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Jeremy Allen White in una scena di The Bear

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CARMY non è più in cucina, ed è la prima cosa che The Bear ci chiede di accettare. Non un colpo di scena, non un cliffhanger da smaltire in un weekend: una sottrazione, silenziosa, dell’unico corpo che per quattro stagioni aveva tenuto insieme rabbia e talento come fossero la stessa sostanza. Christopher Storer chiude la sua serie con otto episodi usciti in blocco su Disney+ il 26 giugno, e lo fa senza cedere alla tentazione più ovvia, quella di trasformare l’addio in un evento.

Il ristorante resta aperto, il servizio continua, e la macchina narrativa che per anni ci ha abituato a piani sequenza mozzafiato e crisi di nervi in tempo reale rallenta, finalmente, il proprio battito.

Può esistere un The Bear senza Carmy?

Può esistere un The Bear senza Carmy? È qui che la serie gioca la sua carta più rischiosa e a mio avviso più riuscita. La struttura, da sempre frammentata, un mosaico caotico, costruita per accumulo di dettagli tecnici e traumi non detti, in questa stagione conclusiva perde parte del proprio caos apparente senza perdere densità: anzi, la densità cresce proprio perché la forma si scioglie. Sette degli otto episodi convergono verso un unico servizio, quello definitivo, e la scelta produce un effetto opposto a quanto ci si aspetterebbe da una stagione più lineare. Meno frenesia in superficie, più pressione sotto, come se la serie avesse imparato a fidarsi dei silenzi tanto quanto un tempo si fidava del rumore.

Il merito, va detto subito, non è solo di regia o montaggio. È della scrittura, prima di tutto, e di una recitazione che in questi cinque anni ha costruito qualcosa che raramente la televisione seriale riesce a sostenere: personaggi che invecchiano davvero, non solo anagraficamente.

Carmy, Richie e Tina

Jeremy Allen White consegna a Carmy un’uscita di scena senza redenzione plateale, un uomo che lascia la cucina proprio quando arriva il riconoscimento che aveva inseguito, e lo fa con una recitazione sottratta, fatta di sguardi trattenuti più che di monologhi liberatori. Ayo Edebiri, dal canto suo, porta Sydney in un territorio più maturo, quello di chi eredita un peso che non aveva scelto ma che ormai le appartiene. Entrambi sono due attori che stanno già facendo parlare moltissimo oltre questa serie.

Sono però Richie e Tina, i personaggi che partivano da più lontano, a restituire la misura reale di questo percorso quinquennale. Ebon Moss-Bachrach e Liza Colón-Zayas hanno costruito, episodio dopo episodio, un’evoluzione che oggi si legge con la stessa chiarezza con cui si rilegge un romanzo di formazione: la crescita non è mai stata annunciata, è stata semplicemente recitata, accumulata sotto la pelle dei personaggi finché non è diventata visibile.Piaccia o no, qualcosa in questi cinque anni è cambiato nel modo in cui la tv racconta i legami umani, e The Bear ne è la prova più scomoda: ha rifiutato l’idea che la famiglia scelta debba per forza consolare.

The Bear: il ristorante come metafora della vita

Il ristorante come metafora della vita non è una trovata originale, ma qui viene trattato con una serietà quasi clinica, senza sconti sentimentali, mostrando come l’eccellenza professionale possa essere insieme cura e ferita. Nella scrittura di Storer il lavoro diventa il luogo dove si rifonda un’identità quando la famiglia d’origine ha fallito, e non serve incorniciarlo in una teoria per sentirne il peso in ogni turno di cucina raccontato come rito e insieme come trauma. Una menzione speciale va a Jamie Lee Curtis, attrice che più passano gli anni più diventa brava. Sul piano tecnico, la stagione conferma ciò che The Bear ha sempre saputo fare meglio di quasi ogni altra serie contemporanea: usare il suono, i tempi di montaggio serrati e poi improvvisamente dilatati, la fotografia che alterna il calore ambrato della sala al bianco chirurgico della cucina, per tradurre in immagini uno stato emotivo prima ancora che una trama.

Gli antidoti al logoramento

Ma sarebbe un errore ridurre tutto a stile: qui la tecnica esiste in funzione della scrittura, mai il contrario, ed è questo equilibrio, più che una singola trovata visiva, a spiegare perché la serie abbia resistito al logoramento che spesso colpisce le produzioni corali arrivate alla stagione finale. Prima della stagione, l’episodio speciale Gary aveva già anticipato il tono di questo commiato: un flashback che riportava Richie e Mikey, il fratello scomparso di Carmy, a un viaggio di lavoro qualunque, apparentemente marginale, in realtà necessario per capire da dove viene il dolore che la serie ha sempre trattato come materia prima. È un gesto tipico di Storer, quello di tornare indietro proprio mentre tutto corre verso la fine, come se la chiusura di un cerchio richiedesse sempre un passo laterale prima del passo definitivo.

Non tutti i personaggi ricevono lo stesso spazio, ed è forse l’unico limite onesto da segnalare: Marcus, interpretato da Lionel Boyce, e Natalie, a cui Abby Elliott continua a dare una fragilità mai urlata, restano più sullo sfondo, schiacciati dalla necessità di chiudere gli archi principali. Matty Matheson, con Neil Fak, resta invece quella valvola comica che la serie ha sempre dosato con precisione, mai gratuita, sempre funzionale al respiro complessivo della narrazione.

The Bear e il rischio capolinea

Quando una serie con un fandom vasto come questo arriva al capolinea, il rischio di deludere è quasi statistico: lo dimostrano le reazioni contrastanti raccolte da altri finali recenti, da Stranger Things a Euphoria, passando per produzioni corali che hanno faticato a chiudere archi multipli senza sacrificarne qualcuno.

The Bear sceglie invece la strada opposta all’espansione: comprime, seleziona, rinuncia a spiegare tutto pur di restare fedele al proprio registro emotivo. Ed è proprio questa disciplina, più rara di quanto sembri in tv, a rendere il finale credibile invece che semplicemente rassicurante. Niente spoiler ma non è una chiusura consolatoria, e non lo è neppure la sensazione, diffusa episodio dopo episodio, che il vero traguardo non fosse mai la stella ma la capacità di lasciare andare qualcosa senza che questo suoni come una sconfitta. Cinque stagioni per arrivare a un servizio che, per una volta, finisce prima che la vittoria si trasformi in una nuova punizione. Resta da capire se sia davvero la fine di qualcosa o soltanto la fine di un modo di raccontarla.

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