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Cercare, e poi assistere, prendersi cura. Non è andarsela a cercare, come troppi insolenti avevano sindacato, seguitando ancor oggi, col quel gusto perverso, cinico, somaro quando la protagonista di una barbarie è donna. Silvia se li è andati a cercare, sì, i bambini più poveri della Terra. Rivoluzionaria, non smaniosa d’altruismo. E la rivoluzione è andare al fronte per salvare fosse anche uno soltanto, perché il sangue pazzo adda uscì come si sussurrava nelle case antiche quando i rivoluzionari un ultimo bacio e sbattevano la porta senza sapere se avrebbero mai fatto ritorno. Pazzi, visionari, dissennati, ma per passione e sentimento. Altro che smanie che si sarebbero potute soddisfare in una mensa Caritas sotto casa, come imbrattano in prima pagina i bamboccioni sopravvalutati che ruotano attorno al marcio teatrino del giornalismo-star (giornalismo?) italiano, con tutta la sua smania, quella sì, di noiosissima provocazione.

Anche Giulio Regeni se l’era andata a cercare? Peccato però che la verità sul suo assassinio non verrà fuori dai circensi di poltroncine e telecamere, né dalle zone grigie egiziane e delle ambasciate italiane dormienti, che resistono e tramano contro. Ma chissà, proprio in qualche misura grazie alla spinta emotiva che ha scatenato la liberazione di Silvia. E potrebbe essere anche vero che stavolta andrà tutto bene per Patrick George Zaki, come la street artist romana Laika ha fatto dire a Giulio nel murales (poi rimosso) accanto all’ambasciata d’Egitto a Roma nell’atto di abbracciare lo studente e attivista egiziano che a Bologna seguiva un master sugli studi di genere e arrestato il 7 febbraio scorso al suo arrivo al Cairo, dove era atterrato per una breve vacanza che si è tramutata in un incubo tra omissioni e torture.

Un altro che se la cercava? No, giovani col cuore da combattenti appassionati, consapevoli, su un fronte invisibile e addirittura deriso dalle logiche perverse del mondo: la conoscenza, e quindi la cura. E’ vero che sta accanto a noi chi soffre, ma occorrerà pure che qualcuno si inzuppi le mani di sangue tra le ferite sanguinanti degli inferni del mondo. Silvia Romano non era, non è una sprovveduta ragazzina. Non una buonista e cialtrona, come una triviale propaganda ha cercato di far passare, come se bontà d’animo e slancio all’azione fossero poi macchie, non virtù. I bambini orfani del villaggio di Chakama, nel Kenya, a una ottantina di chilometri dalla Malindi, la Malindi dei pieghevoli d’agenzia per ricchi, dei compratori di sesso, o degli italiani invasori barbarici alla Briatore, al domani non pensano mai. Non sanno se ci sarà. Molti adulti non hanno indossato una sola volta un paio di scarpe, ma con garbo attraversano la poca vita su quei cammini polverosi di terra rossa.

E’ un villaggio tra i più poveri al mondo, forse il più povero. Sta al di là del fiume Galana, e ci si arriva dopo aver attraversato la savana punteggiata di baobab col cuore in gola, sapendo bene a che cosa si va incontro. Silvia lo sapeva, non era andata alla fine degli inferi per filantropia da quattro soldi di cui pure sono pieni la Storia e il pianeta. E il grande guaio è che nessuno si è più occupato di questi piccoli da quel 20 novembre del 2018. Tutto a Chakama si è fermato, come nelle corti dei castelli di una fiaba spaventosa: pietrificati i bambini, gli aiuti, la notte, il giorno. Era un villaggio all’inferno, e all’inferno è stato rimandato. Silvia ci era arrivata per cercare, assistere, consolare. Si pensi a quali sacrifici abbia dovuto sopportare in 18 mesi di prigionia, con un tempo che dentro si dilata, è infinito, si pensi alla forza che ha avuto. Adesso, certo, è anche il tempo dei pruriti sulla conversione all’Islam. Come se fosse questo il nodo centrale del dramma e non quei suoi tanti lati oscuri, che forse tali resteranno; dai tempi, al “no” secco di Roma dopo la richiesta di riscatto ad appena venti giorni dal sequestro, al ruolo dell’intelligence italiana.

E se pure fosse, non si riesce a riflettere per esempio sul fatto che una donna in mano a bande di sconosciuti armati possa aver dichiarato sì a Maometto per alleviare la sua condizione? E secondo, dove si poggia lo scandalo nella eventualità di una conversione volontaria e meditata (ovvio, non all’Islam dei jihadaisti somali di al-Shabab)?

Chi scrive ha incontrato e diviso il pane in giro per il mondo con moltissimi veri musulmani, non secondi a nessuno in quanto a fede e spiritualità. Nella Grande Moschea degli Omayyadi, a Damasco, si prega in ginocchio davanti alla tomba di San Giovanni Battista, dove la tradizione vuole che sia conservata la testa che Erode gli fece mozzare su istigazione di Erodiade. Musulmani che venerano un santo cristiano, l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento. Per non dire dei due minareti più alti di quel tempio, dedicati uno a Gesù e l’altro Maria: non suoni come un sacrilegio, perché è verità.

E la verità non sta nelle fonti ufficiali, né tra gli odiatori di professione spalleggiati da certa stampa da spazzatura indifferenziata. È come l’amore la verità, e chi ama, parte. Il suo amato se lo va a cercare. Silvia ha cercato quei bambini, i bambini più poveri della Terra, non se l’è andata a cercare facendo le acrobazie su una ruota impennando col motorino.

Così ha il profumo della grazia la sua liberazione. Ci ha fatto bene. Avevamo bisogno di questo aroma come d’olio di nardo in mezzo alla tempesta costretta e introversa dei nostri condomini e delle nostre vite per strade semivuote, tra le file, a occhi bassi. Silvia, senza cognome, perché una di famiglia. Siamo stati tutti un poco madri, padri, sorelle, suoi fratelli in questi quasi due anni, e sebbene non se ne parlasse più (opportunamente) tutti abbiamo pensato al suo sorriso e sperato tacendo. Torna a casa di ciascuno, e libera ciascuno un po’ perché ci fa dono proprio adesso d’una improvvisa emozione che ci guarisce, anche immaginando le sue di sopportazioni rispetto ai due mesi di nostra piccola clausura. Silvia che è libera, forse libera tutti. Hata vitunguu. È swahili, la lingua che si parla nel Kenya e in Somalia. Idioti compresi, significa.

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