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Antonio Nicaso

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Intervista allo storico delle mafie Nicaso sul nuovo libro, “Come radici”, scritto insieme al procuratore Gratteri


SI può rompere con il passato e affondare le proprie radici in una terra nuova. Questo il messaggio che emerge con forza dal nuovo romanzo per ragazzi scritto da Antonio Nicaso e Nicola Gratteri. Un’opera dall’indubbia valenza pedagogica, che è un po’ la prosecuzione di quell’attività di coscientizzazione che lo storico delle mafie e il procuratore svolgono da tempo. Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss, è un ragazzino con un passato difficile a cui però è stata offerta una “messa alla prova”, una misura alternativa al carcere. Le loro storie si incrociano e mostrano come le seconde opportunità siano una prospettiva percorribile. Una storia coinvolgente, che si legge tutta d’un fiato e ci dice che il cambiamento è possibile. Ne abbiamo parlato con il professor Nicaso.


Il nome del protagonista è “Carlo Marino”. Un omaggio al compianto storico della mafia?


«Giuseppe Carlo Marino è stato un grande amico e un punto di riferimento nella storiografia della mafia. Tutti noi che ci occupiamo di questo fenomeno siamo partiti dalla sua “Storia della mafia”. Un libro fondamentale per comprendere le relazioni della mafia siciliana con l’élite sociale e quanto fosse legata alle classi dirigenti. Abbiamo pensato con Nicola di chiamare il protagonista “Carlo Marino”, ritenendo che fosse giusto ricordarlo».

Perché scrivere proprio oggi un libro sulle seconde opportunità?


«Sono uno degli aspetti più importanti della crescita, soprattutto quando si è giovani. Avere una seconda opportunità significa riconoscere che nessuno è perfetto. Sbagliare fa parte del percorso. Un errore non definisce chi siamo, è solo un momento, non la nostra identità. La seconda opportunità è una possibilità di ricominciare ma anche un’assunzione di responsabilità, per comprendere ciò che è successo. Trarre insegnamento dall’errore è la vera crescita, perché vuol dire che decidiamo di fare meglio. Nella nostra esperienza con i ragazzi abbiamo notato che questo è fondamentale. Si ha paura di sbagliare o di essere giudicati, ma gli errori sono occasioni preziose per capire chi vogliamo essere. Le seconde opportunità insegnano che si può cambiare strada, migliorare, costruire un futuro diverso anche se si parte da condizioni difficili. L’ambiente non ci condiziona per forza, se ne può venir fuori. Anche in contesti difficili coloro che fanno scelte di campo giuste sono più di quelli che restano impelagati».


Colpisce la descrizione così vivida dei paesaggi, dall’aria di primavera alle mani nella terra. Cosa rappresenta questa terra per chi, come lei, è andato via dalla Calabria e cosa prova ogni volta che vi ritorna?


«Dico sempre che dalla Calabria non sono mai partito, almeno con la testa. “Come radici” non è un libro autobiografico anche se di primo acchito qualcuno potrebbe pensare che stiamo parlando di Nicola Gratteri. In realtà Nicola in Calabria torna spesso. Ci ha lavorato. Continua ad avere casa in Calabria. Chi manca fisicamente da 36 anni dalla Calabria sono io. Questo richiamo alle radici è più mio che di Nicola, che solo recentemente ha lasciato la Calabria e appena ha la possibilità ci torna».


Il contatto con la terra che sembra avere una capacità rigenerativa per il protagonista. Un riferimento autobiografico, stavolta, al procuratore Gratteri, del quale è nota la passione per la campagna?


«C’è qualcosa di autobiografico nel legame con la terra che diventa una sorta di psicologo naturale. I nostri vissuti, miei e di Nicola, si completano. C’è la mia voglia di tornare e la sua di farvi crescere qualcosa. Ma è un messaggio di speranza. Si può sempre scegliere di diventare la versione migliore di se stesso, e questo si riferisce non solo a chi sbaglia ma anche a chi ha lasciato la propria terra e non lo rifarebbe. Ma è bello anche partire perché poi c’è la possibilità di tornare. Tutto quello che fai, dalle cose che vedi alle persone che incontri, le fai con l’idea di tornare dalla famiglia. È quello che penso spesso quando sono in giro per il mondo».


C’è anche un riferimento a Giuditta Levato e alle lotte contro il latifondo. Quanto è importante oggi far conoscere quelle pagine di storia ai ragazzi?


«Anche in “Senza scorciatoie” abbiamo usato la stessa tecnica. Riteniamo che l’esempio sia più importante delle parole. L’esempio di chi voleva cambiare le cose e riscattare la propria terra, di chi ha combattuto e ha segnato una strada. Raccontare le loro storie è un invito a cercare nel nostro passato la linfa per trovare la forza di combattere e condividere una speranza. Chi legge magari non si sofferma solo su quello che diciamo ma poi va ad approfondire la conoscenza dei protagonisti della storia».


A un certo punto il procuratore si rende conto che l’unico modo per spezzare la catena della prevaricazione e della violenza mafiosa è l’educazione. Quali nuovi sistemi pedagogici oggi dovrebbero essere messi in campo?


«La pedagogia del fare, del riscatto, della voglia di combattere Faccio sempre riferimento alla pedagogia dell’antimafia di Giancarlo Costabile e all’impegno di quei docenti che non si fermano solo a raccontare le cose ma indicano ai giovani un percorso verso il riscatto e suggeriscono di restare. Oggi abbiamo strutture d’eccellenza come l’UniCal. La visione del nuovo rettore, Gianluigi Greco, invita a restare. È una visione che non consegna i passaporti accanto alla laurea e che sta segnando un percorso. Se si vuole studiare l’IA, la fisica, le materie umanistiche è possibile restare e avere successo anche in Calabria. Questa pedagogia è importante perché promuove l’idea che il sacrificio rende liberi. Sta venendo fuori dalla Calabria un segnale di speranza, se ci si assume la responsabilità di combattere, non da soli ma con gli altri, per costruire una società migliore. Un segnale di speranza che ci piace promuovere e condividere con una piccola storia che può far riflettere».


La storia racconta un cambiamento possibile, grazie alla “messa alla prova”. “La giustizia non lavora per punire ma per aiutarti a capire dove hai sbagliato”, dice Elio…


«Ogni seconda possibilità nasce da qualcuno che decide di non voltarsi dall’altra parte. Non esistono ragazzi che hanno sbagliato ma adulti che hanno deciso di non credere in loro. Le seconde possibilità non sono un regalo ma una conquista che richiede fatica. Cambiare il proprio destino è possibile ma è qualcosa che non si fa da soli. Lo si fa condividendo la voglia di riscatto, costruendo momenti, creando relazioni che possono continuare nel tempo. Ecco perché i giovani devono unirsi, organizzarsi, costruire da adesso la società del domani».


L’immagine finale della malapianta della ‘ndrangheta che infesta tutte le altre è potente. Ma è possibile mettere radici in una terra capace di produrre nuovi frutti…


«Nascere in un contesto difficile non è una colpa. Ma non si può restare senza provare a cambiare le cose. Bisogna prendere coscienza delle proprie potenzialità. Nessuno ha un futuro segnato. Non dobbiamo abbatterci. Dobbiamo vincere la rassegnazione e fare qualcosa per cambiare il nostro destino, che può mutare direzione. Siamo noi i protagonisti della nostra vita».

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