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C’è un accanimento terapeutico in atto sulle regole del nuovo patto di stabilità e crescita che porta dritti dritti l’Europa alla recessione. L’Italia ha i migliori saldi strutturali al mondo, ma l’economia tedesca in crisi profonda insiste sulla battaglia dei decimali di deficit e debito che affossano se stessa e l’Europa intera. Bisogna prendere atto che tutte le amministrazioni pubbliche dei singoli Paesi non ce la fanno con i Pnrr e che i controlli non possono essere paralizzanti in partenza perché serve crescita subito passando dalle carte ai fatti, dagli impegni alla spesa effettiva. Questo, solo questo, può oggi fare la differenza.
C’è un accanimento terapeutico in atto sulle regole del nuovo patto di stabilità e crescita europeo che è molto pericoloso. Per la semplice ragione che prescinde totalmente dal rallentamento globale e dai contraccolpi sempre più evidenti determinati da un quadro geopolitico in sommovimento con due guerre in atto. Se si cerca una prova della crisi di identità che attraversa l’Europa e può portarla a rendere addirittura plasticamente pubblica la sua inesistenza sono i capisaldi della discussione in corso sulle nuove regole di bilancio e sulle mediazioni in corso.
L’Europa è sull’orlo di una recessione sua, non del mondo, e vede in fortissima difficoltà ormai da tempo quella che una volta ne era la locomotiva e, cioè, la Germania, ma invece di prendere il toro per le corna e affrontare il problema politico che ha davanti da cui dipende il suo destino, preferisce perdersi in un labirinto di giochini nazionali che ignorano la storia e portano la seconda grande economia del mondo occidentale verso una frammentazione ulteriore che ne potrebbe segnare la definitiva dissoluzione. Il rischio di ridursi solo a un mercato unico a favore degli altri player globali è assolutamente reale se non si mette subito in comune una politica economica di grandi investimenti industriali e di ricerca.
Questa è oggi la priorità che va coniugata insieme ad un’altra coraggiosa presa di posizione pubblica che riguarda i Piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr) finanziati nell’unica stagione di debito comune europeo scattata sull’onda dell’emozione della crisi pandemica globale. Bisogna prendere atto una volta per tutte che le amministrazioni pubbliche dei singoli Paesi, nessuno escluso, non è in grado di onorare scadenze e modalità di esecuzione del programma europeo ed allungarne fin da ora il termine finale di due o tre anni. Avendo anche l’accortezza di sperimentare una modalità di concerto negli interventi singoli che eviti la moltiplicazione delle burocrazie coinvolte avvitando tutto in un circuito perverso di controlli che devono assolutamente esserci, ma non possono essere paralizzanti in partenza.
Perché abbiamo bisogno assoluto non solo di contenere i saldi strutturali, come l’Italia sta facendo meglio dei Paesi avanzati e degli Stati Uniti, ma soprattutto di fare crescita passando subito dalle carte ai fatti, dagli impegni alla spesa effettiva. Questo, solo questo, può oggi fare la differenza. Se i ministri dell’economia dei singoli Paesi europei la smettessero di fare gli avvocati delle cause perse delle loro pubbliche opinioni interne e si ponessero congiuntamente il problema politico centrale di virare verso un’economia espansiva comune secondo il modello americano le cose andrebbero sicuramente molto meglio. Sarebbe certamente più facile giungere anche ad accordi ragionevoli e coerenti in termini di nuove regole fiscali e si eviterebbe alla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen di certificare pubblicamente il suo fallimento prima delle consultazioni elettorali.
Non è possibile oggi uscire dalle scelte strategiche e operative che l’Europa ha compiuto nella fase post pandemica, bisogna piuttosto raddoppiare. Agendo su due fronti convergenti. Un nuovo piano urgente di almeno 400 miliardi di investimenti industriali e di ricerca e allungamento dei tempi di esecuzione del Pnrr per uscire dal ginepraio delle cancellazioni e rendere subito effettivo il programma di spesa produttiva. Questo serve per rafforzare la crescita e rendere sostenibile il debito. Le dimensioni e la qualità della crisi globale in atto non permettono di reagire con i singoli bilanci nazionali nemmeno ai Paesi europei più ricchi con maggiori margini di agibilità fiscale.
Bisogna agire insieme e bisogna accompagnare questa azione di pronto intervento dell’economia con la visione dei Grandi che corre a passo spedito per dotare finalmente l’Europa di una politica estera e di difesa comuni che esprimano quella forza anche finanziaria che si è fino a oggi dispersa nei tanti rivoli nazionali. Questa è la nuda e cruda realtà. Chi non vuole misurarsi con questa realtà vive sulla luna e fa pagare il conto a tutti gli europei che invece vivono e lavorano sulla terra. Cerchiamo di sfruttare queste poche settimane che precedono la fine dell’anno per fare questa operazione verità in modo trasparente trasferendo risorse e fiducia a tutti. È il solo modo per preservare l’economia europea e restituire un ruolo di player globale, che oggi non ha più, alla vecchia Europa di cui il mondo intero ha vitale bisogno. Perché senza questo player globale europeo all’altezza degli Stati Uniti nel conflitto in atto tra autocrazie e Occidente, tra Sud e Nord del mondo, le democrazie hanno perso in partenza. Non entrano neppure in partita.
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