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Giorgia Meloni, agenda in mano

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Per avere più lavoro, ci vuole più sviluppo economico. Altrimenti fai più sussidi e più assistenzialismo. Per liberare risorse per il lavoro vero, bisogna riqualificare la spesa pubblica che non alleggerisce i bilanci familiari ma li aggrava perché esige molte tasse per finanziarsi. Tasse che danno lavoro a tutte queste burocrazie più o meno utili che se le tagli ne guadagni di sicuro in efficienza e in capacità di spendere e di fare investimenti, ma inevitabilmente tagli anche posti di lavoro. È una specie di girone infernale. La spending review va fatta seriamente anche se sai di andare a toccare lobby e una platea immensa di gente sussidiata che è protetta da quelle stesse lobby. È necessario che Giorgia Meloni si ricordi sempre che gli italiani la hanno voluta capo di governo per continuare a mettere a posto le cose. Il consenso è legato all’aspettativa di questo risultato, non all’ascolto di mezzi partiti in perenne crisi di consenso e pappagalli del talk italiano del nulla

Si ha la sensazione di vivere in un Paese surreale dove tutti parlano di lavoro come se si fabbricasse con le chiacchiere e come se la creazione di nuova occupazione fosse scindibile dallo sviluppo economico. Per avere più lavoro, ci vuole più sviluppo economico. Se no fai più sussidi e più assistenzialismo. Che è un’altra cosa peraltro insana sul piano economico e culturale. Bisogna procedere passo dopo passo sulla strada degli investimenti che creano sviluppo e porsi anche il problema di come rendere il lavoro più remunerativo senza alimentare ulteriori distorsioni inflazionistiche per sostenere in modo effettivo i consumi. Che sono l’altra gamba su cui cammina lo sviluppo sano di un Paese. Quello che crea lavoro vero. Lavoro duraturo e di soddisfazione.

La rivoluzione dell’inizio del Novecento mise sulle spalle dello Stato i costi enormi di sanità e scuola per liberare risorse sui redditi individuali che altrimenti non avrebbero retto. Non si poteva mettere tutto sui loro conti che non erano adeguati alla dimensione della sfida. Oggi per liberare risorse per il lavoro vero, bisogna riqualificare la spesa pubblica che non alleggerisce i bilanci familiari ma li aggrava perché esige molte tasse per finanziarsi. Queste tasse danno lavoro a tutte queste burocrazie più o meno utili che se le tagli ne guadagni di sicuro in efficienza e in capacità di spendere e di fare investimenti, ma inevitabilmente tagli anche posti di lavoro.

È una specie di girone infernale. Per uscire dal quale non servono tanti slogan dove siamo maestri, ma tanta fatica per ripensare tutto. Servono un disegno di sviluppo di lungo termine, una macchina amministrativa che recuperi gerarchia e poteri di supplenza per assicurare decisioni certe, e un’azione di redistribuzione della spesa pubblica. La spending review va fatta seriamente anche se sai di andare a toccare lobby e una platea immensa di gente sussidiata che è protetta da quelle stesse lobby. Qualche voce del Pd dice: chiamiamoci il partito del lavoro, è più laburista. I Cinque stelle dicono: dobbiamo dare lavoro anche se dobbiamo crearlo a spese della collettività. Citano l’edilizia e il superbonus come creatori di lavoro in modo così ossessivo che verrebbe da rispondere “potevamo dare direttamente stipendi e avremmo risparmiato un sacco di soldi della collettività”. Siamo sempre dentro la logica pericolosa degli slogan.

Poi c’è un partito trasversale che va dall’esecutivo all’opposizione, dal mondo della produzione al sindacato, che cerca sempre il salvatore che viene da chissà dove, oggi con i soldi europei del Pnrr, per fare il miracolo. Continuano a parlare anche loro alternando le solite invocazioni messianiche a denunce di ritardi altrui per scaricare eventuali loro responsabilità future secondo i canoni della più classica Italietta della politica. Che è esattamente la solita che ci ha condannato a venti anni di stagnazione con l’esclusione dei sette trimestri da record del governo di unità nazionale guidato da Draghi.

Pensano tutti questi signori che gli altri non ci ascoltano, mentre con la situazione che c’è in giro oggi ci ascolta il mondo. Tutto quello che dicono non è nient’altro che la solita propaganda italiana. Che diventa un’arma nelle mani degli altri per fare dire al mondo che ci ascolta “basta soldi all’Italia tanto non li spendono, lo hanno detto loro, lo hanno ammesso loro”.

Ci giochiamo tutto sugli investimenti che saremo capaci di mettere a terra senza buttare soldi al vento con una logica di sviluppo. Altrimenti quando avremo finito di rifare le facciate delle case dei ricchi, e saranno finiti anche i soldi per fare l’assistenzialismo, tutto va in malora. Non si può prendere sul serio il famoso paradosso di Keynes: facciamo scavare le buche e poi le riempiamo di nuovo. Questo paradosso detto più o meno all’ingrosso si basava in astratto sull’importanza di dare lavoro per creare nuova ricchezza e rimettere in moto l’economia. Non è così perché è un paradosso, ma anche se lo considerassimo in astratto come se fosse una ricetta reale avremmo anche un altro problema. Che a quei lavoratori che scavano buche per riempirle di nuovo, non saremmo neppure nelle condizioni di dare così tanti soldi da potere fare consumi e dovremmo anche porci a un certo punto il problema di riempire le buche con i soldi che ci manderà il cielo.

In questo contesto Giorgia Meloni che ha fatto un governo in pochi giorni e una legge di bilancio in un mese che non scassa l’equilibrio italiano di reputazione così faticosamente riconquistato, deve prendere l’iniziativa su investimenti e lavoro. Deve farlo lei e nessun altro, altrimenti si parte già svantaggiati. Quando Dossetti, dico Dossetti, diceva a De Gasperi, dico De Gasperi, “il partito ti chiede questo, devi ascoltare il partito”, De Gasperi rispondeva che toccava al governo decidere e che gli italiani avrebbero giudicato la capacità di ascolto dai risultati della azione del governo stesso. Che toccava, insomma, a lui. Questo principio vale a maggiore ragione oggi dove ascoltare i partiti, per la pochezza di valori che esprimono, significherebbe purtroppo inseguire i pappagalli del talk show e andare a sbattere di sicuro.

Giorgia Meloni come capo del governo, come chiunque fosse al suo posto, non può più parlare e, tanto meno, operare da leader di partito. Quando si va al governo si deve cambiare. Soprattutto in questo momento che i partiti sono espressione di piccole quote di consenso o di militanza in mano ai pasdaran. L’elettorato di massa ha scelto lei per continuare a mettere a posto le cose e ha rapporti molto tenui con questi estremismi della militanza. Lei è stata votata perché gli elettori hanno ritenuto che potesse continuare il processo riformatore compiuto avviato da Draghi e potesse fare una politica di sviluppo che crei lavoro vero. Onorando gli impegni europei e entrando in casa nel merito di quella composizione della spesa tra consumi e investimenti dove squilibri e inefficienze la fanno da padroni. Ritengono che abbia le competenze e la determinazione necessarie.

A maggior ragione, dunque, bisogna fare le cose e trasferire fiducia evitando spirali inflazionistiche regressive. Perché assecondare spirali demagogiche vorrebbe dire ridurre la possibilità di avere consumi, non fare più consumi, in quanto i soldi non valgono più niente e quei soldi che avresti sempre di più in tasca ti servirebbero a comprare sempre di meno. Oltre ad aumentare gli squilibri sociali perché l’inflazione non colpisce tutti nella stessa misura. Fa guadagnare chi la scarica su ciò che vende e questo prepara la rivoluzione sociale perché allarga il fossato tra chi lucra sulla rendita e chi resta ai margini. Conte si sta rivelando un politico furbo e lo ha già capito. Prepara la rivoluzione sociale ed è pronto a cavalcare l’onda proprio sull’allargamento di quel fossato se l’inflazione dovesse scappare di mano tra lucratori di rendite e consumatori spennati.

Siamo su un crinale molto delicato, ma il miracolo italiano (vero) può proseguire. È necessario che Giorgia Meloni si ricordi sempre che gli italiani la hanno voluta capo di governo per continuare a mettere a posto le cose. Il consenso è legato all’aspettativa di questo risultato, non all’ascolto di mezzi partiti in perenne crisi di consenso e pappagalli del talk italiano del nulla.


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