Saverio Gangemi, autore del romanzo Calùra
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 La nascita di Calùra: da una verga morta spunta un noce
- 2 La natura prende il sopravvento
- 2.1 L’incipit mette subito in scena un evento fisico e quasi cosmico: un sole che brucia. Per Gangemi quanto è stato importante far partire la storia non da un personaggio, ma dalla calura come presenza?
- 2.2 La calura come prova fisica, spirituale e sociale. Gangemi ha pensato alla calura come a un personaggio?
- 3 Il mondo contadino, la memoria e le differenze sociali
- 4 La crisi della famiglia contemporanea
- 5 L’Aspromonte oltre gli stereotipi
- 6 Un realismo magico tra due Sud
- 7 Una lingua tra italiano, dialetto e tradizione orale
- 8 Un’epoca senza nome, tra peste e memoria storica
- 9 La narrativa trasforma i dati climatici in esperienza
- 10 L’ascolto come risposta alle fratture del presente
Saverio Gangemi racconta “Calùra”, il suo romanzo d’esordio in un Sud sospeso tra realismo magico e distopia
Che sia in tv o tramite le app dei nostri smartphone, siamo sempre informati sul meteo. Lo sappiamo perché stiamo vivendo la terza grande ondata di calore dell’estate 2026, forse la più calda e torrida mai registrata secondo la scienza, e sicuramente percepita dagli esseri umani e dal resto della natura. Sono tutti segnali di un cambiamento climatico ormai presente e innegabile, anche se c’è chi continua a nascondere la testa sotto la sabbia, non volendo vedere le vittime e le migliaia di ettari di bosco in fiamme.In questo scenario, Calùra, romanzo d’esordio di Saverio Gangemi pubblicato da Rubbettino, appare come una favola oscura, distopica e visionaria, capace di trasformare l’arsura in una parabola del tempo che stiamo vivendo.
Vincitore del Premio Demetra 2026 per la letteratura ambientale e insignito della Menzione speciale della Giuria alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino, Calùra è stato definito dai giurati «una versione originale di climate-fiction dai tratti allegorici», sostenuta da «un’invenzione linguistica che fonde con perizia registro colto, elementi dialettali e parole dismesse».
Il romanzo sembra svolgersi in un tempo sospeso, in un paese senza nome sul quale si abbatte una calura improvvisa e innaturale. È una narrazione ricca di particolari, capace di parlare di natura umana e clima, famiglia, storia e territorio. Gangemi in Calùra non mette in scena soltanto un clima impazzito: mostra che l’ambiente è il luogo nel quale si misurano i legami, le ingiustizie, le paure e le possibilità di una comunità. Ne abbiamo parlato a lungo con l’autore, nato in Brasile e arrivato da bambino in Calabria, diventata per lui una terra madre.
La nascita di Calùra: da una verga morta spunta un noce
Saverio Gangemi, da quale immagine, voce o ossessione è nato Calùra, il tuo primo romanzo?
«Calùra nasce da un’esperienza personale e ha avuto una gestazione lunga: per scriverlo ci ho messo quasi dieci anni. Tutto è partito da un episodio vissuto con mio padre. Eravamo in campagna e avevamo piantato quattro alberi di kiwi. A un certo punto hanno avuto bisogno di un sostegno e, accanto, c’era una verga spellata, apparentemente morta. L’abbiamo usata per sorreggere una delle piante. I kiwi non hanno dato frutto, ma da quella verga è spuntato un noce.Da questo scherzo della natura è nata l’idea iniziale: ho immaginato che da quel noce potesse svilupparsi un albero inesistente in natura, insieme magico e malefico, a seconda di come lo si osserva e lo si descrive.Poco dopo mi sono imbattuto anche in un quadro di Bruno Caruso e a tutto questo ho associato L’urlo di Munch. Ho capito che quei due nuclei narrativi potevano intrecciarsi. I libri, soprattutto, nascono così: da storie, episodi, parole o incontri che restano dentro e, lentamente, chiedono di venire fuori».
La natura prende il sopravvento
L’incipit mette subito in scena un evento fisico e quasi cosmico: un sole che brucia. Per Gangemi quanto è stato importante far partire la storia non da un personaggio, ma dalla calura come presenza?
«Era importante perché volevo che tutto partisse dalla natura, da un evento che sta per accadere. Non è l’essere umano a decidere tutto, ma è come se la natura iniziasse a prendere il sopravvento. La cappa si abbassa, il sole brucia con la forza di dieci soli, la morte avanza: muoiono le piante, gli animali, le persone. Sotto l’albero magico trova riparo la famiglia Lanzo. Un cambiamento apparentemente singolo nella natura modifica l’intero corso della storia. Non è neppure, in senso stretto, una climate fiction, perché non si tratta di un evento circoscritto, come un terremoto o un’alluvione, che nasce e muore: è qualcosa che perdura.»
«Più che a un personaggio, ho pensato a un contesto che investe un paese e una famiglia, provocando anche conseguenze psicologiche. Di fronte alla calura, l’uomo attiva il proprio istinto di sopravvivenza: può arrivare al cannibalismo, ma anche alla solidarietà. Pur di salvarsi mette in moto tutto ciò che fa parte della sua natura.Inoltre, la calura spoglia. Quando fa caldo ci spogliamo dei vestiti; nel romanzo l’essere umano si spoglia anche dei beni materiali, delle certezze, persino della fede. Comincia a interrogarsi su Dio, sulla religione e magari si affida a vecchie credenze contadine e popolari. È una calamità fisica, ma anche spirituale e sociale: mette alla prova un paese, le sue famiglie e le sue convinzioni».
Attraverso questo fenomeno racconti varie dimensioni, non soltanto quella fisica. Quali hai voluto privilegiare?
«Sono partito dai racconti di mio nonno, che ho registrato negli ultimi mesi della sua vita. Mi raccontava come vivevano, mangiavano e giocavano. Da lì è iniziata una ricerca anche nell’albero genealogico della mia famiglia.All’epoca il bracciante possedeva soltanto le proprie braccia, mentre il contadino, oltre alle braccia, aveva anche un piccolo pezzo di terra. Mi interessava raccontare questa differenza sociale, ma anche recuperare il valore della tradizione orale: le famiglie riunite intorno al braciere, le storie tramandate di padre in figlio.Mi ha colpito molto anche l’idea dell’immutabilità: fino a un certo punto della storia, il figlio del bracciante doveva fare il bracciante, quello del contadino il contadino. Soltanto con il boom economico, dagli anni Sessanta, si è aperta una possibilità diversa: il figlio di un contadino poteva aspirare a diventare medico.In Calùra racconto un mondo contadino che non esiste più, una famiglia che si raccoglie sotto un albero malefico e racconta lutti, amori mai dichiarati, amori platonici e la malattia che ha colpito Mastrominio, la mutaria. Da quella vicenda nascono anche i silenzi e le fratture tra fratelli».
La crisi della famiglia contemporanea
In questo senso Calùra racconta anche la febbre del presente?
«Sì. Oggi la famiglia spesso non è più un punto di riferimento. I fratelli non si parlano per questioni ereditarie o per motivi apparentemente banali. C’è una fragilità familiare che fa paura.Nel passato, il nonno Lanzo era il capostipite: la sua parola aveva un peso, ci si affidava al giudizio e alla saggezza dell’anziano. Oggi quella funzione sembra perduta. Il padre tende a diventare amico del figlio, si parla di famiglie allargate, ma si è perso qualcosa dell’autorità familiare, non nel senso dell’autoritarismo, bensì come presenza e riferimento».
Tra Chiesa, magare e credenze popolariAnche la Chiesa e le credenze popolari hanno un ruolo importante, giusto?
«La Chiesa aveva un ruolo centrale, ma allo stesso tempo c’era un doppio movimento: la mattina ci si batteva il petto in chiesa e il pomeriggio ci si rivolgeva alle magare per sapere come sarebbe andata la campagna o per cercare risposte. Un episodio che mi ha colpito fu un’omelia di monsignor Bregantini a Polsi, nella quale invitava le donne a non rivolgersi più alle magare. Mi sono chiesto perché un monsignore sentisse il bisogno di pronunciare parole simili. Mia nonna mi raccontò, per esempio, che suo fratello era prigioniero in Africa e la famiglia non sapeva se fosse vivo o morto. Andarono da una magara, che disse loro di aspettare fino alla fine di maggio e di andare alla corriera. In quei giorni arrivò una lettera: il fratello era vivo, prigioniero in Africa. Nel libro metto in discussione anche la fede, perché quel rapporto tra religione e credenza popolare faceva parte di un culto diffuso, di un immaginario e di una necessità umana. Oggi forse accade meno, ma era una realtà importante».
L’Aspromonte oltre gli stereotipi
Quanto contano, nella tua scrittura, l’Aspromonte e la casa dei nonni?
«Per me era la casa dei balocchi, delle grandi storie e del cibo: penso alle polpette di melanzane di mia nonna, che oggi non ritrovo più da nessuna parte.I nonni raccontavano anche un modo diverso di vivere i rapporti. L’Aspromonte, poi, non è soltanto quello dei sequestri, della mafia e delle cronache nere. Quella è stata una fase drammatica, ora finita, ma non esaurisce un territorio. Vivendolo ho scoperto storie e leggende che non puoi conoscere se non lo attraversi. È una montagna bellissima e aspra, capace di generare ispirazione».
Un realismo magico tra due Sud
Nel romanzo convivono realismo, leggenda, peste, duca, magare, albero e lucciole. Ti riconosci nella definizione di “realismo magico meridionale”?
«Calùra per me è soprattutto un romanzo distopico, con elementi di realismo magico, forse vicini alla letteratura sudamericana. Ho origini brasiliane, sono stato adottato e sono arrivato in Calabria.L’idea di partire da un profondo Sud per arrivare a un altro profondo Sud mi affascina molto. Quando ho messo piede e radici in Aspromonte ho scelto di dedicarmi a questa terra e di raccontarla oltre gli stereotipi».
Una lingua tra italiano, dialetto e tradizione orale
Racconti un Sud non folkloristico né decorativo. Anche la lingua, densa e fisica, mescola italiano, dialetto, arcaismi e modi popolari. Come hai trovato questa voce?
«Racconto il Sud che ho vissuto e visto. Il linguaggio ne risente: nel romanzo inserisco parole dialettali dentro frasi italiane, perché appartengo a un’ultima generazione cresciuta nella tradizione orale, nella quale il dialetto veniva italianizzato.Dico sempre che un libro nasce anche dal “parla come mangi”. Non avrebbe avuto senso ambientare questa storia in quel mondo e poi usare un italiano completamente neutro. Ho scritto il libro nel contesto in cui l’ho vissuto».
Un’epoca senza nome, tra peste e memoria storica
Perché hai scelto un tempo storico non dichiarato, ma riconoscibile?
«Ho ambientato il romanzo in un’epoca che non nomino esplicitamente, ma che emerge attraverso gli elementi paesaggistici, la macchia mediterranea, una città rivolta verso il mare, i riferimenti alla peste e alle carestie.C’è anche un legame con una storia precisa. Nel Cinquecento la peste colpì duramente Messina. Gli abitanti di Palmi furono tra i primi ad aiutare i messinesi, portando cibo e soccorsi. Come segno di ringraziamento, Messina donò ai palmesi il capello della Madonna: da qui nascono la Varia e il gemellaggio tra Palmi e Messina. Anche le patate hanno un significato storico. Arrivate dopo la scoperta dell’America, vennero accolte con sospetto: crescendo sottoterra, erano considerate da molti un cibo del diavolo. Sono dettagli che permettono al lettore di avvertire un’epoca senza che io debba indicarla apertamente».
La narrativa trasforma i dati climatici in esperienza
Oggi parliamo spesso di crisi climatica attraverso dati, grafici e allarmi. Tu la racconti invece attraverso corpi, sete, fame, paura, fede e ombre. La narrativa può dire qualcosa che il discorso scientifico non riesce a dire?
«La scienza fornisce dati indispensabili, ma la narrativa può trasformare quei dati in esperienza, può lanciare segnali e creare consapevolezza in modo più immediato. Può far entrare il problema nelle emozioni e nella vita delle persone. Stiamo andando verso l’autodistruzione e bisogna prenderne coscienza. Se la politica non affronta seriamente questi temi, non possiamo pretendere che siano soltanto i cittadini a farsene carico. Ma il problema esiste ed è sempre più visibile anche nelle temperature fuori norma»
L’ascolto come risposta alle fratture del presente
Che cosa speri resti al lettore dopo aver letto Calùra?
«Io ho consegnato un libro e sarà il lettore a dirmi che cosa ha provato, capito e percepito; soprattutto, che cosa gli ha smosso dentro. Con il progetto Gutenberg sono andato nelle scuole e alcuni ragazzi mi hanno detto che il romanzo li ha fatti pensare molto. Mi hanno raccontato di una generazione che sente di non avere più punti di riferimento. Eppure è una generazione straordinaria: istruita, capace di viaggiare, di parlare le lingue e di usare strumenti tecnologici avanzati. Forse le manca qualcuno che la ascolti, che le dica: “Dai, forza, coraggio”. L’ascolto è centrale anche nel romanzo. La mutaria non è stata inserita per caso: non possiamo accettare che oggi, proprio nelle famiglie che dovrebbero proteggerci, non ci si parli e non ci si ascolti più. Molte fratture nascono da soldi, eredità, rivalità e orgoglio. Ma chi siamo, se rinunciamo a parlare?»
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