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Abbiamo davanti un autunno che potrebbe ricordarlo molto da vicino, ma siamo ovviamente ancora nelle condizioni di evitarlo. Anche ieri perfino in una giornata in cui si riaccredita uno scudo della BCE, il rendimento del BTp decennale sale dal 3,41 al 3,55%. Per questo giocare con il rischio politico italiano oggi e non fare le riforme non è più consentito a nessuno perché così si prepara un autunno che assomiglia a quello del Cigno nero italiano del 2011 nonostante la resilienza della nostra economia. Saremo alle prese con un incrocio di fuoco: nuova manovra e riforma fiscale senza spazi di bilancio; trattativa delicata per il nuovo patto di stabilita europeo profilato Paese per Paese; inevitabile crescita del rischio politico italiano legata all’avvicinarsi delle elezioni politiche. Bisogna dare oggi un messaggio di stabilità politica che liberi il campo dalle solite polemiche demagogicoelettorali e, soprattutto, faccia avanzare il processo riformista di struttura. Con i fatti, non a parole. Oggi, non domani. Perché il ritorno o meno del 2011 dipende da quello che siamo capaci di fare ora, non da quello che non potremo più fare dopo.

Siamo alla vigilia del nuovo 2011. Siamo alla vigilia di un autunno che potrebbe ricordare molto da vicino quello del Cigno nero italiano. Siamo ovviamente ancora nelle condizioni di evitarlo, ma perché ciò accada dobbiamo almeno averne la consapevolezza. Perché solo se avremo questa consapevolezza, al netto degli scenari internazionali e del loro carico pesantissimo di incertezze, potremo fare in casa tutto quello che è obbligatorio fare per scongiurare il rischio capitale del nuovo cigno nero italiano e ridurre sensibilmente gli effetti degli shock inflazionistici e più specificamente da materie prime energetiche e agricole.

Anche ieri il rendimento decennale del BTp ha fatto il suo piccolo significativo passo in avanti toccando quota 3,55% dal 3,41% della chiusura di venerdì, rendimento ai massimi dall’autunno del 2018, con uno spread nei confronti del Bund tedesco che passa da 211 a 220, a sua volta livello che non si vedeva da maggio del 2020. Questo avviene addirittura in una giornata in cui i mercati volgono al bello perché la Cina riapre e perché, cosa che per i nostri titoli di stato vale tanto, si riaccredita l’arrivo di uno scudo della BCE a protezione del debito dei Paesi periferici europei in caso di forti rialzi dello spread, secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times.

Giocare con il rischio politico italiano oggi non è più consentito a nessuno perché lo paghiamo subito un po’ tutti noi e potremmo pagarlo molto, troppo, sempre tutti noi, in autunno. Che, grazie a questi squallidi giochetti politico- elettorali, rischia di assomigliare purtroppo a quello tragico del 2011 nonostante la forte resilienza dell’economia italiana. Perché, in quella stagione, è bene ricordarselo, saremo alle prese con un incrocio di fuoco: fare la nuova manovra e la riforma fiscale senza spazi di bilancio; la trattativa delicata per il nuovo patto di stabilità europeo profilato Paese per Paese; la inevitabile crescita del rischio politico italiano legata all’avvicinarsi delle elezioni politiche. Davanti a questo scenario reale, ineludibile e a sua volta complicato da un quadro internazionale privo di certezze per chiunque, non si può continuare a giocare politicamente ogni giorno con l’invio o meno delle armi o porsi questioni serie come quelle del salario minimo come un trofeo elettorale senza collocarle dentro lo schema complessivo di un grande patto sociale che riguarda le diseguaglianze territoriali e la produttività del Paese. Che pone coerentemente al centro tutte le azioni che non puntano al sussidio ma allo sviluppo, che aiuta come giusto i poveri ma ha come bussola la creazione di lavoro sano.

Se vogliamo essere minimamente credibili dobbiamo almeno porci un paio di domande: dove sono finiti tutti i controlli e i filtri, il nuovo ruolo delle strutture pubbliche e delle agenzie private, sul reddito di cittadinanza previsti giustamente dalla riforma voluta dal Presidente Draghi? Perché è tutto fermo e non ci sono ancora i decreti attuativi del ministero del lavoro e, parallelamente, come si spiega il fenomeno che assume a Napoli profili allarmanti, non solo per il turismo, di assenza di mano d’opera? Dobbiamo renderci conto che, come ha detto Gentiloni a Trento, questo governo e questo Presidente del Consiglio sono la garanzia che l’Italia dà ai mercati e all’Europa e che, di conseguenza, bisogna dare oggi un messaggio di stabilità politica che liberi il campo dalle solite polemiche demagogico-elettorali e, soprattutto, faccia avanzare il processo riformista di struttura. Con i fatti, non a parole. Oggi, non domani. Perché il ritorno o meno del 2011 dipende da quello che siamo capaci di fare ora, non da quello che non potremo più fare dopo.

Il rischio politico è tutto in questo Paese nella situazione interna e internazionale che stiamo vivendo. Dopo l’estate arriverà la riforma del patto proposta dalla commissione europea che imporrà negoziati Paese per Paese partendo dalla situazione di base e dagli impegni che il singolo Paese assumerà in coerenza con gli obiettivi europei. Esempio: voglio fare investimenti per la transizione digitale e energetica, ho problemi rispetto agli impegni di deficit e di debito, posso trattare per avere un piano di rientro con tempi più lunghi. Diciamo una golden rule a pezzetti non più generale per tutti, si opererà dentro Piani europei nazionali non con la regola del 3% che vale indistintamente e poi non si attua mai, ma con un piano nazionale dove ogni Paese si potrà muovere dentro il vincolo concordato.

Capite l’importanza di essere credibili e di azzerare il rischio politico per concordare il giusto con la Commissione europea e farlo approvare dal Consiglio europeo? Capite quanto peserà in quella sede la credibilità di avere fatto le cose che ci si è impegnati a fare? È finita per tutti la stagione di ottobre degli anni passati segnata dal mercato delle vacche della flessibilità che escludeva alla fine quasi sempre tutti dalle sanzioni. Anche perché prima la media europea del debito pubblico/Pil era del 60/70% oggi è del 97%. Capite perché è importante non solo rispettare gli obiettivi del Pnrr concordato per il 2022, cosa che avverrà, ma porre le condizioni effettive perché a gennaio del 2023 i cantieri si aprano davvero?

Ci rendiamo conto che nel prossimo autunno dovremo fare la manovra e la riforma fiscale senza spazi di deficit aumentati? Ci rendiamo conto che tutto ciò avverrà a fine legislatura con un’impennata del rischio politico legata alle nuove elezioni? La politichetta di oggi e il suo quotidiano megafono da supertalk non hanno quasimai uno sguardo all’altezza dei problemi reali di questi tempi. Perciò ricordiamo loro che in autunno a causa dell’incrocio di fuoco già detto l’Italia sarà l’osservata speciale d’Europa. È proprio necessario capirlo ora bene perché l’osservata speciale rischia grosso se non fa adesso quello che deve fare.

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