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Emanuela Mancuso

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Tempo di lettura 3 Minuti

MENTRE al processo “Rinascita-Scott” è iniziato il controesame del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, è entrato nelle disponibilità delle difese la pagina nr 53 omissata del verbale del 29 giugno del 2018 nel quale si fa riferimento ai rapporti tra l’ex rampollo del casato mafioso di Limbadi e il fratello Giuseppe Salvatore, in particolare sulle comunicazioni tra i due dal carcere.

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Comunicazioni che sarebbero avvenute, per come ha riferito il teste, addirittura anche tramite videochiamate. E nel verbale il pentito tira in ballo anche una guardia carceraria dell’istituto di pena di Secondigliano (Na) che avrebbe ricevuto soldi per far entrare le apparecchiature.

Il racconto di Mancuso inizia col menzionare il padre Pantaleone detto “L’ingegnere” che durante «la sua irreperibilità, frequentava tanto il territorio di Joppolo, in particolare un vecchietto dei Burzì. So che andava d’accordo con Giuseppe D’Angelo e con Stefano Polito e lo seppi perché mi recai un giorno alla casetta, sequestrata per abuso edilizio, e li vidi bere del vino in compagnia di altri soggetti nel momento in cui era irreperibile».

Il verbale vira poi sul fratello Giuseppe Salvatore il quale «mandò una lettera fuori dal carcere a Pantaleone Perfidio e poi che lui la consegnò a me: si trattava di una lettera nella quale mi chiedeva di acquistare dei telefonini e delle Sim card».

Il pentito riferisce di aver speso 3.000 euro per questa operazione, «1.500 per acquistare 5 telefonini criptati e altrettanti per la guardia carceraria di Secondigliano che avrebbe provveduto a farglieli avere in carcere dove all’epoca era detenuto. Consegnai ad un fratello della fidanzata di un detenuto – compagno di cella di mi fratello – i 1.500 euro da dare alla guardia e 4 telefonini rigenerati, comprati su internet sui quali ho installato gli applicativi di whatsapp e altre applicazioni andando» recandosi presso un negozio di Gioia Tauro e tenendo per sé il quinto apparecchio ed una Sim.

«Telefoni che ho comprato nell’anno 2017, mentre le Sim le ho comprate separatamente, alcune delle quali furono intestate» ad un giovane di Nicotera, «forse residente a Milano», che sarebbe il nipote di una ex «fidanzata di Domenico Mancuso, figlio di ’Mbrojjhia».

Per verificare le utenze, Emanuele Mancuso si recò presso un negozio di una ragazza «in cui vendono prodotti di elettrodomestici e so che ha difficoltà economiche; non so dirvi se adesso se questo esercizio commerciale sia chiuso o se sono ancora aperti».

Ad ogni modo con questo telefono, racconta ancora il collaboratore, mio fratello «mi ha contattato con una videochiamata, effettuata su un programma di cui ora non ricordo il nome. Al momento non so dire quali eventuali altri contatti ha avuto mio fratello con questo telefono».

Mancuso rivela poi di essersi recato a Napoli con la Golf di «Giuseppe De Certo per consegnare il telefono alla persona che vi ho indicato. Mio fratello volle parlare sia con mia sorella Cristina D’Amico, sia con le nipoti che con mia madre. Ma come lo seppe mio padre successe il finimondo: si arrabbiò molto e quindi mia madre – su indicazione di mio padre – si fece consegnare da me il telefono che ho svuotato dei dati contenuti. Quindi ho preso un altro telefono uguale e ho scaricato le stesse applicazioni che ho continuato ad impiegare per contattare mio fratello fino a quando non lo hanno trasferito».

Il filone cosentino del processo “Rinascita-Scott”. Nel frattempo, è iniziato ieri mattina dinanzi al Tribunale collegiale di Cosenza il quinto e ultimo troncone del processo scaturito dalla maxi inchiesta “Rinascita Scott”. Nel filone “cosentino” sono imputati gli ex consiglieri regionali Nicola Adamo e Pietro Giamborino, il nipote di quest’ultimo Filippo Valia e l’amministratore unico del Consorzio stabile progettisti Costruttori Giuseppe Capizzi.

Caduta l’aggravante mafiosa, i quattro imputati devono rispondere di traffico di influenze illecite. In concorso tra di loro avrebbero cercato di influenzare il corso di una causa davanti al Tar della Calabria. Al centro della vicenda l’aggiudicazione di alcuni lavori di messa in sicurezza nel Vibonese.

La prima udienza è stata caratterizzata da una serie di questioni preliminari e al deposito delle richieste di parte civile. Si è costituita l’associazione antimafia Libera. La difesa di Capizzi ha invece avanzato istanza di messa alla prova per il proprio cliente. Esaurite quindi le questioni preliminari, l’udienza è stata quindi aggiornata al prossimo 30 settembre.

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