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L'area archeologica di Capocolonna, tra i siti saccheggiati

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Dall’inchiesta sul traffico di reperti e sui predoni dell’archeologia emerge il collegamento tra i tombaroli di Isola Capo Rizzuto e gli acquirenti di Messina


ISOLA CAPO RIZZUTO – L’asse tra i predoni dell’archeologia si allungava da Isola Capo Rizzuto fino a Messina. Dalle conversazioni intercettate nell’ambito dell’inchiesta che nelle settimane scorse ha portato all’operazione Ghenos Scylletium, emerge un collegamento tra i tombaroli di Isola Capo Rizzuto e un gruppo di siciliani fortemente interessati all’acquisto dei reperti archeologici. «Partono dalla Sicilia, subito vengono, con le mazzette, tante». Lo diceva Roberto Filoramo, considerato uno dei promotori dell’associazione a delinquere finalizzata al traffico di reperti, mentre parlava con la compagna dei profitti che sarebbe stato possibile conseguire piazzando i reperti nel mercato illecito. «C’è l’alleanza con Messina», diceva, del resto, espressamente, lo stesso Filoramo.

“PAPERA” DA DUE MILIONI

Lo spunto, durante il colloquio captato dai carabinieri del Gruppo Tutela Patrimonio Culturale, veniva dal fatto stesso di trovarsi a Cutro dove, in passato, un certo “Garibaldi” aveva rinvenuto una “papera” dal valore di due milioni di euro. Il riferimento è, evidentemente, a un pezzo particolarmente pregiato. Percorrendo la strada da Isola a Crotone, i due coniugi parlano anche di argomenti utili alle indagini. «È pieno di soldi qua. Non arrivi nemmeno a metà spiaggia che hai fatto 1000 euro. Li trovi a cataste», dice Filoramo.

MAZZETTE DALLA SICILIA

Ma un tratto del territorio di Cutro avrebbe restituito il reperto. «Una papera hanno trovato. Un paio di milioni valeva. Ancora pezzi ci sono qua sotto. Ne escono certi cocci di vasi tanti, nuovi nuovi. Qua c’era un tempio. Un colosso. È crollato tutto. Potevo fare come a Garibaldi. Ha preso i milioni dalla terra. Una moneta grossa d’oro. La volevano i musei. Non avevano neanche attrezzi. Allora come muovevano la terra uscivano fuori. Ora sono sotto. Le hanno prese quelle sopra. Però se becchi il posto giusto… mamma mia. Mi faccio prendere l’appuntamento. Subito vengono dalla Sicilia. Volando, con le mazzette, tante».

LE RICERCHE CON I SICILIANI

L’assiduità dei contatti con i siciliani si evince da un colloquio tra Roberto Filoramo e Vincenzo Godano, il principale indagato. Nell’auto di quest’ultimo, i due concordavano di proseguire le attività illecite di scavo nel Parco archeologico Scolacium, a Roccelletta di Borgia, con l’utilizzo di un particolare metal detector, particolarmente potente. I due, rievocando vecchi tempi, ricordavano che i “siciliani” avevano «fatto saltare il mondo» al Parco di Borgia. «Con la notte e con il giorno, quanto è stato divertente dentro quegli uliveti, rovine rovine». «Sai quanto mi piace la notte? La notte, quando sei solo, prendi il vizio». «Ma anche il giorno è bello. Ci siamo divertiti in quegli ulivi». «Non voglio le monete, voglio il piombo». «Quando non è piombo, becchi qualche moneta». «Quando uso un po’ il cerca, mi parte l’embolo alla testa, non vedo l’ora di andare lì».

CUTRO PIENA DI MONETE

Rispunta il sito di Cutro come giacimento di reperti. «Là sono uscite monete, dove siamo andati quella volta, verso Cutro. Era pieno di ulivi. È andato nello Steccato. E c’era un castello. Dobbiamo insistere là. Dobbiamo battere ad occhio in quelle zone. Un punto sopra gli ulivi e fino a giù. In tutte le parti. Là è tutto pieno se trovi la macchia buona». Il dialogo prosegue con riferimenti ad altri scavi nei siti archeologici del Crotonese e alla necessità di programmare nuove uscite a Borgia, al fine di rientrare di “250” carte”. Espressione indicativa, secondo gli inquirenti, dell’esistenza di un’organizzazione. I sopralluoghi dei tombaroli, del resto, erano continui, come confermerebbero gli involucri dei panini rinvenuti nei pressi del Parco.

IL METAL DETECTOR

Una delle accuse più gravi è la presunta finalità dell’agevolazione mafiosa contestata agli indagati. Il presunto capo dei tombaroli, Vincenzo Godano, è stato condannato in via definitiva nel processo Jonny, scaturito da una delle principali inchieste antimafia condotte contro la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. Vennero, tra l’altro, documentati i suoi rapporti con Francesco Arena, figlio di Carmine, il boss ucciso con un bazooka nell’ottobre 2004. Godano era, infatti, il suo fornitore di reperti archeologici illecitamente trafugati. Proprio mentre i carabinieri eseguono l’ordine di carcerazione, al momento dell’arresto Godano viene trovato in possesso di un metal detector. Lui prima dichiara che si tratta di un giocattolo. Poi si contraddice affermando che l’aveva acquistato a basso prezzo. I carabinieri non trascurano di annotare, in una relazione di servizio, che lo strumento è efficiente e che ha a che fare con la stessa tipologia di reati per cui stanno portando Godano in carcere. Da quel momento, sarebbe stato Filoramo a prendere il suo posto nell’organizzazione criminale.

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L’ALLEANZA CON MESSINA

Sempre dai con la compagna, si ricavano i contatti del loquace Filoramo con Francesco Caiazzo, al quale avrebbe venduto delle monete. Chi è Caiazzo? Anche lui coinvolto nell’inchiesta Jonny, cognato dei fratelli Pasquale e Giuseppe Arena, esponenti di vertice dell’omonima cosca entrambi detenuti al 41 bis, dalle conversazioni intercettate emerge come la figura a cui bisognava “consegnare” le monete antiche. Caiazzo, peraltro autista dello scuolabus del Comune di Isola Capo Rizzuto, più volte è stato controllato in compagnia di Francesco Arena, ritenuto il referente della consorteria criminale per il traffico di reperti archeologici. A proposito di quella vendita, Filoramo spiegava alla donna che «c’è l’alleanza con Messina», con riferimento al collegamento con il gruppo di acquirenti siciliani.

TERRITORIO DEPREDATO

Come emerge da numerose conversazioni intercettate, l’attività di scavo era sistematica. Nel tempo, avrebbe consentito di rinvenire numerosi reperti, soprattutto monete antiche, ma anche pezzi di particolare pregio, grazie ai quali qualcuno avrebbe addirittura acquistato case. Dai siti ritenuti d’interesse archeologico, spesso non esplorati mediante scavi ufficiali, sono passati “migliaia” di predoni, stando ai colloqui captati dagli inquirenti. Ma i tombaroli hanno rinvenuti i beni in superficie. A giudizio di Filoramo, ad una profondità maggiore, erano presenti reperti più importanti nel sottosuolo. Quelli per cui i “siciliani” erano disposti a pagare molto.

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