La conferenza stampa dei carabinieri

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VIBO VALENTIA – I Carabinieri della Compagnia di Tropea, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, diretta dal procuratore Nicola Gratteri, hanno portato a termine un’operazione per l’esecuzione di un decreto di fermo nei confronti di due persone accusate in concorso tra di loro di estorsione ai danni di un imprenditore del Vibonese.

In manette sono finiti il boss Antonio Mancuso, 81 anni, esponente di spicco della omonima cosca egemone nella provincia di Vibo, e del nipote Alfonso Cicerone, 45 anni, già noto alle forze dell’ordine e ritenuto anche lui affiliato alla potente cosca dei Mancuso. Nell’operazione risultano indagate altre cinque persone: Giuseppe Cicerone, 88 anni; Salvatore Gurzì, 34; Andrea Campisi, 37; Rocco D’Amico, 38; Francesco D’Ambrosio, 39. 

A vario titoli, tutte le persone coinvolte nella vicenda, dal gennaio al marzo del 2018 avrebbero indotto la vittima, Carmine Zappia, ad accettare di estinguere il residuo di un debito – rilevato da Mancuso, relativo alla cessione di un magazzino acquistato dal commerciante estorto (originario di 100mila euro) – versando 15mila euro ogni tre mesi, somma poi ridotta a 5mila, sempre trimestralmente; Alfonso Cicerone e, nell’ottobre dello stesso anno, alla presenza di Antonio Mancuso, urlava in tono minaccio nei confronti della vittima, intimandole di consegnare la quota dovuta a qualsiasi costo e di non far fare una bruta figura allo zio Antonio; quindi nei giorni successivi, i due indagati avrebbero intimato a Zappia di togliere entro due giorni tutti i mobili dal suo negozio “Zappia arredamenti” con frasi del tenore “Non aprite la serranda che mi incazzo, o porti i soldi entro sabato oppure lunedì non aprire”; in più chiedevano al commerciante di prendere i soldi a strozzo dallo stesso Mancuso, ottenendo, così, la consegna in contanti di ulteriori 5mila euro. Cicerone avrebbe poi riferito alla vittima che era stato deciso di pestarla e che ciò non era avvenuto solo perché lui si era opposto.

I soprusi verso l’esercente sono proseguiti anche nell’anno in corso,, con Alfonso cicerone che, con tono minaccioso, gli urlava contro: “Hai preso per il culo mio zio Antonio. Entro domenica mi devi dare i soldi e martedì, se non vuoi consegnarmeli, devi stare chiuso. Siamo arrivati a questo punto perché c’è mio zio Peppino Cicerone di mezzo altrimenti io avrei già preso provvedimenti”. Antonio Mancuso, avrebbe poi riferito alla vittima, che i 5mila versato mensilmente erano da considerarsi quale affitto dei locali, in realtà di proprietà dello stesso Zappia, e non andavano a decurtare il residuo complessivo. Non solo, il boss, avrebbe imposto al commerciante di affiggere alla propria attività il cartello “Vendesi”.

Nel giugno scorso, Mancuso avrebbe preteso il pagamento di ulteriori 11.500 euro a Zappia così distribuiti: 5000 in relazione al decorso trimestre gennaio-marzo, altrettanti per quello successivo, più 500euro di interesse (10% mensile) per ciascun mese del trimestre. A rincarare la dose ci aveva pensato sempre Alfonso Cicerone: “Adesso ci stiamo allungando troppo. Ad Antonio Mancuso non piace questo andamento delle cose, lo stai prendendo in giro. Vedi di pagare puntualmente altrimenti pensiamo personalmente!”.

Antonio Mancuso, assistito dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, è comparso questa mattina, davanti al gip Giulio De Gregorio, ed ha contestato l’assunto accusatorio messo in piedi nei suoi confronti dalla Dda di Catanzaro. Il gip, avrà adesso, 24 ore di tempo per decidere se convalidare o meno il fermo di indiziato di delitto.

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