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Diego Armando Maradona sorride insieme a Zlatan Ibrahimovic

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DIEGO Armando Maradona, ai suoi tempi, non poteva vincere il Pallone d’oro: non era nativo europeo. Vinse però il cuore di Napoli, che vale molto più di un trofeo e che è per sempre, e quello dell’Argentina, che neanche Evita Peron, che pure ne conquistò a milioni laggiù nella pampa, ne aveva travolti altrettanti. Zlatan Ibrahimovic (dall’11 novembre nelle sale con il film Zlatan), uno splendido arrogante che gioca anche su questa caratteristica come fa con il pallone, ancora, a quarant’anni, il Pallone d’oro non lo ha mai vinto perché i giurati che votano, anziché tener conto di quanto avviene in campo, calcolano solo le vicende della squadra ed è curioso come un premio che dovrebbe essere individuale in realtà venga poi attribuito al collettivo. Puoi essere il più forte, come è stato Ibracadabra, nomignolo che sa di magie (le sue) ma poi se giochi con la Svezia…

Nemmeno Francesco Totti ha mai vinto il Pallone d’oro, eppure quando giocava lui “nun c’era trippa pe’ gatti”, per dirlo alla romana. E, contrariamente a quel che ha detto Cassano (“ciao ‘nvidioso” avrebbe sorriso il mito Gigi Proietti), sarà ricordato fra vent’anni e oltre.

I tre adesso sono messi insieme, separati nello schermo, questo sì, dalla febbre del biopic, una specie di pandemia cinematografica che sta dilagando su schermi e piattaforme di ultima (e anche di prima) generazione, le quali si nutrono dello sport e dei suoi protagonisti.

Documentari e fiction s’accavallano, di serie in serie, e raccontano donne e uomini, la gender equality mi raccomando, che hanno fatto la storia. La Grande Storia dell’umanità, ma anche la piccola, la storia delle domeniche passate allo stadio, o anche davanti alla tv, e che adesso non sono solo le domeniche ma storie di tutti i giorni, santi e no, trascorsi a combattere con il batticuore tifoso e con il buffering dello streaming (ma perché? Dov’è la transizione digitale?).

Maradona non è solo È stata la mano di Dio, un assist per un possibile Oscar: è anche un Sogno benedetto come si intitola la serie in dieci puntate su Amazon Prime, dieci come il suo numero che non va scritto in lettere ma in cifre: 10.

Anche Totti portava il 10 e non ha mai voluto che si ritirasse quella maglia, secondo l’uso americano, perché il 10 è un sogno e non puoi togliere un sogno a un bambino, un pischello di quelli che cominciano a pensarci da piccoli, sui famosi “campetti di periferia” dove loro cercano di dare il meglio e i padri danno spesso il peggio.

Ibra, sempre splendidamente esagerato, è andato oltre: ha indossato l’11. Pelè portava il 10, Cruyjff il 14, Messi il 10, Cristiano Ronaldo il 7, che ne ha fatto un brand, CR7, e che sarà, probabilmente, il prossimo soggetto cinematografico, magari con interpreti tratti dalla vita, un neorealismo di lusso, Irina Shayk e Georgina.

Maurito Icardi e Wanda Nara più che a una serie televisiva si sono dedicati a una telenovela social a suon di post e cuoricini, di insulti e defollowing, amore e odio, lovers e haters, ma questo è un altro discorso di faccende “lette dal parrucchiere o dal barbiere” si sarebbe detto una volta, vergognandosene un po’. Il Grande Fratello Vip, tra finte principesse etiopi e “morti di fama”, come li chiama genialmente Dagospia, dopotutto non inventa niente: anche quello è forse neorealismo 2.0, ahinoi.

Ma torniamo a bomba, anzi a bomber. Allo tsunami del biopic. Il campione, quasi un secolo fa, era soggetto di attrazione ma non interpretava se stesso: sullo schermo incarnava personaggi di fantasia, magari Tarzan, come il nuotatore Johnny Weissmuller, il primo nuotatore a infrangere il muro del minuto nei 100 metri stile libero (piscina di Alameda, California, 9 luglio 1922, 58.6 il crono) che si chiedeva come mai lo pagassero tanto solo per arrampicarsi sugli alberi, urlare, dire solo “Io Tarzan, tu Jane”, o come la pattinatrice Sonia Henje che era una campionessa e lanciò la moda dell’ “On Ice”, sul ghiaccio, o come la nuotatrice Esther Wlliams, che tanto campionessa non era ma si rivelò magnifica sirenetta e fu l’apripista del nuoto sincronizzato che adesso chiamano nuoto artistico, come se una bracciata di Federica Pellegrini non fosse già un’opera d’arte.

La mescolanza, del resto, è curiosa: l’arte moderna si nutre di performances, come lo sport. Non staremo qui a “spoilerare” le dieci puntate su Diego che durano un’ora (quelle reali furono di più e duravano un’ora e mezza, anzi novanta minuti che sono una dimensione temporale diversa), tanto si sa come vanno a finire: con le meraviglie del campo, gli arabeschi del pallone, il gol del secolo (riviverlo nella diretta tv con il telecronista argentino: una leccornia da Youtube, GUARDA IL VIDEO), la mano di Dio, e con le tragedie fuori dal campo, senza happy end, ma “triste, solitario y final”, e la magistratura indaga.

Sono storie che, vissute, vanno anche rivissute senza che nessuno stia a dirci che arriva adesso il pugno di Mohammed Alì, la sospensione nel vuoto, come fosse un astronauta, di Michael Jordan, lo scatto rabbioso di Pietro Mennea, il colpo di pedali dell’Airone Coppi o di Ginettaccio Bartali o del pirata Pantani. Sono “cose che voi umani non potreste nemmeno immaginarvi”, perché queste fa un campione. Come Maradona. Come Ibrahimovic. Come Totti. Aspettando CR7 o Leo Messi. A proposito: non ti scordare di Falcao… E chisseneimporta se Allegri e Ambra si sono lasciati, se Maurito ha messo le corna a Wanda: fossero almeno la Royal Family…


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