La mobilitazione antimafia di Cutro del febbraio 2024
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Condanne per le nuove leve dei clan di Cutro dopo la denuncia degli imprenditori che non si sono piegati al racket.
CUTRO – Cinque condanne pesanti per le presunte nuove leve dei clan di Cutro. Sei anni e 8 mesi di reclusione ciascuno per Giuseppe Ciampà, di 44 anni, e Salvatore Ciampà (41). Otto anni a testa per Francesco Martino (29) e Salvatore Martino (34). Infine, 6 anni per Carmine Muto (43). Denunciare paga. La sentenza del gup distrettuale accoglie quasi in toto le richieste avanzate, in una precedente udienza, dal pm Antimafia Elio Romano. Il pm sollecitava 8 anni a testa per i Ciampà, 10 anni ciascuno per i Martino e 6 anni per Muto.
L’inchiesta
L’inchiesta, condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Crotone e coordinata dalla Dda di Catanzaro, è partita dopo le denunce degli imprenditori che erano stati “avvicinati” dai rampolli delle cosche. Il primo a denunciare fu il socio e amministratore della nota attività di ristorazione “La locanda”, al quale sarebbe stato intimato di consegnare periodicamente cifre per un “pensiero” ai detenuti. Successivamente l’imprenditore sarebbe stato pedinato in auto e poi raggiunto da Carmine Muto che, con fare minaccioso, gli avrebbe chiesto di soddisfare le richieste di “pizzo”.
I due Ciampà sono accusati anche di estorsione ai titolari dell’impresa Pentabloc. In più occasioni Giuseppe Ciampà si sarebbe presentato loro chiedendo “regali” per garantire “protezione”. I due Martino avrebbero costrettto i soci di Metalgrond a consegnare loro 1200 euro in contanti come rata estorsiva da versare in maniera continuativa. Somme inferiori, di circa 400 euro, sarebbero state imposte al titolare di una ditta individuale.
Disegno estorsivo
Le intercettazioni e le videoriprese eseguite dagli investigatori avrebbero confermato che componenti delle famiglie Ciampà e Martino, riconducibili alle più blasonate e tra loro rivali famiglie di ‘ndrangheta dei Dragone e dei Grande Aracri, erano impegnati in un più ampio disegno estorsivo per rafforzare la loro egemonia mafiosa sul territorio.
L’inchiesta attesta, dunque, l’operatività di fazioni criminali, fino a qualche anno fa in guerra, che si sarebbero spartite il territorio rimettendosi all’”opera”.
Nuovi equilibri mafiosi
Giuseppe Ciampà è un nipote del boss Antonio Dragone (assassinato in un agguato in cui venne utilizzato un bazooka) ed ha scontato una lunga pena per l’uccisione di Salvatore Blasco, esponente del clan avverso ucciso per vendicare la morte di Raffaele Dragone (figlio di Antonio). La guerra negli anni di piombo era tra i Dragone, ormai scalzati dal comando, e la cosca, divenuta dominante, capeggiata dal boss rivale Nicolino Grande Aracri, poi condannato all’ergastolo anche per l’uccisione del boss Dragone. I due Martino sono figli di Vito, storico componente del gruppo di fuoco di Grande Aracri. Gli imputati, difesi dagli avvocati Luigi Falcone, Mario Nigro, Stefano Nimpo, Gianni Russano, sono stati condannati anche al risarcimento del danno in separata sede.
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La mobilitazione
Alle richieste del pm si erano associati gli avvocati di parte civile Vincenzo Ranieri, che rappresenta gli imprenditori, e Nuccio Barbuto, che assiste il Comune di Cutro. In particolare, l’avvocato Barbuto, che ha quantificato in 500mila euro il danno d’immagine per il Comune, ha ricordato che dopo gli arresti si era mobilitata la città, scesa in piazza con in testa l’allora sindaco Antonio Ceraso. Una mobilitazione a sostegno dei denuncianti, per non farli sentire isolati, scattata pochi giorni dopo la retata, nel febbraio 2024. Il coraggio degli imprenditori, un fatto inedito e quasi rivoluzionario a queste latitudini, è stato evidenziato anche dal loro legale, l’avvocato Vincenzo Ranieri, e dall’Associazione antiracket e antiusura.
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