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Il presidente della Regione Campania e il premier Giuseppe Conte

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Siamo stati bravi nella prima fase perché siamo rimasti chiusi in casa. Poi abbiamo avuto sei mesi per prepararci alla seconda ondata e non abbiamo fatto niente per sistemare la sanità e per mettere in sicurezza la ripartenza delle scuole. E c’è la Campania che va a mani nude incontro alla nuova “carneficina” da Covid, con un governatore che ha pensato solo allo show mediatico

SIAMO al redde rationem e dobbiamo constatare che nemmeno la Pandemia globale e il nuovo ’29 mondiale hanno cambiato le cose. Non si vuole prendere atto che le Italie della sanità e della scuola sono almeno due e neppure in questo caso è scattata la solidarietà. Siamo stati bravi nella prima fase perché siamo rimasti chiusi in casa. Abbiamo adottato un sistema semplice e abbiamo eliminato il problema. Poi, niente.

Abbiamo avuto sette mesi per prepararci alla seconda ondata e non abbiamo fatto niente. Non abbiamo fatto niente per mettere a posto la sanità con il suo carico di squilibri. Non abbiamo fatto niente per organizzare in sicurezza la ripartenza delle scuole. Non abbiamo fatto niente per organizzare scuolabus privati e alleggerire il peso dei trasporti locali pubblici. Siamo rimasti mentalmente chiusi in casa a “goderci” lo spettacolo di una speciale galleria mediatica tutta italiana dove dominano i lanciafiamme di De Luca, l’Io incontenibile degli Zaia e dei Bonaccini, i Dpcm del Presidente Conte e il “Gatto Morto” di Gualtieri.

L’Italia barzelletta di sempre che non risponde alla elementare domanda: ma se una parte del Paese ha un tasso di agibilità degli edifici scolastici pari al 63% e l’altra pari al 15% forse, voi che dite, bisogna fare qualcosa in più per chi ha meno? Se veniamo da undici anni – data di sbarramento la legge Calderoli sul federalismo fiscale del 2009 – durante i quali la spesa pro capite per la sanità nel Sud è mediamente pari alla metà di quella del Nord, che dite, forse bisogna cominciare dalla Campania e dalla Puglia a fare le nuove terapie intensive o no?

C’è una regione, la Campania, che va a mani nude incontro alla nuova “carneficina” da Covid resiliente con un Governatore che non ha avuto la dignità di chiedere nelle sedi giuste il rispetto dei diritti costituzionali negati dei suoi cittadini e ha pensato solo a riempire la cascina dei voti con uno show mediatico permanente al punto da farlo ambire a prendere il posto di Crozza o, magari, di Giletti. Che non a caso, in questa pazza Italia, il centrodestra vuole candidare a sindaco di Roma. C’è un’altra regione, la Lombardia, dove i suoi cittadini da dieci anni in qua valgono ognuno il doppio dei cittadini campani o pugliesi per la spesa pubblica sanitaria, che ha dato il peggio di sé nella prima fase, che ha avuto l’immediato soccorso miliardario dei grandi privati del suo territorio per attrezzare nuove terapie intensive, e che ciò nonostante si ritrova ora di nuovo al centro del ciclone con il rischio che Milano diventi la nuova Bergamo.

Ma che cosa ci vuole a capire una volta per tutte che se non si fanno i conti con l’operazione verità lanciata da questo giornale non si esce mai dalla spirale perversa in cui si è infilato questo Paese con la scelta miope del regionalismo dei ricchi a spese dei poveri? E se le Regioni hanno proceduto con il solito tran tran fuori dal mondo dove i loro Capi e Capetti si fanno belli con i soldi dello Stato e la solidarietà dovuta neppure si sa che cosa sia, perché mai il Governo non è intervento con decreti, questi sì, immediatamente esecutivi per fare le terapie intensive dove dovevano essere fatte, favorire e finanziare la medicina sul territorio, per ricorrere ai privati nel trasporto locale, per riorganizzare la didattica e investire in tempi record in sicurezza nell’edilizia scolastica?

Dove è finito chi gestisce i cordoni della spesa e che invece di commissariare tutto e fare subito gli investimenti necessari, dissemina di lucchetti alla voce decreti attuativi perfino la strada dei risarcimenti dovuti a chi lo Stato ha chiuso le attività, come trasporto ferroviario veloce e turismo, figuriamoci se ha la forza di affrontare il nodo storico delle due sanità e delle due scuole! Adesso vogliono correre ai ripari con la legge di stabilità prendendo altri 22/23 miliardi a deficit facendoli coprire con una fantasiosa crescita del Pil mentre un governo che si rispetti avrebbe preso di petto la questione degli 80 euro, del reddito di cittadinanza e di quota 100, e avrebbe operato per il presente e per il futuro con soldi veri, per carità, nemmeno a pensarci!

Ma dove vogliamo andare con la De Micheli e la Azzolina e, spiace doverlo dire, con un Gualtieri che ha scelto chissà perché un registro pericoloso nel racconto delle cose? Ma ci vuole così tanto a capire che si finisce con l’essere tutti conniventi con coloro che sono irrispettosi della Costituzione? E che se non facciamo i livelli essenziali di prestazioni, i famosissimi Lep, l’Unione europea non ci dà una lira? Abbiamo capito o no che nel programma 2021/2027 questa condizione è sacrosanta e che l’Unione europea ha scoperto che abbiamo fatto fino a oggi un intervento sostitutivo, non aggiuntivo, e che questo per l’Europa è un reato? I Musumeci, i De Luca, gli Emiliano dove erano quando a Palermo il direttore generale della coesione europea ce lo ha sbattuto in faccia? Perché, a parte la compianta Santelli, sono rimasti tutti zitti senza nemmeno avere il coraggio di dire che buona parte dei programmi europei si sono persi perché il governo non ha mai voluto dare il suo 50% di cofinanziamento necessario per avere accesso ai fondi? Ma che cosa aspettano ancora tutti questi signori a rivolgersi alla Corte costituzionale per cancellare la vergogna di cittadini di serie A e B addirittura in piena Pandemia?

L’unica decisione forte che si può prendere è quella di chiedere nelle sedi competenti il rispetto dei diritti negati, non quella di chiudere di nuovo le persone in casa. Nemmeno De Luca è riuscito a capirlo fino in fondo e dovrebbe invece conoscere gli umori della sua gente. La verità è che il Mezzogiorno non può più essere preso in giro. Una volta, due, tre, quattro, e così via, perché c’è un limite a tutto. Smettiamola di scaricare tutto sulla burocrazia, che ha ovviamente le sue colpe gravissime, e mettiamoci a lavorare duramente. Altrimenti il problema che avremo davanti non sarà più il Covid, ma l’eversione. Non bastano le parole e i proclami. Anzi, irritano.

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