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A novant’anni dalla fine del confino dello scrittore Cesare Pavese a Brancaleone Calabro, Rubbettino riporta in libreria “Il carcere” in una nuova edizione curata da Monica Lanzillotta


«Ho scoperto un nuovo mondo: la Calabria. È una terra di una bellezza incredibile, ma di una tristezza che ti entra nelle ossa».
Cesare Pavese arriva a Brancaleone nell’estate del 1935 con un treno lento e una valigia leggera. Ha ventisette anni, Lavorare stanca quasi pronta, e tre anni di confino firmati dalle autorità fasciste. Davanti a lui, un borgo di pescatori sullo Jonio. Dietro, Torino, Einaudi, il caffè Platti, e una condanna per corrispondenza con una donna che, a sua insaputa, militava nel Partito Comunista clandestino.

LA GROTTESCA VICENDA DEL CONFINO DI PAVESE A BRANCALEONE


La storia del suo arresto è grottesca nel modo tipico delle tragedie burocratiche del fascismo. Pavese non era un militante. Traduceva Melville e Faulkner, scriveva poesie in endecasillabi. Il suo torto era l’amore, tenere una corrispondenza con Tina Pizzardo, la “donna dalla voce rauca”, a cui aveva dedicato poesie tormentate, e che la polizia politica sorvegliava. Quando l’OVRA perquisì l’appartamento di lei nel maggio 1935, trovò anche le sue lettere. Il 15 maggio fu arrestato; il 3 agosto, dopo mesi di carcere preventivo, il tribunale speciale lo spedì al Sud. «In fondo all’Italia».

BRANCALEONE, LA PRIGIONE SENZA SBARRE


Brancaleone è incastrata tra l’Aspromonte e lo Jonio. Per un uomo cresciuto tra le biblioteche di Torino fu un impatto fisico oltre che culturale. Non c’era libreria, non c’era cinema, nessuno con cui parlare di libri. Il dialetto calabrese gli era incomprensibile quanto l’aramaico. Lui che aveva costruito il suo immaginario sull’America letteraria, Conrad, Anderson, Dos Passos, si ritrovò in un posto che non assomigliava a niente di quello che aveva letto. Qualcosa di quel paesaggio, la durezza delle rocce, i calanchi, il mare, i silenzi delle notti joniche, inevitabilmente finì nella sua scrittura. Quella vena avrebbe trovato sbocco quindici anni dopo in La luna e i falò, scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, pochi mesi prima del suicidio. Il confino durò fino al 13 marzo 1936, quando la pena fu ridotta. Quei dieci mesi, però, gli erano già entrati dentro.

GLI ANNI DELLA SCRITTURA DE “IL CARCERE”


Tra il 1938 e il 1939 scrisse Il carcere. Protagonista è Stefano, un ingegnere del Nord mandato al confino in un paese del Sud. Il mare è sempre lì, come «la quarta parete della sua prigione». La reclusione smette di essere solo una condizione legale: il protagonista capisce che la fuga non lo libererebbe da se stesso. Il romanzo uscì nel 1948 insieme a La casa in collina, nel volume Prima che il gallo canti.

La copertina del libro

RUBBETTINO RIPORTA IN LIBRERIA IL CARCERE DI CESARE PAVESE

A novant’anni dalla fine del confino, Rubbettino riporta in libreria “Il carcere” in una nuova edizione curata da Monica Lanzillotta, che ricostruisce la genesi del romanzo e il suo legame con l’esperienza calabrese.
La nuova edizione proposta da Rubbettino restituisce autonomia e rilievo a un’opera fondamentale, troppo spesso letta soltanto in relazione ad altri testi pavesiani, e la riconsegna ai lettori come snodo decisivo della maturazione narrativa dello scrittore. Nel lavoro di cura, Monica Lanzillotta valorizza la genesi del romanzo e il legame profondo con l’esperienza calabrese, mostrando come proprio nell’isolamento del confino si sia formata una delle voci più alte della letteratura italiana del Novecento.

NOVANTA ANNI DOPO

A novant’anni dalla fine del confino, Il carcere torna così in libreria come memoria storica, testimonianza civile e opera di sorprendente modernità, capace di parlare ancora al presente attraverso il tema universale della solitudine e del rapporto tra individuo e destino. Con una scrittura essenziale e rarefatta, Pavese costruisce un romanzo in cui la tensione narrativa si concentra nei movimenti minimi della coscienza, negli sguardi, nei silenzi e nella distanza incolmabile tra individuo e mondo. Il carcere fisico si trasfigura così in metafora universale della condizione umana, anticipando temi che diventeranno centrali nella letteratura del secondo Novecento.

IL CONFINO E LA FRATTURA


Dal punto di vista biografico, il confino in Calabria si colloca come una frattura: interrompe la vita torinese dello scrittore, ma gli offre un laboratorio di osservazione sociale e psicologica che resterà centrale fino al suicidio del 1950. Le pagine diaristiche inaugurate a Brancaleone accompagnano tutta la sua maturazione letteraria, fino agli ultimi, disperati appunti torinesi.
Novant’anni dopo: perché rileggere Pavese oggi
In un’epoca in cui il Sud Italia torna al centro del dibattito culturale e politico – tra migrazioni, spopolamento, rinascite locali e restanza – la storia del confino di Cesare Pavese a Brancaleone Calabro ha ancora qualcosa da dire. Dice che i luoghi periferici non sono vuoti: sono pieni di vita che aspetta di essere capita, di storie che aspettano uno scrittore abbastanza umile da ascoltarle.

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