X
<
>

Le Castella

5 minuti per la lettura

Christopher Nolan per il suo adattamento dell’Odissea ha scelto diverse location italiane, ma studi e leggende riconoscono tanti luoghi della Calabria nell’epopea di Omero.


C’È un viaggio che è topos, luogo dell’immaginario, archetipo generativo della nostra civiltà: è il nostos dell’eroe dell’ingegno, il vagabondare di Ulisse nel Mediterraneo, l’Odissea di Omero.
Dall’epopea Christopher Nolan ha tratto il suo adattamento, uscito al cinema da pochi giorni, un progetto ambizioso per il quale il regista ha reclutato un gruppo stellare di attori che comprende Matt Damon, Anne Hathaway, Charlize Theron, Samantha Morton, Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal, John Leguizamo.

I mezzi economici di cui Nolan dispone per le sue produzioni non tradiscono il risultato visivo, reso anche grazie alla scelta di location suggestive.
Tra i luoghi eletti a set per il grande schermo l’isola di Favignana in Sicilia è il luogo scelto per Itaca. Nell’arcipelago delle Egadi, a largo della costa nord-occidentale della Sicilia, alcuni studiosi hanno identificato nella più grande “L’isola delle capre”, il luogo in cui Ulisse sbarcò con la sua ciurma per far scorta di cibo.

I SITI DELLA CALABRIA IN CUI RICONOSCERE L’ODISSEA DI OMERO

Tuttavia, sono numerose le interpretazioni delle fonti che riconoscono nella Calabria la maggior parte dei luoghi dell’Odissea, infatti qui prendono vita le narrazioni del mito omerico saldate con la storia di queste terre e dei suoi mari. Sono luoghi scelti per elezione o destinati per condanna, lidi imposti dal caso per divenire dimora immortale di dee, ninfe e creature di divina natura.

I MOSTRI DELLO STRETTO: SCILLA E CARIDDI

Primo fra tutti questi luoghi è Scilla, dove oggi sorge la rocca fortificata, ma un tempo fu il covo del mostro latrante che ghermì la nave di Ulisse decimandone i compagni.

castello scilla.JPG
Scilla

Circe avvertì l’eroe del pericolo che avrebbe corso navigando sulle acque dello Stretto, perché conosceva profondamente il mostro dell’incubo che ella stessa aveva generato con la sua magia. Fu per gelosia che la maga trasformò Scilla, dall’incantevole ninfa che era, in un essere deforme con le gambe da serpente e sei teste di cani rabbiosi. Guardandosi riflessa in acque limpide Scilla scelse di nascondersi nelle profondità marine non lontano dal divoratore di acque di nome Cariddi. Qui, l’abissale odio per Circe le raggelò l’anima, rendendola implacabilmente feroce nei confronti dei navigatori che si avventuravano nella spelonca ignari della sua furia.

L’ISOLA DI CALIPSO A LE CASTELLA

Gli storici antichi Plinio il Vecchio e Diodoro Siculo riportano nei loro trattati la presenza, dinnanzi a Crotone, di un arcipelago di isole a poca distanza dalla costa. La tradizione narrativa sostiene che una di queste fosse Ogigia, l’isola di Calipso, dove Omero racconta che Ulisse trascorse dieci anni prima di proseguire il suo viaggio di ritorno all’amata Itaca.

La ninfa Calipso era figlia di Atlante e quando gli dèi sfidarono i titani, la giovane si schierò dalla parte del padre. La sua fedeltà le costò la condanna a vivere tutta la sua lunga vita immortale sull’isola di Ogigia. Qui, abitava una grotta profonda con molte sale, aperta su giardini naturali e un bosco sacro con grandi alberi e sorgenti.
La nave di Odisseo, dopo aver affrontato i mostri di Scilla e Cariddi fu distrutta e il suo equipaggio trovò nel mare una triste sorte. Solo l’eroe riuscì a salvarsi e dopo nove giorni, naufragò sulle rive di Ogigia. “Colei che nasconde”, questo significava il suo nome, accolse Ulisse e lo trattenne con il suo amore offrendogli invano l’immortalità.

L’epico trionfatore di Troia, infatti, conservava nel suo cuore il desiderio di tornare a Itaca e la dea Atena, sentendo la profondità della sua nostalgia, inviò Ermes a Ogigia per liberarlo. Così Calipso non poté sottrarsi ancora una volta al suo fato funesto, diede al suo amato il legname per costruirsi una zattera e gli indicò anche su quali astri regolare la navigazione. Non ci è dato sapere quando ma, tra il lungo addio di Ulisse e Calipso e i nostri giorni, le isole dell’arcipelago furono inghiottite dal mar Jonio e l’unica superstite, erede del mito, è proprio Le Castella.

LA PROFETESSA MANTO A CAPO VATICANO

Fra i calabresi si tramandarono le antiche forme greche di divinazione che traevano auspici dai segni naturali e nel costone di roccioso chiamato Capo Vaticano (dal latino vaticinium, ossia oracolo) permangono le vestigia linguistiche della presenza divinatoria alla quale i naviganti si rivolgevano per chiedere consiglio e sfuggire alle minacce delle acque. Si narra che proprio dal più alto promontorio del luogo si affacciasse Manto, conosciuta come la profetessa a cui anche Ulisse chiese aiuto per proseguire il suo viaggio nel Tirreno e superare il pericolo di Scilla e Cariddi.

Capo Vaticano

La parola Manto deriva dal greco manteuo che significa interpretare la volontà divina e proprio da esso prese il nome lo sperone roccioso sottostante Capo Vaticano che fu chiamato Mantineo. La leggenda vive ancora oggi, poiché l’asprezza e la bellezza immutata di questi luoghi hanno conferito una certa sacralità a questo litorale della Calabria ribattezzato Costa degli Dei.

IL VIAGGIO DELL’ODISSEA SECONDO GLI STUDIOSI

Ci sono poi coloro che hanno studiato le tempistiche del peregrinare omerico e hanno stabilito che, in soli 60 giorni di navigazione (tanto durò il tempo per mare al netto delle soste), Ulisse non avrebbe potuto veleggiare per tutto il Mediterraneo ma soltanto percorrere la rotta della Magna Graecia. Un suggerimento per il prossimo cineasta che si cimenterà con l’Odissea è certamente di guardare alla Calabria come set per le riprese così come Omero la scelse per ambientare la più iconica delle epopee di tutti i tempi.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA