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Mario Draghi dopo l'incontro con Mattarella al Quirinale

Tempo di lettura 7 Minuti

I signori che hanno in mano il destino della terra negli anni terribili della Pandemia globale e del nuovo ’29 hanno fiducia in Mario Draghi perché sanno che ha una visione, un’idea di Paese per l’Italia e un “senso di direzione per l’Europa e per il mondo. Questo è il punto. Questo è il cemento con il quale Draghi potrà promuovere il salto collettivo di qualità della classe politica italiana e avviare la nuova ricostruzione del Paese. Questo è il merito assoluto che va riconosciuto al tutore estremo della credibilità italiana che è il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Per questa scelta e per il modo in cui lo ha fatto gli italiani devono essergli molto riconoscenti. Oggi non tutti ne sono consci, ma con il passare del tempo tutto sarà più chiaro

OGGI facciamo i conti con venti anni di demagogia e di populismo. Vedremo se dentro questa confusione oltre le macerie del Paese ultimo per crescita in Europa, c’è stato almeno lo spazio per la crescita di una nuova classe politica europeista che ha raggiunto la maturità liberandosi dalla carovana di menzogne grilline. Oggi facciamo i conti con la realtà di una deriva di visione e di contenuti che vuole unire famiglie politiche distanti in tutto e, al loro interno, con storie irrisolte. Per cui il Pd e i Cinque stelle perseguono un progetto che non hanno e smarriscono nel frattempo le loro identità originarie.

Una volta avevi la sostanza di De Gasperi e la sostanza di Togliatti, per capirci, oggi stai in mezzo alla confusione con le parole modeste di Crimi e quelle ambiziose di Bettini.

Oggi facciamo i conti con una destra che si è chiusa in un sovranismo inconcludente al riparo di una politica monetaria espansiva e di una svolta europea solidaristica che coprono temporaneamente l’esplosione delle emergenze economiche e sociali e permettono loro di recitare lo spartito di teoremi ideologici fuori dalla realtà. Ci sono spazi enormi parlamentari perché il “momento difficile” dell’Italia e l’esigenza di “risposte all’altezza” abbiano la sintesi politica realizzativa di Mario Draghi per dare “ai giovani l’attenzione che meritano” e rafforzare nei fatti la coesione sociale.

Parliamo dell’uomo di cui i mercati si fidano perché è lui, perché ne conosce le regole, perché è ritenuto un civil servant di assoluto valore, ma prima ancora di tutto ciò perché credono che farà le cose, che sbloccherà la macchina inceppata degli investimenti pubblici italiani, che darà contenuto effettivo al Recovery Plan italiano.

Lo conoscono, Mario Draghi, i mercati. Come lo conoscono e lo apprezzano gli uomini di Stato e di governo dell’Europa. Come lo ritengono il primo dei cittadini europei negli Stati Uniti, in Asia e ovunque perché la bandiera dell’euro ha la faccia sua, non di altri. Tutti questi signori che hanno in mano il destino della terra negli anni terribili della Pandemia globale e del nuovo ’29 hanno fiducia in Mario Draghi perché sanno che ha una visione, un’idea di Paese per l’Italia e un “senso di direzione” per l’Europa e per il mondo. Perché sanno che esprime un progetto politico. Sono consapevoli che è lui l’architetto della nuova Europa, ritengono che abbia il carisma e le qualità come presidente del G20 perché si arrivi davvero a scrivere la nuova Bretton Woods e, parallelamente, come capo del governo italiano per incidere in profondità sui nostri mali strutturali non abbassando la febbre ma curando la malattia e restituendo all’Europa il suo terzo Paese fondatore.

Questo è il punto. Questo è il cemento politico con il quale Draghi potrà promuovere il salto collettivo di qualità della classe politica italiana e avviare la nuova ricostruzione del Paese. Questo è il merito assoluto che va riconosciuto al tutore estremo della credibilità italiana che è il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Per questa scelta e per il modo in cui lo ha fatto gli italiani devono essergli molto riconoscenti. Oggi non tutti ne sono consci, ma con il passare del tempo tutto sarà più chiaro.

Mi è tornata alla mente una lunga telefonata con Paolo Pombeni, mio amico da sempre, italiano di confine e professore emerito di storia dei sistemi politici all’Università di Bologna. Pombeni mi chiama come segretario della giuria del premio De Gasperi, di cui facevo parte, impiega meno di un secondo per convincermi che la persona giusta è Draghi come statista oltre che come banchiere centrale e mi invita a fare da tramite con il presidente della Bce per ottenere una preventiva informale accettazione.

La parola “statista” è quella che mi rimane dentro di quel colloquio informale e devo dire che il giorno della premiazione a Trento e nei mesi successivi ho sempre guardato a Draghi come architetto politico della nuova Europa, di un suo assetto federale, con almeno una difesa in comune e un unico ministro dell’economia, acquisendo di giorno in giorno la consapevolezza che questo accresce, non alleggerisce, il compito di chi ha la responsabilità del governo nazionale, gli dà un orizzonte largo e un itinerario importante ma impone leadership, carisma e scelte coraggiose. Sono andato a Trento il giorno della premiazione e ho ascoltato la lectio di Draghi.

Sono rimasto anche a pranzo al palazzo della Provincia dentro un clima bello, operoso, come quasi sempre mi succede ogni volta che ci vado, perché in questa città di confine avverti una sorprendente identità italiana dentro un’aria mitteleuropea. Ci sono alcuni passaggi della lectio degasperiana di Draghi che meritano di essere sottolineati oggi perché delineano un’idea della politica del fare che riflette il pragmatismo del banchiere e si rivolge direttamente ai bisogni dei cittadini. Colgo un’impronta ciampiana, non so se consapevole, per non parlare di quel riferimento insistito alla menzogna che dovrebbe fare riflettere in molti.

Ne riproduco, di seguito, un brano: “La ragione ultima di esistenza di un governo consiste nell’offrire ai propri cittadini sicurezza fisica ed economica e, in una società democratica, nel preservare le libertà e i diritti individuali insieme a un’equità sociale che rispecchi il giudizio degli stessi cittadini. Coloro che nel secondo dopoguerra volsero lo sguardo all’esperienza dei trent’anni precedenti conclusero che quei governi emersi dal nazionalismo, dal populismo, da un linguaggio in cui il carisma si accompagnava alla menzogna, non avevano dato ai loro cittadini sicurezza, equità, libertà; avevano tradito la ragione stessa della loro esistenza”. Mario Draghi scandisce bene queste parole, al Teatro sociale di Trento, e risaltano subito quel riferimento al “linguaggio in cui il carisma si accompagnava alla menzogna”, ma anche la parola “cittadini” che ritornerà spesso dopo, il richiamo ai loro bisogni e ai loro timori, alla sicurezza, all’equità, alla libertà. In una parola, a tutto ciò che la menzogna, aiutata dal carisma, aveva tradito.

La traccia ispirativa di De Gasperi (“In Europa si va avanti insieme nella libertà”) è dichiarata, ma c’è qualcosa di politico, nella sua cifra recondita, che appartiene naturalmente all’argomentare del più innovativo dei banchieri centrali. Racconta del passato, ma parla al futuro. Ricorda che i padri del progetto europeo furono capaci di coniugare efficacia e legittimazione. Che il processo era legittimato dal consenso popolare e trovava il sostegno dei governi: il progetto era diretto verso obiettivi in cui l’azione delle istituzioni europee e i benefici per i cittadini erano direttamente e visibilmente connessi; l’azione comunitaria non limitava l’autorità degli stati membri, ma la rafforzava e trovava quindi il sostegno dei governi. Ricorda che a incoraggiare De Gasperi e i suoi contemporanei non fu solo l’esperienza fallimentare del passato, furono anche gli immediati successi a cui portarono queste prime fondamentali decisioni del dopoguerra.

La costruzione della pace, questo risultato fondamentale del progetto europeo, produsse immediatamente crescita, iniziò la strada verso la prosperità. Al suo confronto stanno le devastazioni dei due conflitti mondiali. Il PIL pro capite in termini reali si riduce del 14% durante la prima guerra mondiale e del 22% durante la seconda, annullando gran parte della crescita degli anni precedenti. L’integrazione economica costruita su questa pace produce a sua volta miglioramenti significativi nel tenore di vita. Pensateci bene, è proprio quello che l’Europa si propone di fare davanti al nuovo ’29 mondiale facendo insieme per la prima volta debito comune e puntando a attuare la convergenza in Italia che è il grande malato d’Europa e che, se non cambia brutalmente rotta, mette a rischio l’intera impalcatura europea.

Nessuno potrà mai dire che in casa nostra a questa politica bloccata di destra e di sinistra e delle sue anime padronali, sovraniste e populiste non siano state date tutte le chance per smetterla di litigare e cominciare a fare le cose. Per l’insieme complessivo di queste ragioni oggi mi tornano in mente “il carisma e la menzogna” e mi rendo conto più di allora che anche la verità ha bisogno di carisma. Ha bisogno di donne e di uomini che si riconoscano nel leader politico carismatico. Che se ne facciano portabandiera. Ha bisogno di una comunità che abbia fiducia in chi la governa, di modo che scatti la scintilla emotiva, si avvertano i benefici, si percepisca il trasporto.

C’è bisogno di una comunità che si senta parte attiva di un progetto di vita e di un disegno condiviso di sviluppo e di equità. Rispondere subito ai timori e ai bisogni dei cittadini, in fondo è questo il messaggio più alto della politica, e è questo il segno costitutivo della lectio degasperiana di Draghi che ho voluto qui rievocare. A suo modo, è stata la cifra di vita di un uomo come Ciampi che ha avuto in Italia tutte le responsabilità e mi piace ricordarlo ora che non c’è più. Li chiamano “tecnici”, semplificando molto, rappresentano in realtà la passione e l’intelligenza politica di cui ha bisogno la verità di un’Italia che non può tornare indietro perché sotto c’è il burrone costruito con le nostre mani e non riesce ad andare avanti perché è impantanata nel teatrino dei piccoli interessi.

La verità di un’Italia che ha bisogno di disintossicarsi dalla politica della menzogna e dal talk degli orchestrali che hanno ballato fino all’altro giorno sulla tolda del Titanic Italia. Non vogliamo nemmeno pensare a che cosa ci potrebbe succedere se ciò non avvenisse.


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