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Paolo Signifredi

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Rivelazioni di Signifredi versate dalla Dda nel processo Glicine: dalle tangenti alla Lega ai conti Ior svuotati da funzionario del Vaticano


CROTONE – Sa anche di un sistema di tangenti sugli appalti in Veneto, che prevede una quota del 20 per cento alla Lega, e dello svuotamento di conti dello Ior, in favore di tre banche, orchestrato da un funzionario del Vaticano. Il commercialista parmense Paolo Signifredi, ex uomo dei conti della cosca Grande Aracri di Cutro al Nord e oggi collaboratore di giustizia, ha parlato di questo e altro al procuratore Domenico Guarascio in un interrogatorio ora versato integralmente dalla Dda di Catanzaro agli atti del maxi processo Glicine-Acheronte.

Le sue “competenze” spaziano dalle piattaforme del trading clandestino on line alle false garanzie bancarie ai traffici in won coreani. La finanza clandestina è uno dei nuovi interessi della ‘ndrangheta, e per questo Signifredi è nella corposa lista testimoniale dell’accusa che comprende anche 25 collaboratori di giustizia. Ma Signifredi sa anche di rilevanti appalti pubblici in Veneto che partono con un capitolato “gonfiato” in quanto già prevedono una quota del 20 per cento per le tangenti. E di un misterioso funzionario del Vaticano che voleva entrare nel Parma Calcio.

MEZZO MILIARDO DA CAMBIARE

Il raccontone di Signifredi inizia con un cambio di banconote di grosso taglio, come quelle da 500 euro, in cui era specializzata la cosca cutrese. Il faccendiere Eugenio De Paolini, di cui Signifredi ha parlato ampiamente in altri interrogatori, lo avrebbe contattato per intercedere col clan perché un grosso industriale bresciano aveva esigenza di cambiare contanti per un valore complessivo di 500 milioni di euro. Signifredi ne parlò con un nipote del boss ergastolano Nicolino Grande Aracri. «Proposi l’affare – afferma il pentito – a Salvatore Grande Aracri, figlio di Rosario. Ci siamo incontrati in un centro commerciale con lui e il padre. Mi disse che ne avrebbe parlato con lo zio. Salvatore mi fece capire che non era la prima volta che la consorteria cutrese operava in questo ambito. Mi disse anche che Nicolino Grande Aracri aveva ingenti somme in Svizzera e Germania presso istituti bancari, con la compiacenza dei direttori».

LA BANCA DI LUGANO

Nel 2014 già si sapeva che le banconote da 500 euro sarebbero andate fuori corso. Il rampollo dei Grande Aracri indicò una banca di Lugano dove, grazie alle entrature del boss, le banconote sarebbero state cambiate in pezzi da 50 e 100 euro. «L’operazione – spiega Signifredi – doveva farsi in due step. I Grande Aracri si sarebbero preoccupati di trasportare le banconote da Brescia a Lugano, in cambio del 20 per cento del valore». A Signifredi e agli altri intermediari sarebbe andato il 7 per cento. I ricordi del collaboratore di giustizia sono nitidi. «Io e De Paolini facemmo diverse riunioni a Cremona per stabilire percentuali e quantità da trasportare di volta in volta, che avevano stimato in 20 milioni a step».

WON COREANI

De Paolini, a dire di Signifredi, trafficava in won coreani con la cosca cutrese. Avrebbe aiutato Antonio Valerio, poi divenuto collaboratore di giustizia, a piazzare bancali di won che deteneva in un capannone a Sant’Ilario. I bancali di won erano posti sotto sequestro ma Valerio «ne disponeva liberamente». De Paolini ne avrebbe portato un campione a Milano per ottenerne un buon controvalore «per il tramite della HSBC di Londra». Quando Signifredi parla della super cosca di Cutro ricorre con una certa frequenza la famigerata Hong Kong Shanghai Bank Corporation coinvolta, tra l’altro, nel riciclaggio dei soldi provenienti dal traffico di droga del cartello messicano di Sinaloa e di quello colombiano del Norte del Valle.

PIATTAFORME FINANZIARIE

Sarebbe stato un suo amico “affarista”, Daniele Tacchinardi, a dirgli che stava investendo i soldi del boss Grande Aracri in una piattaforma finanziaria. Del resto, lui lo aveva incontrato a casa di Francesco Grande Aracri, fratello maggiore del boss. Tra l’altro, Signifredi è stato presidente della squadra di calcio del Brescello, il centro emiliano dove Francesco Grande Aracri si era stabilito. «Parlo di piattaforme finanziarie – spiega – a cui partecipano pochi investitori al mondo. Sono piattaforme che generano tra il 70 e l’80 per cento di interessi settimanali rispetto all’investimento effettuato.

Per parteciparvi bisogna investire almeno dieci milioni di euro». Secondo quanto gli aveva spiegato Tacchinardi, esistono soltanto cinque piattaforme al mondo capaci di generare profitti così alti. Signifredi indica i nomi di faccendieri che sarebbero in grado di contattare i broker che gestiscono le piattaforme. Uno è di origini siciliane, un altro è un arabo da lui conosciuto a Parma, ma Signifredi ne conosce anche uno sulla piazza di Torino e un altro su quella di Trento. Tacchinardi sarebbe riuscito a investire i soldi di Grande Aracri grazie a un faccendiere di Firenze.

FALSE GARANZIE BANCARIE

Il commercialista emiliano spiega agli inquirenti come è possibile ottenere fidejussioni internazionali «dalla HSBC di Londra o dalla Shangai Bank di Hong Kong». «Non è difficile», grazie alla documentazione fornita ai faccendieri dalle banche. Il «problema» è monetizzare le fidejussioni. Bisogna, cioè, «trovare una seconda banca che si faccia pagare dalla banca che ha concesso la garanzia». Si tratta, infatti, di fidejussioni di grosso importo che servono per accendere linee di credito. In questo ambito, per conto dei Grande Aracri, opererebbe proprio Tacchinardi, col compito di formulare business plan e creare fondazioni.

I DEBITI DEL PARMA CALCIO

Una di queste fidejussioni, per 600 milioni, fornita dalla HSBC di Londra, Signifredi sostiene di averla utilizzata insieme a De Paolini «per far fronte ai debiti del Parma Calcio». La direzione sportiva lo avrebbe incaricato di trovare soluzioni finanziare per il salvataggio della società ed evitare la bancarotta. Ma l’operazione non andò in porto perché Singifredi venne arrestato nell’operazione Pesci della Dda di Brescia. Un blitz che faceva parte di una manovra a tenaglia contro la cosca di Cutro, colpita nello stesso giorno anche con le operazioni Aemilia della Dda di Bologna e Kyterion della Dda di Catanzaro.

SVUOTAMENTO DI CONTI IOR

Il collaboratore di giustizia accompagna gli inquirenti in mondi sempre più sofisticati. I suoi racconti gettano ombre sull’Istituto Opere di religione, meglio noto come Banca del Papa, nella cui storia non sono mancati intrighi. Per esempio, quando accenna allo «svuotamento di conti Ior a favore di tre banche: Bnl, Unicredit e Banca Popolare di Bari». Signifredi dice che «per certo» l’operazione è stata orchestrata da un funzionario del Vaticano da lui conosciuto quando cercava di ottenere fidejussioni per il Parma Calcio. «Mi disse che mi avrebbe offerto le garanzie – racconta ancora – ma voleva entrare al 50 per cento nella società calcistica del Parma». La fidejussione Signifredi la ottenne da HSBC e non ha avuto più rapporti col funzionario del Vaticano.

GLI HACKER

Signifredi sa che la consorteria criminale cutrese si avvaleva di hacker. A lui si era rivolto, perché aveva bisogno di reclutare hacker, un costruttore di origini vibonesi «legato ai Mancuso», la famigerata cosca di Limbadi, tra le più potenti della ‘ndrangheta. Signifredi fa il nome dell’imprenditore, Mimmo D’Urso. E per farne comprendere la capacità economica ricorda che «a Torino ha costruito lo stadio della Juve e ha partecipato ai lavori edili delle Olimpiadi». Signifredi lo conosce da tempo e sostiene che sarebbe vicino al leghista Sergio Borsato, a sua volta «molto vicino a Zaia e Tosi».

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APPALTI IN VENETO E SISTEMA DI TANGENTI

Grazie ai suoi appoggi leghisti, il costruttore vibonese, sempre a dire di Singifredi, avrebbe ottenuto appalti pubblici da una cooperativa con sede a Roma che peraltro avrebbe affidato lavori al cutrese Alfonso Bonaccio. Borsato però avrebbe chiesto a D’Urso di individuare «anche altri imprenditori capaci di gestire appalti pubblici per svariati milioni di euro in cambio di tangenti». Uno glielo presentò proprio Signifredi. È il titolare di un’azienda che ha costruito un inceneritore a Verona. Sempre a dire di Signifredi, D’Urso era «preoccupato» per un’inchiesta alimentata da «intercettazioni intercorse tra Zaia, Tosi e l’imprenditore crotonese Vrenna per lo smaltimento di rifiuti in Veneto».

Agli atti dell’inchiesta c’è anche un interrogatorio del pentito Domenico Mercurio che racconta di un incontro con l’ex sindaco di Verona Tosi, avvenuto a Crotone, con Raffaele Vrenna, imprenditore del settore dei rifiuti ed ex patron rossoblù (fratello di Gianni, attuale presidente). «L’idea – raccontava Mercurio sempre al procuratore Guarascio – era quella di far partecipare imprenditori di Crotone, come Vrenna, ad appalti e commesse del Comune di Verona». Ma Signifredi va oltre. Ha conosciuto anche Borsato durante una cena a Mestre. L’esponente leghista, sostiene il pentito, gli avrebbe spiegato «il sistema delle tangenti negli appalti pubblici». Anche lui gli avrebbe chiesto di presentargli grossi imprenditori. «Mi ha anche detto – aggiunge – che gli appalti partono con un capitolato gonfiato in quanto prevede già la quota di tangente da destinare al partito». Il quantum? «Venti per cento ad ogni appalto».

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