L'incontro al liceo Pitagora di Crotone nell'ambito del ciclo di Pedagogia antimafia
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A Crotone tappa del ciclo di Pedagogia antimafia sulle nuove rotte della ‘ndrangheta globale, dopo Hormuz calo di ingressi di droga
CROTONE – «Abbiamo registrato un calo dell’ingresso degli stupefacenti in questa provincia anche a causa della chiusura dello stretto di Hormuz». Lo ha svelato il colonnello Raffaele Giovinazzo nel corso di un incontro con gli studenti nell’aula magna del liceo classico Pitagora di Crotone, che ha ospitato il seminario “Lo Stato siamo noi. I Care: percorsi di legalità e nuove rotte contro la ’ndrangheta globale”. L’incontro, che si inquadra in un ciclo di Pedagogia antimafia promosso insieme all’Università della Calabria, ha messo a confronto i ragazzi con i vertici provinciali delle forze dell’ordine. Il focus era l’analisi dell’evoluzione delle organizzazioni criminali e la risposta delle istituzioni nel territorio crotonese. Ma non è stato un semplice seminario, perché dall’incontro sono venute fuori un po’ di notizie.
NIENTE SEDE EPPO
La prima l’ha data proprio il colonnello Giovinazzo, che ha illustrato il mutamento della ’ndrangheta verso una dimensione tecnologica sottolineando come la lotta alla criminalità organizzata riguardi la vita quotidiana di tutti. «Tante cose in questi anni sono state fatte», ha detto. Tuttavia, «restano criticità nel contrasto al crimine transnazionale: lo Stato ha chiuso la sede EPPO a Catanzaro perché nessun magistrato ha dato la propria disponibilità a trasferirvisi». Il riferimento è alla mancata attivazione di un ufficio dell’istituzione europea che affronta crimini finanziari che danneggiano il bilancio Ue. Inoltre, «il Comando provinciale dei carabinieri è composto da molti giovani che poi vanno via, poiché mancano le infrastrutture necessarie. D’altronde, la criminalità organizzata ostacola volutamente la realizzazione delle infrastrutture per mantenere il controllo». In compenso, soltanto nell’anno appena passato l’Arma ha reclutato nel territorio più giovani che a Milano.
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HACKING ETICO
Il colonnello ha poi focalizzato l’attenzione sugli scenari criminali sofisticati messi a nudo dall’inchiesta Glicine – Acheronte. «Abbiamo compreso che la cosca di Papanice, facente capo al boss Mico Megna, si avvaleva di un hacker capace di spostare ingenti somme di denaro da conti italiani a conti esteri senza lasciare alcuna traccia. Quando informammo il procuratore Gratteri, lui ci chiese di assoldare a nostra volta un altro hacker. Questo dimostra che la ’ndrangheta non è fatta solo di atti violenti, ma è in grado di gestire operazioni di assoluta rilevanza strategica, utilizzando tecnologie moderne per eludere le investigazioni. Proprio in seguito a questa situazione, il Governo ha introdotto una norma che consente l’utilizzo di hacker infiltrati nelle indagini». L’hacking può essere anche etico.
BOSS IN CARCERE
Intensa l’attività antimafia negli ultimi anni. «Quando arrivai qui nel 2022, la descrizione del territorio era scoraggiante: le minacce erano talmente forti che sembrava impossibile raggiungere risultati. I boss sono in carcere e con loro i plenipotenziari delle cosche; fuori sono rimaste solo figure marginali. Gli imprenditori hanno iniziato a denunciare gli estortori, accompagnati costantemente dallo Stato. Abbiamo portato, dal 2022, a termine 14 operazioni anti-’ndrangheta: un risultato straordinario, una montagna che temevo di non riuscire a scalare».
APPELLO ANTIRACKET
Il questore Renato Panvino, intervenuto a distanza trovandosi fuori sede per altri impegni, ha rimarcato la necessità di una politica trasparente. «Le cose si cambiano a scuola», ha detto il questore. «I giovani che vogliono affacciarsi alla politica devono farlo con idee diverse rispetto a quanto accade oggi senza favorire organismi criminali o società amiche». Un tema che aveva affrontato di recente nel corso della cerimonia per la festa della polizia. Impegnato fortemente nell’ambito di una campagna antiracket da lui promossa, ha concluso con un appello alla denuncia. «Bisogna rompere il muro di omertà. Bisogna denunciare e ribellarsi e non permettere mai a nessuno di condizionare la vostra vita. Questo è la democrazia».
TENTACOLI SULL’AMBIENTE
L’attenzione si è poi spostata sul versante della tutela ambientale con il capitano di vascello Domenico Morello, comandante della Capitaneria di Porto. «Avrei potuto intraprendere la carriera da avvocato, ha detto Morello, ma la mia è stata una scelta consapevole. È una decisione che oggi mi consente di essere un uomo libero e di vivere il mio lavoro con autentica passione. Questa libertà è il nostro strumento più forte per contrastare i tentacoli della criminalità organizzata, che ormai si insinuano ovunque: dalle strutture demaniali alla gestione dell’ambiente, fino al traffico transfrontaliero di rifiuti».
TRAFFICI DI ESSERI UMANI
L’attenzione non poteva non soffermarsi sul versante delle migrazioni, su cui la Capitaneria è impegnatissima. «Una realtà triste e complessa. Ho lavorato – ha detto Morello – anche a Lampedusa e ho visto come il confine tra l’attività di soccorso e il contrasto all’illegalità dipenda spesso dalla tipologia di imbarcazione e dal numero di persone a bordo. Ma in ogni contesto, l’obiettivo di chi delinque rimane lo stesso: il profitto illecito a ogni costo».
I CARE
La dirigente scolastica Natascia Senatore, nell’aprire i lavori, ha richiamato il valore del concetto “I care” «per una scuola che educhi alla libertà». Concetto da intendere «come assunzione di responsabilità collettiva». In continuità, la professoressa Rossella Frandina, che ha coordinato gli studenti coinvolti nel percorso di studi, ha evidenziato il «valore della giustizia in una società troppe volte connivente col sistema mafioso», sottolineando come il silenzio favorisca ancora oggi le strutture criminali. Il prefetto di Crotone, Franca Ferraro, ha preso parte alla discussione invitando i ragazzi con fermezza ad «essere liberi» da ogni forma di condizionamento, indicando nell’autonomia di pensiero il primo pilastro della cittadinanza.
LO STATO SIAMO NOI
Il docente UniCal di Pedagogia antimafia, Giancarlo Costabile, ha concluso l’evento ribadendo il concetto cardine che «lo Stato siamo noi». E richiamando ogni cittadino al proprio dovere di vigilanza contro una criminalità che oggi non veste più solo i panni della violenza, ma anche quelli del colletto bianco. «Le mafie diventano agenzie di mediazione sociale, se ci si rivolge al boss per avere il lavoro. Ma questo lo hanno consentito i calabresi. Lo Stato è presente in tutti i territori della Calabria ma spesso sono i calabresi a mancare, o ad esserci poco e male». In sala, tra il luccichio delle divise e il silenzio attento degli studenti, è emersa l’immagine di un territorio che prova faticosamente a scalare quella montagna che un tempo appariva insormontabile.
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