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La sede della Cassazione

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Motivata la sentenza Stige, la Cassazione spiega le assoluzioni degli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli: patto politica-clan non provato


CIRÒ MARINA – Il verdetto definitivo della Corte di Cassazione sul processo “Stige” non è solo una sequenza di conferme e annullamenti, ma spiega perché è crollata una delle tesi centrali dell’inchiesta che portò a 170 arresti nel 2018. Dalle motivazioni appena depositate si comprende perché gli ermellini non riconoscono l’esistenza di un patto strutturale e consapevole tra i vertici politici locali e il “locale” di ‘ndrangheta di Cirò. Nonostante l’imponente mole di intercettazioni e le rivelazioni dei pentiti, gli ex sindaci di Cirò Marina e Strongoli Nicodemo Parrilla e Michele Laurenzano sono usciti di scena con assoluzioni definitive.

IL RIBALTAMENTO

Il cuore delle motivazioni risiede nel rigetto del ricorso della Procura generale di Catanzaro. La Cassazione è stata netta: il ricorso dell’accusa è stato giudicato spesso “generico” o “manifestamente infondato”. Il punto tecnico dirimente riguarda il cosiddetto “overturning” (il ribaltamento in appello della condanna di primo grado).

Secondo i giudici supremi, mentre per condannare serve la certezza “oltre ogni ragionevole dubbio”, per assolvere in secondo grado basta che il giudice d’Appello individui una “ricostruzione alternativa plausibile”. Nel caso dei politici coinvolti in Stige, la Corte territoriale ha scardinato l’impianto del primo grado perché ha ritenuto che gli elementi raccolti non superassero la soglia della certezza criminale.

LA DISTANZA

La posizione chiave è quella di Nicodemo Parrilla, ex presidente della Provincia di Crotone ed ex sindaco di Cirò Marina. Condannato in primo grado a 13 anni per concorso esterno, la sua assoluzione è ora irrevocabile. Le motivazioni spiegano che non è stata fornita la prova di favori concessi alla cosca attraverso delibere comunali. Gli ermellini analizzano tre tornate elettorali. Con riferimento alla prima tornata, non sono emersi favori concreti ai Farao-Marincola. Nonostante l’elezione nel 2011 di figure poi condannate (come l’ex sindaco Roberto Siciliani nel rito abbreviato), per Parrilla non è emerso alcun «impegno sintomatico» assunto con il sodalizio criminale. La Cassazione sottolinea una lacuna investigativa con riferimento alle 2016. Per gli appalti della mensa scolastica e dello smaltimento rifiuti, sarebbe stato necessario verificare anomalie procedurali o interferenze finalizzate a favorire il clan. Accertamenti che, si legge nelle motivazioni, «non sono stati effettuati». La difesa ha offerto una «ricostruzione alternativa plausibile».

GENERICITÀ

La Cassazione è stata particolarmente severa con il ricorso presentato dalla Procura generale di Catanzaro contro l’assoluzione di Laurenzano. Gli Ermellini hanno scritto che il ricorso era “generico” e che la Procura si era limitata a riproporre la visione del Tribunale di primo grado. La tesi accusatoria sosteneva che Laurenzano avesse favorito il clan attraverso una gestione compiacente in cambio di sostegno elettorale. Tuttavia, i giudici di secondo grado (e ora la Cassazione che conferma quella visione) hanno stabilito che le condotte contestate non presentavano i caratteri del concorso esterno. In particolare, è mancata la prova che Laurenzano avesse agito con la consapevolezza di rafforzare il potere della cosca.

L’ECCEZIONE

Diversa è la sorte per un altro politico, Giuseppe Berardi, ex assessore ai Lavori pubblici del Comune di Cirò Marina, la cui condanna a 13 anni è diventata definitiva. Berardi non è solo un politico, ma il nipote del boss Giuseppe Farao. Le intercettazioni lo indicano come un uomo “a disposizione” del clan. In un colloquio del 2006, i sodali affermavano: «Ma ti rendi conto con l’immondizia… quel Berardi là hai capito chi è? Ha detto zio Giuseppe che la ditta deve essere questa». In questo caso, il legame di parentela e le azioni concrete (come l’invio di operai comunali per aiutare ditte vicine al clan) hanno cementato l’accusa di partecipazione organica al clan, distinguendolo nettamente dai colleghi politici assolti.

I RIFIUTI

Anche sul fronte imprenditoriale, la tesi della cappa mafiosa sull’economia è stata ridimensionata. Per Antonio Giorgio Bevilacqua, assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, la Cassazione ha bacchettato il ricorso della Procura definendolo “tecnica redazionale” che si limitava a sovrapporre i pezzi delle due sentenze precedenti. I giudici hanno escluso che Bevilacqua avesse ricevuto benefici mafiosi o fornito utilità al gruppo. Persino le assunzioni di dipendenti indicati dal clan sono state rilette: erano avvenute “secondo la vigente normativa”, privando l’atto della connotazione di favore illecito necessaria per la condanna. Analogo il caso di un altro imprenditore dei rifiuti, Giuseppe Clarà, per il quale è stata ribaltata la condanna a 12 anni del primo grado. Per l’accusa era l’uomo attraverso cui la cosca Farao-Marincola controllava gli appalti per la raccolta dei rifiuti solidi urbani. Tuttavia, la Cassazione ha confermato quanto già stabilito in Appello: non c’è prova del superamento del ragionevole dubbio.

LA TAVERNETTA

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (come Giuseppe Liperoti e Giuseppe Giglio) sono state ritenute insufficienti o non adeguatamente riscontrate. L’analisi della procedura di aggiudicazione non ha rivelato l’interferenza mafiosa. Uno dei punti forti dell’accusa di infiltrazioni mafiose nel business dei rifiuti erano le intercettazioni ambientali captate nella cosiddetta “tavernetta” del capo crimine Nicolino Grande Aracri, il boss ergastolano di Cutro. I giudici hanno stabilito che quei dialoghi non dimostravano l’apporto partecipativo dell’imprenditore Clarà al sodalizio. Il fatto che un imprenditore operi in un territorio dominato dalla ‘ndrangheta non lo rende automaticamente un complice se non viene provato un vantaggio reciproco e consapevole (il dolo).

ORDINI DAL CARCERE

Regge l’accusa per il nucleo duro della cosca. Le motivazioni dedicano ampio spazio alla figura del boss ergastolano Giuseppe Farao. Nonostante la lunga detenzione, Farao comandava ancora.

Dalle conversazioni con la moglie Assunta Cerminara e i figli, emerge un controllo capillare su ogni settore: panificazione, onoranze funebri, lavanderie, plastica, vino. Farao ordinava dal carcere: «Venite qua e gli ordini li do io e basta». La Corte descrive una occupazione totalizzante del mercato lecito: i commercianti erano obbligati a rifornirsi dai Farao perché «alla plastica ci sono loro, ai formaggi ci sono loro, agli insaccati ci sono loro». Insomma, una vera e propria dittatura economica del clan.

IL VINO

Le posizioni di Valentino Zito e Pasquale Malena rappresentano i due volti dell’imprenditoria vinicola coinvolta nell’inchiesta, con esiti processuali differenti. Gli ermellini parlano di «insussistenza della prova di un rapporto produttivo di un vantaggio per l’imprenditore consistente nell’imporsi sul mercato grazie alla cosca», con riferimento a Zito. Malena, invece, è una figura centrale per quanto riguarda la penetrazione commerciale nel mercato tedesco. Le motivazioni a suo carico evidenziano come la distribuzione dei vini non avvenisse secondo logiche di mercato, ma tramite la “segnalazione” o l’imposizione mafiosa ai ristoratori in Germania che così gli aprivano le porte. Sui camioncini che distribuivano il vino era scritto “o compri o compri”, come è detto in una conversazione intercettata valorizzata dai giudici supremi.

IL PARADOSSO

Resta il nodo del contrasto con il rito abbreviato, nell’ambito del quale le condanne (come quella per l’ex sindaco Roberto Siciliani) sono diventate definitive da tempo. La Cassazione riconosce il mutamento di strategia della cosca: dal controllo militare a quello imprenditoriale. Tuttavia, l’applicazione di questa analisi nel rito ordinario ha trovato ostacoli probatori che non sono stati superati per tutti gli imputati. Un capitolo a parte merita Silvio Farao, uno dei capi storici del clan. Per lui, la Cassazione ha annullato l’assoluzione, disponendo un processo d’appello bis. I giudici ritengono che il suo ruolo di vertice debba essere rivalutato alla luce delle dichiarazioni dei pentiti (tra cui il nipote Francesco Farao) che lo collocavano nei summit decisivi anche durante la latitanza.

In sintesi, le motivazioni della sentenza Stige restituiscono un’immagine chiaroscuro. Da un lato, una ‘ndrangheta potentissima, dotata di una struttura militare e di un leader carismatico che comanda dalle celle. Questa parte dell’inchiesta dei carabinieri e della Dda di Catanzaro regge. Ma, allo stesso tempo, la sentenza certifica l’assenza di prove di uno scambio utilitaristico tra politica e clan.

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