Tutti i protagonisti del Japigi Reggae Festival e Bunna, direttore artistico
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Arriva Japigi Reggae Festival, con la direzione artistica di Bunna. Com’è nato?
- 2 In quanto direttore artistico hai curato nei minimi dettagli la line up
- 3 Nella line-up ci sono sia artisti del panorama nazionale e internazionale, ma anche qualche nome calabrese. Uno fra tanti, Killacat o Mujina Crew. Il fatto di aver scelto artisti calabresi è stato anche e soprattutto per dare valore alla territorialità di questo festival?
- 4 Anche tu hai origini calabresi, giusto?
- 5 Peraltro, essendo al Camping San Paolo, c’è anche la possibilità di fare campeggio, quindi, può diventare una realtà in cui si condivide, non solo sul palco, ma anche fuori dal palco.
- 6 Parliamo di reggae. Quanto è cambiato questo genere musicale negli anni?
- 7 E in questo festival?
- 8 La volontà immagino sia quella di realizzare altre edizioni
- 9 È il primo festival con la tua direzione artistica.
Tutto pronto per il Japigi Reggae Festival, 4 giorni dedicati alla musica reggae al Camping San Paolo di Isola Capo Rizzuto; l’intervista al direttore artistico Bunna
«SARÀ un festival divertente, con dei contenuti in una location meravigliosa e all’insegna della musica reggae e dei valori che questa insegna». Con questa premessa Bunna, leader degli Africa Unite, presenta il Japigi Reggae festival che si terrà dall’8 all’11 agosto al Camping San Paolo di Isola Capo Rizzuto. Un cartellone ricco di artisti selezionati da Bunna, fondatore degli Africa Unite, direttore artistico del festival, che in questa intervista racconta la nascita di questo evento che ambisce a diventare appuntamento fisso in Calabria e riferimento per gli amanti della musica reggae.
Arriva Japigi Reggae Festival, con la direzione artistica di Bunna. Com’è nato?
«Giada e Michela, le ragazze che gestiscono una parte del Camping San Paolo, mi hanno raccontato la loro intenzione coinvolgendomi nella direzione artistica di questo evento. Insomma, sono stato assolutamente onorato di questa cosa».
In quanto direttore artistico hai curato nei minimi dettagli la line up
«Sì, ho coinvolto quelli che ritenevo essere dei talenti importanti, ho cercato di portare lì diciamo, le cose migliori, le cose buone. Però essendo la prima edizione del festival c’è stata anche la volontà di fare una cosa che non fosse troppo impegnativa, sia dal punto di vista tecnico, che economico».
Nella line-up ci sono sia artisti del panorama nazionale e internazionale, ma anche qualche nome calabrese. Uno fra tanti, Killacat o Mujina Crew. Il fatto di aver scelto artisti calabresi è stato anche e soprattutto per dare valore alla territorialità di questo festival?
«Assolutamente, sì. Realtà locali e talentuose possono dare valore a questa manifestazione e richiamare in primis il pubblico locale stesso».
Anche tu hai origini calabresi, giusto?
«Sì. Sono di madre calabrese, della provincia di Reggio Calabria, Platì. Quindi quella calabrese è una cultura che conosco da sempre. Con mia madre ho sempre parlato il dialetto, per esempio, ed è una risorsa che mi è piaciuto continuare a mantenere. Fare una cosa in Calabria, con un po’ di amici, mi ha invogliato ancora di più. E spero che richiamerà molta gente in questo posto meraviglioso che è Isola di Capo Rizzuto, per 4 giorni bellissimi».
Peraltro, essendo al Camping San Paolo, c’è anche la possibilità di fare campeggio, quindi, può diventare una realtà in cui si condivide, non solo sul palco, ma anche fuori dal palco.
«Assolutamente. In quel posto c’è questa fortuna, ritornare al festival vero e proprio dove si condivide, non solo la musica, ma anche la socialità. E il fatto che ci sia la possibilità di campeggiare è una cosa molto bella. Ci sono davvero pochi festival musicali in Italia che offrono questo».
Parliamo di reggae. Quanto è cambiato questo genere musicale negli anni?
«È cambiato molto, io essendo un boomer ho vissuto tutto il cambiamento dagli inizi, dai primi anni ’80 in cui siamo nati noi, gli Africa Unite, ad oggi. All’epoca, il riferimento quasi unico era Marley, poi si è evoluto, è andato in direzioni diverse. Il reggae per come l’ho sempre conosciuto io è un po’ sparito, ha preso piede la dancehall, un reggae più ritmato, veloce e che non rispetta tanto i canoni che io ho sempre visto. Marley (Bob; ndr) ci ha insegnato che il reggae è una musica di tolleranza, di inclusione, di rispetto, in qualche modo spirituale. Purtroppo, ci sono state delle derivazioni del reggae in Giamaica che sono andate da un’altra parte, con artisti che hanno portato avanti una musica più razzista, machista, con la donna vista in un certo modo e l’omosessualità non contemplata. Caratteristiche che non mi sono mai piaciute. Però bisogna ammettere che c’è stata comunque una evoluzione del genere, contaminata dal rap, dall’hip hop americano. Ma per fortuna qualcuno che fa ancora il reggae, quello puro tra virgolette, si trova ancora».
E in questo festival?
«In questo festival ho cercato di coinvolgere gli artisti che rappresentano un po’ tutto il panorama, chi fa il reggae più melodico, più impegnato, c’è chi fa della dancehall, insomma, ho cercato di coprire un po’ tutto lo spettro di questo genere, quello che l’Italia oggi suona, talenti italiani secondo me assolutamente validi. Sarebbe stato bello anche invitare dei gruppi, delle band che suonano proprio, però in questa prima edizione ho preferito partire con calma, testare un po’ la situazione, e quindi mi sono concentrato su showcase, di cantanti accompagnati dai dj».
La volontà immagino sia quella di realizzare altre edizioni
«Sicuramente sì. Il posto si presta, sia a livello paesaggistico che strutturale. Quindi, se tutto va come deve andare, sarebbe bello farlo diventare un appuntamento fisso e farlo crescere magari anche con della musica suonata».
È il primo festival con la tua direzione artistica.
«Si, e questo mi fa molto piacere. Spero, con questo cartellone che ho compilato, di incontrare il favore del pubblico che parteciperà e che mi auguro sarà numeroso».
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