L'incompiuta caserma dei carabinieri di Crotone
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Crotone, condanna a cifra colossale per la caserma dei carabinieri incompiuta e caccia ai responsabili: s’indaga per danno erariale.
CROTONE – Il disastro perfetto ha un prezzo esatto scritto nero su bianco in una sentenza, rimasta finora nell’ombra, e in un fascicolo della magistratura contabile che promette di far tremare i palazzi della burocrazia tra Roma e la Calabria. Trenta milioni e cinquecentomila euro. Questa è la cifra colossale che il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire alla società San Paolo Immobiliare S.r.l. per la mancata locazione della nuova caserma del Comando provinciale dei carabinieri di Crotone, l’eterna incompiuta di via Gioacchino da Fiore, in località Tufolo.
Ma la vera bomba è che quel risarcimento da capogiro, rimasto finora inedito, ha fatto scattare la reazione della magistratura contabile. La Procura regionale della Corte dei Conti presso la Sezione Giurisdizionale per il Lazio ha ufficialmente aperto un’inchiesta per presunto danno erariale. Il procedimento punta a individuare e chiamare a rispondere con il proprio patrimonio personale i dirigenti, i funzionari e i decisori pubblici che, con le loro scelte e omissioni lungo un arco temporale di oltre vent’anni, hanno causato questo spaventoso salasso per le casse dello Stato.
La delega della Procura contabile del Lazio
La svolta è contenuta in una dettagliatissima delega istruttoria con cui la Direzione centrale dei Servizi di ragioneria del Dipartimento di Pubblica sicurezza, agendo su formale delega della Procura contabile, ha recapitato al sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, una richiesta d’acquisizione di atti perentoria. Il Comune ha avuto solo 20 giorni per consegnare l’intera storia documentale del progetto. La Corte dei Conti non cerca solo carte. Cerca nomi, cognomi, delibere e ruoli dei responsabili del procedimento e di una serie di figure istituzionali, investite di poteri di rappresentanza e decisione, che hanno gestito la pratica a partire dalla storica Conferenza dei servizi del 22 novembre 2004.
Il paradosso di questa vicenda rappresenta un vero e proprio manuale di cattiva amministrazione. Per comprendere come lo Stato sia finito sul banco degli imputati – prima civile e ora contabile – bisogna riavvolgere il nastro di un braccio di ferro logorante, le cui tappe erano già state ampiamente delineate in un’inchiesta giornalistica da noi condotta nel 2020.
Il paradosso: voler risparmiare per poi pagare cento volte tanto
All’epoca avevamo ricostruito l’inizio del durissimo scontro legale, partito nel dicembre 2013 quando la San Paolo Immobiliare citò in giudizio il Viminale, la Prefettura e l’Arma chiedendo un risarcimento monstre da 287,7 milioni di euro (di cui 49,7 milioni per danno emergente e 237,9 per lucro cessante). Un primo round si era consumato nel 2017, quando il Tribunale ordinario di Roma aveva condannato il Ministero a pagare 13,5 milioni di euro. Lo Stato aveva poi tentato la controffensiva in Appello, ottenendo nel marzo 2018 una sospensiva dell’efficacia della sentenza sulla base della tesi che la foresteria non fosse mai stata oggetto di trattativa. Ma i nodi che mettevamo in fila nel 2020 sono venuti drammaticamente al pettine.
Tutto comincia quando si decide di dare una sede dignitosa al Comando provinciale dell’Arma di Crotone, istituito nel lontano 1992 ma alloggiato in una struttura provvisoria e inadeguata, afflitta da continui problemi logistici e infiltrazioni d’acqua a ogni acquazzone. Nell’estate del 2008, la San Paolo Immobiliare ottiene il permesso di costruire dal Comune e avvia i lavori a Tufolo.
La modifica del progetto
Il progetto originario subisce una profonda mutazione durante la Conferenza dei Servizi del 22 novembre 2004. In quella sede, l’amministrazione pubblica chiede e ottiene un incremento di ben 4.000 metri quadrati rispetto alle previsioni iniziali per realizzare un corpo di fabbrica aggiuntivo: un hotel/foresteria destinato ad alloggiare le forze di polizia sul territorio. La società costruttrice accetta il gravoso investimento a una precisa condizione: che i Ministeri competenti garantissero la stipula del contratto di locazione a opera ultimata, comprensivo di quella foresteria.
Mentre i tre corpi di fabbrica (uffici, alloggi e foresteria) prendono forma, a Roma cambia il vento della politica economica. Sotto i colpi della crisi finanziaria e della successiva stagione della spending review e del contenimento della spesa pubblica, i funzionari del Ministero dell’Interno iniziano a tirare la corda. L’originario canone annuo concordato, che si aggirava sui 567.973 euro, subisce una prima drastica riduzione a 188.268,02 euro per via delle norme sull’invarianza di spesa. Come rilevato in primo grado dal giudice Assunta Canonaco, quella decurtazione impose un forte squilibrio a discapito dell’impresa, con un importo del tutto sproporzionato rispetto alle opere concordate e ai costi sostenuti per l’aggiunta della foresteria.
Lo Stato si rimangia la parola
Nonostante la drastica riduzione, il Ministero rassicura l’impresa. Lettere e note ufficiali sollecitano la prosecuzione dei lavori, specificando che il cantiere deve andare “di pari passo con l’iter amministrativo” e che l’ultimazione dell’opera avrebbe coinciso con la firma del contratto. È il classico comportamento che, in termini giuridici, fonda il “legittimo affidamento” del privato. La società investe fior di milioni di euro, si indebita con le banche e completa l’opera nel 2011.
Ma al momento della consegna, lo Stato si rimangia la parola. Forte di nuovi decreti sui tagli lineari alla spesa pubblica, il ministero dell’Interno avvia l’iter per la stipula proponendo un canone ulteriormente decurtato del 15% – ridotto a 251.674 euro. Ma, soprattutto, pretendendo di acquisire solo la parte destinata a uffici e alloggi, escludendo totalmente dal contratto la grande foresteria da 4.000 mq che essa stessa aveva preteso in sede di Conferenza dei Servizi. Un’offerta irricevibile per la società immobiliare, impossibilitata a coprire persino i costi di ammortamento dei mutui edilizi con un canone così mutilato.
La cattedrale nel deserto e la beffa dei fitti passivi
Mentre il contenzioso legale si incardina davanti ai giudici ordinari, a Crotone si consuma una beffa parallela. La nuova caserma, ultimata e splendente nel 2011, si trasforma nel giro di pochi anni in una spettrale “cattedrale nel deserto”.
Senza un custode e abbandonata al degrado della burocrazia, la struttura finisce ripetutamente nel mirino della microcriminalità locale. Ladri e vandali compiono veri e propri raid, devastando gli interni e portando via cavi di rame, lavandini, rubinetteria e infissi, per centinaia di migliaia di euro di danni. Una beffa atroce: le stesse forze dell’ordine, bisognose di quegli spazi, sono dovute intervenire più volte per reprimere i furti all’interno di quella che sarebbe dovuta diventare la loro casa.
Nel frattempo, i carabinieri rimangono nella vecchia sede inadeguata, con la Provincia di Crotone costretta a pagare decine di migliaia di euro l’anno per locazioni provvisorie, e lo Stato obbligato a rimborsare ricarichi e soggiorni per il personale alloggiato in alberghi convenzionati.
La condanna della Corte d’Appello
Il conto di questo immane pasticcio burocratico è arrivato il 28 dicembre 2023, quando la Corte d’Appello di Roma mette fine al round legale, ribaltando gli ottimismi ministeriali che nel 2018 avevano portato alla sospensiva, e accogliendo le tesi della San Paolo Immobiliare S.r.l. I giudici d’appello hanno certificato la piena “responsabilità precontrattuale” del Ministero dell’Interno, reo di aver ingenerato nella società il legittimo affidamento circa la conclusione dell’accordo per poi tirarsi indietro all’ultimo miglio. La condanna risarcitoria è tombale ed è più che raddoppiata rispetto al primo grado del 2017: 30.500.000,00 euro.
È qui che si compie il cortocircuito perfetto. Per l’ostinazione di voler risparmiare circa 300.000 euro all’anno sul canone d’affitto originario, lo Stato si ritrova oggi a dover pagare in un’unica soluzione un risarcimento equivalente a oltre un secolo di canoni di locazione. Un danno economico spaventoso, abnorme. Ed è proprio questo squilibrio finanziario ad aver fatto saltare sulla sedia i magistrati della Procura della Corte dei Conti del Lazio.
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L’indagine dei magistrati contabili
Ora, la delega istruttoria inviata al Comune di Crotone punta a ricostruire la catena di comando di questo fallimento pubblico. Chi c’era dietro le varianti urbanistiche richieste nel 2004? E chi ha sollecitato l’impresa a costruire senza verificare la reale copertura finanziaria del Ministero? Ancora: chi ha gestito le trattative contrattuali tra il 2002 e il 2010 gestendo con troppa leggerezza il “legittimo affidamento” del privato?
La macchina della Corte dei Conti è partita e l’indagine si preannuncia durissima. A vent’anni dall’inizio di questa storia, il tempo delle omissioni e dei rimpalli di responsabilità sembra essere scaduto. Per la cattedrale nel deserto di Tufolo è arrivato il momento della resa dei conti. E questa volta, a pagare, potrebbero essere chiamati direttamente coloro che hanno firmato le carte.
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