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Il presidente del Consiglio Mario Draghi

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Siamo all’ultima chiamata del governo di unità nazionale. Smettiamola di distinguere ipocritamente tra buoni e cattivi e cambiamo tutto. Le riforme si fanno nel complesso perché se si comincia a spezzettare, quello che resta indietro si mangia quello che sta avanti. Se non lo facciamo adesso non lo facciamo più. Siamo così fragili perché abbiamo fatto sempre così. Si hanno idee chiare e si fanno scelte nette, ma nei partiti della coalizione di governo non succede niente. Non scatta il comune sentire. Si litiga e si fa muro sul nulla. Si può chiedere a Draghi di suonare la campanella a tizio o a caio, ma sarebbe bene che tizio e caio nel loro interesse deponessero le armi perché l’Italia viene prima di loro

L’Italia è un Paese fragile, ma facciamo finta tutti di dimenticarcelo. Siamo all’ultima chiamata, ma i partiti non se ne curano. Siamo al ping pong quotidiano tra Salvini e Speranza sui coprifuoco, tra Letta e Salvini su tutto, tra Letta e Conte insieme su Fedez contro la Rai e Salvini sul fronte opposto.

Dobbiamo fare in pochi mesi ciò che non si è fatto in venti anni e passiamo il tempo a occuparci del nulla. Parliamo astrattamente di chi sta dentro o fuori la cabina di regia del Recovery, se le procedure accelerate devono valere solo per il green del Pnrr e del piano parallelo o per tutto e, cioè, anche per il molto che è fuori dal green in entrambi i programmi a partire dalla scuola e dal capitale umano.

Siamo all’ultima chiamata, partiti svegliatevi. Smettiamola di distinguere ipocritamente tra buoni e cattivi e cambiamo tutto. Le riforme si fanno nel complesso perché se si comincia a spezzettare, quello che resta indietro si mangia quello che sta avanti. Se non lo facciamo adesso non lo facciamo più. Siamo così fragili perché abbiamo fatto sempre così. Siamo l’unico Paese europeo a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2007/2008 e abbiamo accumulato un debito pubblico che viaggia verso il 160% del Prodotto interno lordo (Pil) di certo anche a causa della pandemia, ma prima ancora in misura significativamente più rilevante, sia per la mancata crescita sia per il maxi debito, proprio perché abbiamo fatto sempre così.

La gente capisce che l’ostruzionismo è inutile solo quando tutto è in moto, non quando in moto sono pezzettini in ordine sparso. I partiti devono fare un passo in avanti e mettersi a tirare il Paese insabbiato, non andarci dietro. Se continuano a contemplarlo e a fare i loro giochetti quotidiani mentre il Paese sta nelle sabbie mobili recitando a soggetto il copione di sempre del talk italiano della irresponsabilità, sono finiti loro e, purtroppo, siamo finiti noi.

Tutto questo avviene perché non c’è la consapevolezza della reale situazione italiana. Che è quella di un Paese molto vulnerabile perché indebitato oltremisura e incapace di crescere. Perché senza lavoro, o perlomeno con sempre meno lavoro di qualità. Perché il Paese è così diseguale tra donne e uomini, tra anziani e giovani, tra Nord e Sud in maniera esplosiva, da essere stato tirato su per i capelli esangue e con un piede già dentro il burrone dal presidente Mattarella mettendo in campo la carta estrema, che è Mario Draghi, e il suo governo di unità nazionale.

Si sono fatti passi avanti importanti nella campagna di vaccinazione e proprio grazie alla credibilità del Presidente del Consiglio si è riusciti a presentare il Recovery Plan nei tempi dovuti per non perdere nulla.

Draghi ha lanciato ieri il pass verde nazionale da metà maggio perché il turismo del Bel Paese bruci sui tempi la concorrenza. Si hanno idee chiare e si fanno scelte nette, ma nei partiti della coalizione di governo non succede niente. Non scatta il comune sentire. Sembra un Paese che qualcuno sta un pochino pungolando, che qualche mano saggia lo fa con uno spillo, ma che non dà segni di reazione perché il suo tessuto connettivo, che è quello dei partiti e della ragnatela perversa dei suoi intrecci corporativi con informazione e giustizia, fa muro su tutto.

Una volta di più invece che affidarsi per sbrigare le rogne solo a un uomo che peraltro va benissimo e da solo catalizza investimenti dal mondo per l’Italia, ci vorrebbe la messa in scena operosa di un club nazionale della rinascita ma si fa una maledetta fatica a farlo in questo Paese. Perché ciò può avvenire solo se c’è un comune sentire delle forze politiche almeno di maggioranza e una consapevolezza nella pubblica opinione che contrapponga alle “logge coperte” più o meno reali il club dei riformatori che si muove allo scoperto. Vogliamo essere molto chiari. Il governo di unità nazionale per come lo immaginiamo noi è un’altra cosa e non è ancora partito, ci chiediamo allora quando parte sapendo che il tempo che abbiamo comprato prima del baratro è oggettivamente ristretto. Se lo ricordino Salvini, Conte e Di Maio, Letta e Speranza, Berlusconi e Tajani, che sono tutti vittime, per fortuna in forme e modalità differenti, del chiacchiericcio delle tv, dei social e dei giornali.

Siamo un Paese vittima di pregiudizi che si incistano in una certa fase e poi non si tolgono più. Sono passati vent’anni di declino strutturale per una somma miope di pregiudizi vili e di interessi di parte incompatibili con le riforme e si vuole ancora che non cambi nulla. Invece no, serve un giudizio sul passato e soprattutto sull’oggi. Non avvengono né il primo né il secondo perché manca il volano. Perché il club di massa dei riformatori non ha alle spalle una centrale che fa appunto da volano, che mette in circolo le idee buone. Non c’è un lavoro alla luce del sole, trasparente, di informazione sui contenuti che può spingere la pubblica opinione a concentrarsi liberamente su queste cose che sono quelle che contano davvero.

Non emerge, insomma, quello spirito positivo che si respirava nel Viaggio in Italia di Piovene negli anni del Dopoguerra perché quello spirito nasce se si trova un “luogo” dove farlo “precipitare”. Questo tema decisivo attiene soprattutto al modo di fare informazione televisiva e sui social e ne parleremo domani. Per ora è bene capire che si sta scherzando con il fuoco. Perché se non ti rendi conto che il burrone esiste, ci caschi dentro. Te ne accorgi se qualcuno ti mette in guardia e ti fa capire che ci stai finendo dentro. Altrimenti quando te ne accorgi, è già troppo tardi perché ti sei fracassato le ossa in fondo al burrone. Si può chiedere a Draghi di suonare la campanella a tizio o a caio, ma sarebbe bene che tizio e caio nel loro interesse deponessero le armi perché l’Italia viene prima di loro.


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