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Francesco Grande Aracri

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La Cassazione respinge i ricorsi nel processo Grimilde, tra le condanne spicca quella a 24 anni per il fratello del boss Grande Aracri


CUTRO – Il boss di Brescello era Francesco Grande Aracri, fratello maggiore di Nicolino, il capo crimine ergastolano di Cutro. Il boss era lui, grazie alla «strategia del basso profilo» che lo ha sempre caratterizzato. Anche nel paese emiliano che prima dell’avvento dei Grande Aracri era noto, più che altro, perché Guareschi vi ambientò la saga di Peppone e don Camillo. Lo ha messo nero su bianco la Corte di Cassazione, che ha respinto i ricorsi difensivi facendo diventare definitive cinque condanne nel filone del rito ordinario del processo Grimilde.

Confermata, dunque, la sentenza della Corte d’Appello di Bologna che a sua volta sconfessava, in parte, il verdetto del Tribunale di Reggio Emilia. I giudici di primo grado non avevano riconosciuto la posizione apicale di Francesco Grande Aracri nel clan nel periodo successivo a quello focalizzato dal processo Aemilia, che aveva sancito che la cosca aveva “colonizzato” la regione rossa. Ma anche dopo la maxi operazione Aemilia, la cosca ha continuato ad esercitare la sua influenza criminale. Proprio per il suo ruolo di spicco i giudici della Corte d’Appello di Bologna avevano aumentato, da 19 a 24 anni di reclusione, la pena inflitta in primo grado per associazione mafiosa al fratello del boss Nicolino.

LA SENTENZA

Per Francesco Grande Aracri, il cui ricorso è stato dichiarato inammissibile, la condanna a 24 anni passa così in giudicato. Ricorsi respinti e condanne confermate in via definitiva anche per Gaetano e Domenico Oppido, padre e figlio: rispettivamente 3 anni e 8 mesi e 6 anni e 4 mesi. Inammissibile anche il ricorso di Nunzio Giordano, per il quale la pena è a 1 anno e 10 mesi, e quello di Antonio Rizzo, condannato a 1 anno e 4 mesi. Tra le parti civili da risarcire i Comuni di Brescello, Cadelbosco, Reggio Emilia e la Regione, il ministero dei Trasporti e la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Intanto sono definitive ormai anche le condanne per i figli di Francesco Grande Aracri. A 9 anni per Paolo, che aveva patteggiato in Appello, e a 14 anni e 4 mesi per Salvatore, che aveva scelto il rito abbreviato.

BASSO PROFILO

Viene, dunque, avvalorato il responso della Corte d’Appello di Bologna che, accogliendo il ricorso della Dda del capoluogo emiliano, aveva chiarito che «la strategia del basso profilo» era «frutto di una scelta oculata ed efficace» adottata da Francesco Grande Aracri al fine di evitare nuovi problemi giudiziari dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta Edilpiovra, che aveva portato alla sua condanna definitiva per mafia. Né l’ascesa del figlio era «incompatibile col suo ruolo di capo».

I PLENIPOTENZIARI

Del resto, già dal processo Aemilia era emerso che il sodalizio cutrese, dominante in Emilia, si avvaleva di diversi plenipotenziari in posizione di «direzione e organizzazione». Che fosse un leader indiscusso lo si ricava peraltro dalle rivelazioni dei pentiti. A cominciare da Salvatore Angelo Cortese che descrive un capo che, dopo i problemi giudiziari, resta in penombra e manda avanti i figli. Che è un po’ quello che fanno «tutti gli ‘ndranghetisti di un certo spessore».

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