I docenti di Pedagogia Caligiuri e Costabile
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Professor Costabile, qual è il valore teorico e politico di questa trasformazione?
- 2 Significa che l’antimafia non può essere insegnata o vissuta scindendola dalla responsabilità delle istituzioni statali?
- 3 L’Università della Calabria resta l’unico ateneo in Italia a dare dignità accademica a questo insegnamento. A distanza di anni dalla sua nascita, qual è il bilancio di questa scelta?
- 4 Come trasformare la memoria dei martiri delle mafie in un esercizio attivo di cittadinanza?
- 5 Quali sono le resistenze più difficili da scardinare nelle aule universitarie?
- 6 Che profilo di educatore o cittadino intende formare questo nuovo progetto?
Dopo 15 anni di Pedagogia Antimafia il docente UniCal Costabile annuncia la svolta legata alla visione di Caligiuri di Pedagogia dello Stato
RENDE – Un’intervista che segna una svolta profonda e un vero e proprio restyling concettuale per la Pedagogia dell’Antimafia, disciplina accademica unica nel panorama italiano attiva da 15 anni all’Università della Calabria. A tracciare questo nuovo percorso è Giancarlo Costabile, docente e animatore di un insegnamento pionieristico, che annuncia una coraggiosa evoluzione teorica e strategica: il passaggio da una visione puramente difensiva della legalità a una compiuta analisi pedagogica dello Stato e delle sue istituzioni.
Fortemente radicato nel magistero intellettuale di Mario Caligiuri e nella lezione della Pedagogia dello Stato, il progetto formativo dell’Unical punta a superare gli stereotipi territoriali, a trasformare la memoria delle vittime in cittadinanza critica e a formare coscienze libere e responsabili, capaci di vivere le istituzioni non come un’entità distante, ma come un impegno quotidiano e collettivo.
Professor Costabile, qual è il valore teorico e politico di questa trasformazione?
«Pedagogia dell’Antimafia ha iniziato da tempo un cammino di ridefinizione dei suoi obiettivi formativi e strategici per diventare compiutamente educazione alla costruzione dello Stato democratico. In questa prospettiva, è fondamentale il contributo del professore Mario Caligiuri, mio Maestro e protagonista di una rivoluzione copernicana sul concetto di Intelligence, ideatore della Pedagogia dello Stato, sviluppata in opere imprescindibili come Pedagogia della Nazione e Pedagogia Meridiana. Caligiuri, presidente della Società Italiana di Intelligence e fondatore all’Università della Calabria del primo Master in Intelligence, voluto vent’anni fa dall’allora Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, insegna che lo Stato non coincide soltanto con l’apparato burocratico e repressivo, ma è una comunità educativa fondata sulla Costituzione, sulla partecipazione e sulla responsabilità».
LEGGI ANCHE: Pedagogia antimafia, Costabile (UniCal): «15 anni di impegno contro le sudditanze» – Il Quotidiano del Sud
Significa che l’antimafia non può essere insegnata o vissuta scindendola dalla responsabilità delle istituzioni statali?
«Le mafie, spiega Caligiuri nella sua imponente produzione scientifica, prosperano quando il rapporto tra cittadini e istituzioni si indebolisce; per questo l’antimafia non può essere separata dall’educazione allo Stato. È sotto la sua autorevole guida scientifica che questa prospettiva di studio consolida oggi il proprio impianto teorico, che continuerà a svilupparsi anche attraverso future pubblicazioni scientifiche condivise con il professore Caligiuri. L’obiettivo è formare persone consapevoli che la legalità non coincide soltanto con il rispetto delle regole, ma con l’appartenenza a una comunità politica che tutela diritti, libertà e dignità umana. In questa visione, educare all’antimafia significa educare allo Stato e alla cittadinanza costituzionale».
L’Università della Calabria resta l’unico ateneo in Italia a dare dignità accademica a questo insegnamento. A distanza di anni dalla sua nascita, qual è il bilancio di questa scelta?
«Il bilancio di questi 15 anni è estremamente positivo. L’insegnamento ha dimostrato che l’antimafia è un autentico ambito di ricerca pedagogica, capace di mettere in dialogo università, magistratura, scuola e istituzioni. Sono nate tesi, pubblicazioni e percorsi formativi che hanno contribuito a costruire una coscienza civica fondata sulla Costituzione. Probabilmente altri atenei non hanno ancora seguito questa strada perché continuano a considerare l’antimafia soprattutto una questione giuridica o sociologica. Io credo, invece, che sia anzitutto una sfida educativa: la democrazia si difende formando coscienze libere e responsabili».
Come trasformare la memoria dei martiri delle mafie in un esercizio attivo di cittadinanza?
«La memoria non può esaurirsi nella commemorazione. Falcone, Borsellino, Livatino, don Puglisi e tutte le vittime innocenti ci chiedono di leggere criticamente il presente. Per questo il nostro insegnamento educa a riconoscere le forme contemporanee del potere mafioso, della corruzione e dell’indifferenza. L’obiettivo non è trasmettere soltanto conoscenze, ma formare cittadini capaci di partecipare alla vita democratica con senso critico, responsabilità e libertà».
Quali sono le resistenze più difficili da scardinare nelle aule universitarie?
«La resistenza più forte è l’idea che la mafia sia un destino inevitabile oppure un problema esclusivamente delle forze dell’ordine. In realtà è un fenomeno culturale che vive anche attraverso il consenso e la rassegnazione. Allo stesso tempo occorre contrastare gli stereotipi sulla Calabria, valorizzando le tante esperienze di riscatto civile che ogni giorno dimostrano come legalità, cultura e partecipazione possano diventare autentici motori di sviluppo. Emblematico, in questo senso, è il lavoro di Libera e di Giuseppe Borrello, che testimoniano concretamente come il cambiamento sia possibile anche in Calabria. Borrello rappresenta oggi una delle espressioni più credibili di una nuova narrazione della Calabria: una terra che non si arrende alla criminalità organizzata, ma che costruisce, attraverso l’impegno civile e la responsabilità collettiva, il proprio futuro».
Che profilo di educatore o cittadino intende formare questo nuovo progetto?
«Direi soprattutto persone che vivano lo Stato come una responsabilità e non come un’entità distante. Educatori, amministratori e professionisti capaci di coniugare competenza, etica pubblica e servizio al bene comune. La finalità di questa nuova sfida non è creare specialisti dell’antimafia, ma cittadini consapevoli che la qualità della democrazia, come teorizza da tempo Mario Caligiuri, dipende anche dai comportamenti quotidiani. La vera sfida educativa è formare coscienze libere, perché è nelle coscienze che si costruisce il futuro dello Stato democratico».
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA