problematica, di acque profonde a cui si associa «un piccolo mollusco gasteropode, Pedicularia sicula considerata un ectoparassita, cioè un parassita che vive all’esterno del suo ospite: in questo caso, il corallo bianco». Il “dente di cane” gigante, invece, è un crostaceo che «nel Mediterraneo è noto solo nello Stretto di Messina come fossile dell’epoca del Terziario (da circa 66 milioni di anni fa: alla fine dell’era dei dinosauri, per intendersi».
Lo Stretto è poi un corridoio di biodiversità di assoluto valore per l’ecosistema del Mediterraneo per specie come: grandi pelagici, squali, tonno rosso, pesce spada, cetacei. «Ma una caratteristica pressoché unica dell’area è poi la presenza di organismi di mare profondo, impropriamente chiamati abissali, che le forti correnti spingono in superficie (o addirittura a spiaggiarsi sulle rive) dando quindi la possibilità di incontri (e studi) assolutamente irripetibili», sottolineano ancora da Greenpeace.
NON C’E’ PROGETTO PER PROTEGGERLO E IL CANTIERE PONTE RISCHIA DI COMPROMETTERLO
In poche decine di chilometri quadrati, dunque, c’è un mare che è assolutamente unico, un pezzo irripetibile del Mediterraneo. «Quello che non c’è, è un “progetto” per proteggerlo, questo mare. – denunciano gli ambientalisti – Spicca la totale assenza dello Stretto di Messina tra le aree di reperimento, ovvero quelle aree marine che lo Stato italiano intende (prima o poi) proteggere».
L’allarme degli ambientalisti si concentra, poi, su infrastrutture dal grande impatto come il Ponte sullo Stretto, ma anche l’impianto di accumulo idroelettrico sperimentale di Favazzina. «Se partiranno questi progetti sarà difficile evitare un aumento della sedimentazione, particolarmente impattante per la posidonia», spiegano manifestando i propri dubbi sul ripopolamento previsto in progettazione.
Il cantiere del Ponte rischia di «compromettere habitat preziosi, fondali delicati e rotte migratorie fondamentali per molte specie marine», ha dichiarato Alessandro Giannì, responsabile Relazioni istituzionali e scientifiche di Greenpeace Italia. «In questo modo si aggiunge ulteriore pressione a un ecosistema già colpito dalle conseguenze di una urbanizzazione eccessiva delle coste, da problemi nella gestione dei rifiuti e, in ultimo, dagli effetti della crisi climatica, a partire dall’aumento delle temperature del mare», precisa ancora.
“QUESTO MARE MERITA ATTENZIONE”
«E l’impianto di Favazzina, che dovrebbe pompare a una quota di 630 metri oltre un milione di tonnellate d’acqua al giorno, come farà a non utilizzare – come sembrano affermare i proponenti – tonnellate di varechina per evitare che gli organismi marini incrostanti blocchino le pompe?», si domandano ancora gli ambientalisti.
Per quanto possano essere realizzati nel massimo rispetto possibile delle normative «i giganteschi cantieri che si prospettano, per svariati chilometri quadrati di superficie costiera occupata per anni, – secondo Greenpeace – non potranno non avere un impatto che si aggiunge a quelli già presenti» dell’edilizia residenziale, del traffico navale, dell’immissione di reflui urbani, degli inquinanti chimici, nutrienti, microplastiche e rifiuti che già turbano profondamente l’equilibrio ambientale di questi luoghi.
«La bellezza del mare, e di questo mare in particolare, merita la nostra attenzione. – conclude il rapporto – I nostri figli e i nostri nipoti non ce lo perdonerebbero».
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