X
<
>

Alberto Arbasino

INDICE DEI CONTENUTI

8 minuti per la lettura

In occasione della nuova edizione del romanzo “Fratelli d’Italia” un’intervista all’autore Alberto Arbasino, scomparso nel 2020, realizzata con l’aiuto di un sistema di IA generativa


La recente nuova edizione del romanzo “Fratelli d’Italia”, scritto da Alberto Arbasino per la prima volta nel 1963 e poi riscritto più volte fino al 1993, può essere un’occasione per parlare dell’opera dello scrittore sperimentatore linguistico e critico acuto della società italiana. Per farlo ci è sembrato utile immaginare una intervista ‘impossibile’ ad Arbasino, purtroppo scomparso nel 2020, sull’argomento del conformismo culturale, partendo dal suo monumentale romanzo. Lo abbiamo fatto con l’aiuto di un sistema di IA generativa, che si è prestato a fornirci le risposte che Arbasino avrebbe potuto darci ad alcune domande legate al nostro tempo. I lettori potranno giudicare quanto queste risposte quasi-arbasiniane possano essere interessanti e attuali.

Il titolo del romanzo gioca sulla coincidenza tra l’incipit dell’inno scritto da Mameli e musicato da Michele Notaro, e la fratellanza degli italiani che spesso è un vuoto cliché, data la diffusa pratica di curare il proprio particolare a dispetto del bene della nazione. Oggi quel titolo assume ovviamene un terzo significato, data la scelta del nome, scelta certamente non casuale, di quello che è diventato il primo partito d’Italia e che esprime oggi il presidente del Consiglio di un governo di destra-centro.

Molti critici, compreso Pier Paolo Pasolini, hanno definito “Fratelli d’Italia” uno dei più bei libri della seconda metà del Novecento. La prima l’edizione del romanzo, uscita nel 1963, era composta da circa 530 pagine. La più estesa versione invece risale al 1993, pubblicata da Adelphi, e si compone di 1371 pagine. Un’opera che nel nostro tempo, segnato dal numero dei lettori in diminuzione e dalla brevità dei messaggi social, potrebbe essere vista come anacronistica, se non fosse un affresco straordinario della natura e dei vizi dei cittadini del Bel Paese.
Realizzare un’intervista con Alberto Arbasino sull’Italia di oggi, partendo dal suo capolavoro satirico, è un esercizio affascinante. Immaginiamo che, con il suo solito tono sardonico e cosmopolita, ci conceda questo colloquio.

Intervistatore: Caro Arbasino, se dovesse riscrivere oggi “Fratelli d’Italia”, il titolo manterrebbe la sua feroce ironia, dato che oggi è anche il nome del partito al governo?

Arbasino: Il titolo? È diventato un termine populista, un’ovvietà … Direi quasi un cliché da grande magazzino. Nel Sessantatré, evocare l’inno era uno sberleffo elegante, un richiamo al vuoto retorico di una borghesia che, sotto la bandiera, si dava ai suoi vizi più dolci e ben vestiti. Oggi, la cosa è diventata brutalmente letterale. Oggi non c’è più la dissimulazione, la patina. Il patriottismo di facciata è diventato la facciata stessa. La superficialità, l’eterno italiettismo, non si nascondono più dietro le gite a Saint-Moritz, ma si rivestono di una bandiera sventolata con enfasi, pur restando, in fondo, una questione di performance e di scarsa curiosità per il mondo vero.

Intervistatore: Il suo romanzo era una denuncia dell’omologazione figlia del boom economico e della televisione. Qual è l’agente di omologazione culturale più potente oggi?

Arbasino: Ah, il Novecento era così ingenuo! La televisione era un monolite, un unico Grande Fratello che dava gli stessi vestiti e le stesse battute a tutti. Oggi, l’omologazione è molto più elegante, rapida e invisibile. Non è più la TV che decide cosa devi guardare, ma l’Algoritmo (ndr: si noti l’iniziale maiuscola). L’Algoritmo è il nuovo demiurgo del conformismo. Lei crede di scegliere, di essere fluido, inclusivo, critico, ma in realtà sta semplicemente seguendo il flusso di una delle migliaia di bolle in cui l’Algoritmo l’ha inserita. Le persone hanno la sindrome della echo chamber, l’eco della loro vanità moltiplicata per mille. Il nuovo conformismo non impone più di comprare la Cinquecento; impone di indignarsi per le stesse cose, alle stesse ore, con gli stessi hashtag. È una tirannia della reazione emotiva che, le assicuro, è infinitamente più noiosa e più totalitaria del più soporifero varietà RAI del mio tempo.

Intervistatore: Lei criticava aspramente il provincialismo degli intellettuali italiani, spesso ossessionati dall’idea di essere cosmopoliti. Come si manifesta oggi questo vizio nell’era digitale?

Arbasino: Il provincialismo oggi è globale e, peggio, certificato. I miei intellettuali-voyeur degli anni Sessanta almeno prendevano un aereo e leggevano “Le Monde”. Oggi, il nuovo intellettuale è l’influencer ideologico. Passa il tempo a fare il virtue signaling (ndr: la tendenza di comunicare pubblicamente le proprie virtù morali o politiche al fine di guadagnare approvazione sociale), a ostentare, con una serietà francamente sospetta, l’adesione a cause globali, giustissime per carità, ma adottate senza sforzo, senza vero studio, semplicemente perché sono trending. È un conformismo etico. Il provincialismo non è più la paura di lasciare la propria città, ma la paura di lasciare la propria schermata, la paura di formulare un’opinione complessa o, Dio non voglia, dissidente. Il lusso non è più viaggiare, ma avere il coraggio di essere non allineato. Ma, ahimè, pochissimi si concedono questo lusso. La vanità di essere sempre dalla parte giusta è diventata la forma più pervasiva e triste di conformismo intellettuale. I “Fratelli d’Italia” di oggi si sono semplicemente digitalizzati, ma restano, sostanzialmente, gli stessi.

Intervistatore: Voglio chiederle, alla luce delle sue tesi, come il conformismo culturale italiano parte dalla classe dirigente, anche quella che decide la politica culturale, fino ad arrivare ai cittadini che si alimentano di social.

Arbasino: Tocca il punto dolente, il conformismo non nasce dal basso per risalire, come vorrebbe una sociologia democratica. Al contrario, l’omologazione è il prodotto d’esportazione preferito di una classe dirigente che, per prima, teme di non essere all’altezza e maschera questa paura con la performance.

Intervistatore: Ah, capisco. La sintesi è un’arte che richiede intelligenza, ma il nostro dibattito, come gran parte della cosa pubblica italiana, è affogato nella verbosità che confonde le acque, senza esprimere visioni culturali.

Arbasino: La relazione tra l’omologazione e la mediocrità politica è un capolavoro di meccanica sociale, un ciclo perfetto, garantito e autoprodotto, tipicamente italiano. In passato ho scritto: “Il problema non è che la politica sia corrotta o stupida, ma che sia noiosa. E la noia è il vero prodotto d’esportazione di questa nostra bella società.” La mediocrità come offerta. L’élite, i Direttori della cultura, i Magnifici del Palazzo, non è spinta dalla corruzione, ma dalla paura. Hanno una paura cosmica di non essere alla moda, di non essere sufficientemente allineati al cliché dominante (sia esso populista, conservatore, globale o localistico). Questo conformismo voyeuristico genera il prodotto politico più sicuro: la mediocrità. La mediocrità, vede, è il solo bene che può essere venduto senza attriti. È la garanzia di non scontentare nessuno di essenziale.

Intervistatore: Se capisco le sue parole, un prodotto politico mediocre sarebbe il segno del nostro tempo?

Arbasino: La classe politica, abile nel fiutare il vento (più che nel prevedere il futuro), non fa altro che assecondare la domanda. Offre figure performative e vischiose al posto di figure competenti. I politici che dovrebbero essere in un think tank finiscono su TikTok. La mediocrità della leadership è quindi la perfetta e inevitabile risposta di mercato all’omologazione del pensiero. È un capolavoro di auto-cannibalismo culturale: il Paese consuma la propria superficialità, garantendo che non emerga nulla di acuto, di complesso, o, di intelligente, che possa turbare questa placida e noiosissima siesta nazionale. È l’Italia, bellezza.

Per chiudere l’intervista, abbiamo chiesto all’autore di “Fratelli d’Italia”: Lei ha dissezionato la nostra mediocrità garantita, il nostro conformismo digitale. Sembra non esserci via d’uscita. Per concludere, Arbasino, dov’è l’ultima resistenza? La salvezza, per l’intelletto e il gusto, si trova ancora nell’arte, nel viaggio, o dobbiamo rassegnarci alla vittoria definitiva dell’Algoritmo?

Arbasino: (Un sospiro lungo, affatto teatrale, quasi di noia autentica). La salvezza? Ma, mio caro, non ha ancora capito che il problema non è vincere la mediocrità, ma non farsi contaminare da essa? La resistenza non si fa con la politica, che è il palcoscenico della performance e del cliché per eccellenza. La resistenza si fa nell’individuo. Si fa nel gusto. Il vero atto rivoluzionario, oggi, è coltivare una sensibilità così raffinata da non tollerare il rumore di fondo, da non tollerare il linguaggio semplificato, da non tollerare l’estetica omologata che l’Algoritmo vi propina. È la coltivazione della propria intolleranza estetica contro la volgarità. Non aspetti l’eroe politico. L’unica salvezza è il dandismo metafisico: l’esilio intellettuale. Se non può prendere il prossimo volo per una città dove la conversazione sia ancora possibile, si compri un biglietto per la sua testa. Si circondi di libri, musica, conversazioni scelte. Non legga i commenti sotto i post.

Intervistatore: Dunque almeno c’è una qualche speranza da ricercare nella vera cultura?

Arbasino: L’Algoritmo ha vinto il mondo. Ma non deve vincere la sua libreria, il suo tavolo da pranzo, o la sua agenda mentale. Lasci i Fratelli d’Italia a godersi la loro noia digitale. Lei si faccia trovare altrove. È l’unica elegante soluzione che ci resta.
(Lo scrittore si alza con un sorriso asciutto, accende una sigaretta e scompare con la sua consueta rapidità, lasciando l’intervistatore in balia delle sue ultime, amare, eleganti parole).

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

EDIZIONI DIGITALI