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La regina di Spagna Letizia Ortiz è stata chiara. Nel corso di una manifestazione libraria, quando le hanno chiesto quale fosse il suo libro preferito, non ci ha pensato due volte. «L’utilità dell’inutile», ha risposto l’ex giornalista, facendo pertanto riferimento all’opera – tradotta in 22 lingue e giunta in 32 Paesi – più fortunata di Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, che, a questo giornale, si concede in un’intervista sui temi dell’educazione, dell’istruzione, della scuola e dell’università dell’oggi.
D’altronde, sono proprio il pensiero di Ordine e L’utilità dell’inutile – per la cronaca, Bompiani è pronta a pubblicarne la 22esima edizione – ad essere divenuti, principalmente in Spagna e in America Latina, punti di riferimento per la difesa delle università, i cui finanziamenti sempre di più scarseggiano, e della cosiddetta ricerca scientifica di base (non è, a tal proposito, un caso se il rettore dell’ateneo di Cádiz Francisco Piniella Corbacho abbia citato uno stralcio del volume nel corso dell’apertura dell’anno accademico; e, ancora, in un servizio giornalistico, lo stesso abbia fatto, l’ex presidente della Conferenza dei rettori Angel Gabilondo).
Dunque, a Nuccio Ordine – in partenza, ca va sans dire, per la Spagna dove venerdì prossimo inaugurerà la cattedra di Filosofia dell’Unesco a Castellón e dove lo scorso settembre è stato insignito del Premio Internacional de Humanismo y Renacimiento (targato Museo Liceo Egipcio di Leòn), insieme al linguista Naom Chomsky – sono in particolare due gli interrogativi posti. Interrogativi a cui il professore, pure presidente del Centro internazionale di studi telesiani, bruniani e campanelliani, risponde facendo luce su criticità e nuove prospettive d’azione. Mentre lo fa – sempre per la cronaca -, gli arrivano alcuni messaggi su Whatsapp da parte del neo premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi; ma, non per questo, arresta le sue parole.
In un interessante articolo, pubblicato sul settimanale El Pais, lei ha scritto che gli studenti non devono essere «polli da batteria», ma è così che vengono trattati. Che significa? Il sistema educativo sta subendo realmente un tale degrado?
«Ebbene, con l’espressione che ha citato, intendevo far riferimento a un tema su cui bisognerebbe riflettere bene. Oggi gli studenti sono indotti a credere che sia necessario studiare semplicemente per imparare un mestiere e quindi per guadagnare dei soldi. Tale tipo di visione utilitaristica dello studio è fortemente negativa: i ragazzi dovrebbero, infatti, studiare per diventare migliori, per capire, in maniera critica, se stessi e il mondo. Tutto ciò, attualmente, non avviene; la scuola e l’università sono proiettate verso quello che è il mercato, sono delle vere e proprie aziende e anche il relativo lessico è cambiato (si parla di debiti e crediti formativi e i presidi sono diventati dirigenti). Posto, perciò, che l’università sia un’impresa il cui obiettivo ultimo è il profitto, cosa succederà ai corsi di sanscrito, di greco, di latino, di filologia a cui, proprio perché ritenuti “improduttivi”, vi saranno iscritti solo un paio di studenti? La risposta è ovvia. Naturalmente, verranno tagliati e noi assisteremo alla messa in crisi della democrazia dell’umanità. Si cancellerà, così facendo, il rapporto col passato. Un passato che, tuttavia, non è da rottamare; è, al contrario, fondamentale per comprendere il presente e prevedere il futuro: una società smemorata non può andare da nessuna parte. Mi auguro, tirando le fila del discorso, che ci sia un cambio di passo e che agli studenti, gli stessi a cui nel 2018 sono stati somministrati test Invalsi con domande del tipo “Quanti soldi vuoi guadagnare da grande?”, s’insegni a contestare la società consumistica in cui si trovano a vivere».
E a proposito di studi umanistici, è noto che lei, con veemenza, si batta sempre per ribadirne l’importanza. Lo ha fatto anche durante la visita al Cern di Ginevra dalla fisica Fabiola Gianotti.
«Sì, certo. Ho fatto visita al Cern, diretto da Fabiola Gianotti, grazie a El Pais, dove si può leggere quella che poi è una delle mie tesi: non esiste una contrapposizione tra umanisti e scienziati, abbiamo gli stessi interessi. Noi umanisti, come poc’anzi spiegato, cerchiamo di difenderci dalle logiche utilitaristiche e da quelle misure d’azione e d’intervento che tentano di cancellare il passato; gli scienziati, parimenti, si trovano a combattere contro quella pratica ormai consolidata, volta a mettere in un angolo la ricerca di base e a favorire la ricerca applicata. La prima, la ricerca di base per l’appunto, dovrebbe assolutamente essere finanziata, anche se non è rapida, anche se non ha un ritorno immediato. Guardiamo alle grandi rivoluzioni della scienza: la radio è stata inventata sì, da Marconi, ma Marconi non ci sarebbe mai arrivato senza le leggi sulle onde elettromagnetiche di Maxwell e Hertz. Oppure pensiamo a Osamu Shimomura, premio Nobel per la chimica 2008, che per vent’anni ha fatto ricerca su un tipo di medusa fluorescente: grazie alla sua analisi, non istantanea e magari protrattasi così a lungo perché non finanziata, ha isolato una particolare proteina che ora è alla base di alcune indagini approfondite in medicina. Ecco, l’utilitarismo accomuna umanisti e scienziati, nel senso che da esso cercano di difendersi. E poi, pe r concludere, direi che – e lo abbiamo visto nel corso della pandemia – entrambe le discipline abbiano un ulteriore punto di contatto: tutte e due vogliono dare vita a una umanità più umana».
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