Rosanna Scopelliti
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 ROSANNA SCOPELLITI LA FIGLIA DEL GIUDICE
- 1.1 Dottoressa Rosanna Scopelliti, cosa significa per lei, figlia di un magistrato ucciso, innamorato della verità, legato da una storia e da ideali comuni a quelli del giudice Giovanni Falcone, la strage di Capaci?
- 1.2 La figura di Francesca Morvillo che lei ha voluto ricordare, con la scelta di condividere fino alla fine il percorso di suo marito, riportano alla mente anche la figura di sua madre Anna Maria, che ha accettato di vivere nell’ombra, di non esistere, pur di stare accanto a suo padre.
- 1.3 Giovanni Falcone e Antonino Scopelliti, oltre che essere entrambi magistrati e combattere la mafia, pensa che avessero qualcosa in comune come persone?
- 2 Cosa rimane oggi del loro sacrificio? Cosa ci hanno lasciato in eredità Falcone e Scopelliti?
Nel giorno dell’anniversario della strage di Capaci perpetrata dalla mafia nel 1992, Rosanna Scopelliti ricorda il padre, il giudice Antonino Scopelliti ucciso dalla mafia il 9 agosto 1991
NON avevano voluto figli Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo. Perché non volevano lasciare orfani. I due magistrati morti il 23 maggio del 1992 a Capaci, insieme agli uomini della loro scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, erano ben consapevoli dei rischi che correvano. Così come lo era il giudice Antonino Scopelliti, ucciso il 9 agosto del 1991 sulla strada che da Campo Calabro porta a Villa San Giovanni, che si era occupato dei processi per la strage di Piazza Fontana a Milano, la strage di Piazza della Loggia a Brescia, gli omicidi di Aldo Moro, del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco e del capitano Emanuele Basile, oltre che dei processi per la morte del giudice Rocco Chinnici e della sua scorta, dei giudici Vittorio Occorsio, del giudice Mario Amato e del giornalista Walter Tobagi. E avrebbe dovuto dovuto sostenere l’accusa nel maxi-processo contro Cosa nostra in Cassazione.
ROSANNA SCOPELLITI LA FIGLIA DEL GIUDICE
Scopelliti una figlia l’ha avuta, Rosanna, ma in pochi sapevano della sua esistenza. «Ho vissuto fin da piccola in una famiglia nascosta a livello pubblico e quando i miei genitori dovevano portarmi fuori, mi mettevano in una grande borsa da tennis rossa. Per me era un gioco, il mio passeggino personale, per mio padre l’unico modo per tenermi al sicuro».
Neanche a scuola sapevano che Rosanna era la figlia del giudice Scopelliti. La dirigenza era al corrente della sua identità, ma per i suoi compagni di classe, suo padre si chiamava Pasqualino e faceva il medico. Rosanna sapeva, sin da piccola, di far parte di un ingranaggio familiare in cui tutti erano chiamati a tutelare la figura del padre. «Avvertivo la situazione di pericolo in cui ci trovavamo ma per me rappresentava un gioco, perché così mi era stato posto. E se anch’io avessi fatto la mia parte, a papà non sarebbe accaduto niente».
Dottoressa Rosanna Scopelliti, cosa significa per lei, figlia di un magistrato ucciso, innamorato della verità, legato da una storia e da ideali comuni a quelli del giudice Giovanni Falcone, la strage di Capaci?
«Io ho i miei ricordi di infanzia legati al giudice Falcone e alla moglie Francesca Morvillo che ha perso la vita accanto a lui. Perché mio padre era molto amico di Giovanni Falcone. Ricordo perfettamente le loro lunghe telefonate. Seppur fossi molto piccola, vedevo, come tutti, nel giudice Falcone una risposta di coraggio e di riscatto contro le mafie. Per me quel giorno della sua morte si rinnovò un dolore che già avevo vissuto, seppur fossi ancora una bambina, e poi nel corso degli anni ho avuto modo di ragionare sulla scelta di Francesca Morvillo nel voler rimanere accanto a suo marito e condividere con lui, da donna, sia la fine che entrambi avevano immaginato, che la sfida di vivere ogni giorno insieme. Ho avuto anche la possibilità di conoscere i familiari degli agenti di scorta che con il giudice hanno condiviso l’ultimo respiro e quello che prima era soltanto il dolore per la morte del mio papà, poi si è trasformato, è diventato tanto altro. Oggi vivo questo anniversario sia da figlia che vede in un magistrato la toga del proprio padre che come cittadina del nostro Paese che prova gratitudine verso tutti gli uomini e le donne che si sono immolati per assicurarci una giustizia giusta».
La figura di Francesca Morvillo che lei ha voluto ricordare, con la scelta di condividere fino alla fine il percorso di suo marito, riportano alla mente anche la figura di sua madre Anna Maria, che ha accettato di vivere nell’ombra, di non esistere, pur di stare accanto a suo padre.
«Sì, assolutamente. Questa è stata la sua scelta e quella di tutti noi che abbiamo accettato di non viverci come famiglia, di rinunciare alla normalità, di non poter fare un viaggio insieme, una passeggiata. E sono quelle scelte che tu sai di dover fare che pensi possano servano a qualcosa, a tutelare l’integrità della vita, della famiglia. Poi, purtroppo, nel nostro caso, come in quello di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, non è stato così. Ma lasciano, comunque, l’immagine di un amore che è la più alta forma di purezza e di bellezza, perché viversi sapendo di avere la morte addosso, di avere una data di scadenza che qualcuno ha deciso per te, non è facile. Stare insieme, nonostante tutto questo, con il sorriso e l’amore da dare ogni giorno, è sicuramente una lezione per tutti noi».
Giovanni Falcone e Antonino Scopelliti, oltre che essere entrambi magistrati e combattere la mafia, pensa che avessero qualcosa in comune come persone?
«Sicuramente sì: il sorriso stampato in faccia e il loro essere un po’ schivi. Credo che si somigliassero nella misura in cui si somigliano tutte le persone che decidono di servire il proprio Paese. Si somigliavano, soprattutto, nel rispetto e nell’amore della nostra Patria.
Non credo ci sia stata incoscienza nel loro voler andare avanti, nel voler comunque trovare delle verità, nel vivere concretamente quella giustizia di cui il Paese aveva bisogno. Penso che loro abbiano deciso, consapevolmente, di vivere giorno dopo giorno, di fare il proprio lavoro non da supereroi ma da uomini normali che avevano a cuore il nostro futuro. E sono convinta che questi siano gli stessi ideali di tutte le persone che decidono di servire il proprio Paese. Loro hanno pagato un prezzo altissimo in termini di dolore anche in vita. Come Paolo Borsellino, Rosario Livatino, tutti quelli che hanno scelto da che parte stare, una scelta che va a toccare tutte le sfere della propria esistenza, non soltanto quella professionale. Pensiamo a Falcone e a sua moglie che hanno deciso di privarsi del dono di avere un figlio.
Papà e mamma sono diventati genitori ma hanno vissuto tutto questo con grande preoccupazione. E questo significa, concretamente, andare verso una direzione con la consapevolezza di dover pagare un presso altissimo. Noi, come cittadini, dovremmo pretendere che queste scelte, invece, siano scelte normali e che non debbano assolutamente mettere a repentaglio delle vite».
Cosa rimane oggi del loro sacrificio? Cosa ci hanno lasciato in eredità Falcone e Scopelliti?
«Sicuramente tutto il lavoro che hanno fatto e poi l’esempio, un esempio che vale molto soprattutto per i ragazzi che scelgono spesso di seguire le loro orme in magistratura. Io credo che dal racconto delle loro vite e del loro sacrificio siano germogliati tanti esempi di positività. A me è capitato di incontrare una ragazza che avevo conosciuto quando ero molto più piccola e che adesso ha voluto prestare servizio nella Fondazione intitolata a mio padre ed è bellissimo che lei come tanti altri abbiano operato delle scelte nel solco della vita di mio padre, di Falcone, di Francesca Morvillo e di tanti altri. Ciò che diceva Giovanni Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”, è proprio vero».
Suo padre, Giovanni Falcone e tutte le persone uccise dalle mafie, morte per i loro ideali, per non essersi mai piegate alle logiche criminali, non crede che oltre ad essere ricordate ad ogni anniversario, meritino anche verità e giustizia?
«Assolutamente sì. Loro come tutte le vittime innocenti delle mafie. Verità e giustizia sono state garantite a pochi, purtroppo. E non parlo solo dei magistrati. Questo è un problema molto importante. Ottenere giustizia significa che il loro sacrificio non è stato vano. Lo Stato non deve solo indignarsi ma deve mettere in galera gli assassini e realizzare, quindi, quelli che erano gli ideali delle vittime. La giustizia è necessaria come la verità è fondamentale. E questa non deve essere la battaglia di Rosanna Scopelliti per suo padre ma è la battaglia di tutti quei ragazzi che io incontro nelle scuole, ai quali vorrei poter dire: “Mio padre è stato ucciso per questa ragione. C’è una verità giudiziaria”. Per questo sprono spesso la Magistratura a non fare passi indietro ma, anzi, ad andare avanti come sta succedendo recentemente sul caso di mio padre. È qualcosa che non devono solo a me e alla mia famiglia, ma lo devono soprattutto ai giovani»
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