Giuseppe Commisso
3 minuti per la letturaSIDERNO – E’ morto il boss Giuseppe Commisso, detto “U Mastru”, di anni 79. «Mi chiamano ‘Mastro’ perché facevo il sarto, non per altro» – teneva a precisare ai magistrati, durante gli interrogatori, Giuseppe Commisso. Era al carcere duro in un penitenziario di Milano. Sarebbe stato trasferito solo all’ultimo in una clinica cittadina, dove i medici non hanno potuto fare niente viste le condizioni del paziente.
Secondo altre fonti, Commisso sarebbe addirittura morto in carcere e vane sarebbero state le reiterate richieste della famiglia per trasferire il congiunto in un ospedale specializzato. E’ per questo che, a quanto sembra, i familiari avrebbero presentato alla procura milanese una richiesta per l’accertamento di eventuali responsabilità per la morte del paziente detenuto. Ciò ritarderà anche il rientro a Siderno della salma di Giuseppe Commisso, che dovrebbe avvenire tra qualche giorno, dopo l’eventuale autopsia e la successiva autorizzazione del magistrato competente. Ma a quanto pare i funerali di Commisso dovrebbero essere strettamente privati e all’alba, senza funzione religiosa in chiesa, secondo quello che deciderà il Questore di Reggio Calabria.
Giuseppe Commisso era un personaggio di altissimo livello della ‘ndrangheta operante nel mandamento jonico. «I tempi sono un po’ cambiati» – dice Commisso in una delle registrazioni, riferendosi al suo battesimo da ‘ndranghetista avvenuto negli anni Sessanta. «Quando hanno fatto a noi io dalla gioia non ho dormito per due, tre notti. Che soddisfazione!» – ricorda a proposito dei tempi in cui a Siderno la ‘ndrangheta si chiamava Antonio Macrì (detto U zi ‘Ntoni).
L’ARRESTO DI COMMISSO NEL 2010
L’arresto di Giuseppe Commisso avvenne nel 2010 con l’operazione Crimine, ritenuta la madre di tutte le indagini sulla ‘ndrangheta. Proprio da quell’operazione si scopre che il “Mastro”, oltre ad essere il reggente dell’omonima cosca sidernese ed essere il capo-locale di Siderno, era l’uomo di riferimento per il Crimine del Canada e dell’Australia. L’8 marzo 2012 si è concluso il processo e tra tutti gli imputati ha avuto la pena più grave, affrontando il processo con rito abbreviato, a 14 anni e 8 mesi di carcere che ha cominciato a scontare nel reparto 41-bis della casa circondariale di Novara. Le cronache giudiziarie parlano di un’altra condanna subita da Giuseppe Commisso il 20 gennaio 2015.
Venti anni di reclusione per le attività di infiltrazione in alcuni pubblici appalti, con sentenza pronunciata ad esito del processo con rito abbreviato, scaturito dall’operazione “La morsa sugli appalti pubblici”, eseguita dalla Polizia di Stato nell’estate del 2014. L’inchiesta, così come gran parte delle prove acquisite per “Crimine”, si basava principalmente sugli elementi acquisiti dalle intercettazioni ambientali eseguite all’interno della lavanderia Apegreen di Siderno, gestita dal “Mastro”, all’interno della quale, captate numerose conversazioni con altri influenti esponenti della ‘ndrangheta calabrese.
L’INCHIESTA
Un flusso di notizie fuoriuscito da quel che era considerato un riparo segreto della cosca, la lavanderia Apegreen, un versamento continuo di informazioni che, in molti casi, hanno ridisegnato la storia della ‘ndrangheta portando alla luce le sue innovazioni criminali determinate soprattutto dall’avvento del traffico di sostanze stupefacenti con l’America, un’attività che, in breve, avrebbe cambiato integralmente la fisionomia e l’essenza delle cosche calabresi ed in particolare di quella dei Commisso. l boss dal carcere impartiva ordini a due luogotenenti che continuavano a portare avanti gli affari dalla lavanderia Apegreen di Siderno.
Non sapevano però di essere ascoltati dalla Polizia grazie a delle cimici. Il Servizio Centrale Operativo ha così ricostruito i percorsi dell’inedito narcotraffico dei Commisso, tracciandone gli equilibri, geografie ed alleanze e impartendo oggi un durissimo colpo alla stabilità degli affari mafiosi della ‘ndrangheta jonico-reggina. Ma nonostante il carcere duro, secondo gli investigatori, Giuseppe Commisso, riusciva a gestire un traffico internazionale di stupefacenti. Chili e chili di polvere bianca che arrivava dal Venezuela al porto calabrese di Gioia Tauro. Ma gli interessi si estendevano anche in Africa e in Nord Europa. Lo ha scoperto la Polizia di Stato, nell’indagine denominata “Apegreen Drug” del gennaio del 2016, coordinata dall’allora Procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria, Nicola Gratteri. “U Mastru” è morto. E molti misteri, di fatti non passati dalle cimici delle forze dell’ordine, verranno sepolti con lui nella tomba.
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