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Milorad Dodik, leader della Bosnia

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L’AGGRESSIONE della Russia all’Ucraina ha modificato gli assetti geopolitici europei. Ne ha reso imprevedibile l’evoluzione. Dovrebbe, secondo taluni, essere fissata da una conferenza internazionale, simile a quella di Helsinki nel 1975. Tuttavia allora esisteva una moneta di scambio. L’Occidente riconosceva, come voleva l’Urss, i confini risultanti dalla seconda guerra mondiale. Il blocco sovietico attenuava, come voleva l’Occidente, la chiusura esistente nei rapporti umani e nella libertà d’espressione. L’accordo era facilitato dal fatto che i due blocchi erano in sostanziale equilibrio e che entrambi ritenevano valido il binomio “dissuasione-distensione”.

Oggi non si capisce cosa si dovrebbe scambiare. È più verosimile che la conferenza somigli  più a quella che portò alla Carta di Parigi del 1990 e alla creazione dell’Osce (sostanzialmente diversa dalla Csce di Helsinki),  quindi a un sistema pan-europeo di sicurezza, come ipotizzato qualche anno fa dalla Merkel.

SCONTRO DI CIVILTÀ

In ogni modo, l’etno-nazionalismo non scomparirà. Determinerà la futura conflittualità, basata più dalla teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington, che su quella della “fine della storia” di Francis Fukuyama. Quello che è all’origine dell’aggressione russa all’Ucraina – basato sull’ideologia del Mondo Russo – farà scuola. Sarà difficile opporsi a quello che sta crescendo nei Balcani, in particolare in Bosnia-Erzegovina, perché la Ue e la Nato sono totalmente assorbite nel sostegno alla resistenza ucraina. Qualora la Russia, storicamente legata alla Serbia, dovesse prevalere, esploderebbe tale repubblica artificiale, creata nel 1995 dagli accordi di Dayton dopo quasi quattro anni di sanguinosa guerra etnica.

L’Occidente non è riuscito né a implementare né a modificare tali accordi, basati su un fragile equilibrio fra l’unità dello Stato, fondata sull’esistenza di una presidenza e di un governo unici multietnici – con rotazione delle cariche fra i tre popoli costituenti – serbo, musulmano o bosniaco e croato  – di due entità: la repubblica Srpska e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, in pratica croato-bosniaca, la seconda divisa in dieci cantoni monoetnici (2 croati e 8 bosniaci).  

UNITÀ SMANTELLATA

La tenuta del complesso sistema è stata garantita per una decina di anni, mantenuta dai poteri autocratici di un Alto Rappresentante internazionale e dalla presenza di una forza d’interposizione Nato che ha raggiunto la consistenza di 60.000 soldati (circa 150 per kmq dei 45.000 kmq del paese). Ho un’esperienza diretta di tale periodo, avendo svolto le funzioni di rappresentante personale del presidente di turno dell’Osce per il disarmo e il controllo degli armamenti previsti da Dayton. Con le buone, ma quando necessario “con le cattive”, sono state distrutte quasi 8.000 armi pesanti (dai mortai da 81mm agli aerei), spesso nascoste nei luoghi più incredibili. Sia l’Alto Rappresentante sia la Forza di stabilizzazione sono stati ridimensionati a partire dal 2004-05. Molti dei poteri dell’Alto Rappresentante sono stati trasferiti al governo. La forza di stabilizzazione è stata passata dalla Nato alla Ue e inizialmente ridotta prima a 7.000 soldati poi a 600, per essere riportata a 1.100 nel 2021, quando l’edificio di Dayton dava ormai segni d’immanente crollo.

Certi provvedimenti essenziali per consolidare l’unità dello Stato – fusione delle forze armate delle due entità, sistemi unici di tassazione e giudiziario – sono stati smantellati per azione dei nazionalisti serbi, guidati da Milorad Dodik, presidente della repubblica Srpska, appoggiati da quelli croati-erzegovesi, facenti capo a Dragan Covic. I primi hanno avuto un forte appoggio dal presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, sobillato da Mosca, nella sua pretesa di un Mondo Serbo, fotocopia di quello russo, ed esteso anche nelle aree della provincia a maggioranza serba del Kosovo.  

L’AGGRESSIONE RUSSA ACCENDE LA MICCIA

Dal canto loro, anche i bosniaci hanno registrato il sorgere di un forte etno-nazionalismo. Sono sostenuti dalla Turchia di Erdogan. Il suo primo ministro Ahmed Davutoglu, fautore del neo-ottomanesimo, ha sostenuto il diritto-dovere turco di proteggere i musulmani dei Balcani, “perla della Sublime Porta” e regione di origine di una parte cospicua dei funzionari dell’Impero Ottomano (mentre albanesi erano molti militari dell’Impero). Va in proposito ricordato che l’intervento militare Usa in Bosnia nel 1995, che pose fine alla guerra etnica nella regione e che fu all’origine dei negoziati di Dayton, fu dovuto principalmente alle pressioni turche su Washington.

L’aggressione russa all’Ucraina ha gettato benzina sul fuoco del nazionalismo serbo, incoraggiando il separatismo di Dodik e Vucic, e di conseguenza anche quello del leader croato Covic, insofferente al fatto che dal 1994, con l’accordo di Washington, per fronteggiare la superiorità militare dei serbi bosniaci, sostenuti dall’esercito di Belgrado, gli americani imposero la costituzione della Federazione croato-musulmana. Essa fu ottimisticamente denominata Federazione di Bosnia-Erzegovina, nella fantasiosa speranza di sancire l’unità della repubblica, mentre l’unico legame storico fra le due etnie consiste nel fatto che i bosniaci si erano arruolati in massa nelle SS naziste, che collaboravano con gli ustascia croati nel combattere i partigiani di Tito e i cetnici serbi.

La crisi istituzionale sta inasprendosi e sta creando le condizioni per una ripresa del conflitto etnico a cui tutti i “popoli costituenti” stanno preparandosi, seppure gli erzegovesi, dato che i loro sponsor di Zagabria sono parte della Nato e della Ue, lo facciano in modo molto più mascherato dei serbi, di cui però condividono la volontà di proteggere la propria etnia e la propria religione e i tradizionali appetiti spartitori nei riguardi della Bosnia-Erzegovina.  

VERSO IL CONFLITTO

Alla crisi economica si sta sommando quella demografica. La popolazione della Repubblica è diminuita dai 4,4 milioni di abitanti del 1990 ai 3,5 del 2010. Inoltre, ogni anno 55.000 giovani lasciano il Paese. Restano gli anziani, a cui diventa sempre più difficile pagare le pensioni e garantire l’assistenza sanitaria. Ciò accresce le tensioni e rende più esplosiva la situazione e più forti le tendenze separatiste: una mina vagante che può scoppiare da un momento all’altro. Forse è  troppo tardi per evitare lo scoppio di un conflitto, Le proposte della commissione Ue, presieduta da Giuliano Amato, di evitarlo con l’ammissione di tutti i Balcani occidentali alla Ue (Serbia compresa), sono cadute nel vuoto.

Una prevenzione diventa sempre più difficile. Ormai ci si dovrebbe preparare almeno a un nuovo intervento militare. Per ritardare lo scoppio di un conflitto, si potrebbero almeno schierare un paio di Brigate nella zona di Brcko, nella Bosnia settentrionale, che divide in due parti la Repubblica Srpska. Oppure si dovrebbe prendere atto della realtà. Che cioè i popoli della Bosnia-Erzegovina non vogliono vivere assieme e che nessuna forza esterna può imporglielo. Tutti, per l’Ucraina, invocano trattative di pace. Per i Balcani sono forse più possibili che per l’Ucraina, dato che i combattimenti non sono ancora in corso. Sono stupito che nessuno le proponga, prima che diventi impossibile, per lo scoppio di un nuovo confronto armato.  

IL DISINTERESSE MONDIALE

I tempi per evitare lo scoppio di una nuova guerra, che sarebbe disastrosa per il prestigio della Ue, non sono molto lunghi. Nel prossimo novembre, il Consiglio di sicurezza della Nazioni unite deve decidere se prolungare i mandati previsti per la Ue e per l’Alto Rappresentante. In caso positivo, deve poi decidere se rafforzarli o mantenerli come gli attuali, che non sembrano in grado di evitare un nuovo disastro. Finora sono state tenute parecchie riunioni al riguardo. Esse sono state inconcludenti. Hanno riguardato essenzialmente la legge elettorale e il rafforzamento della tutela dei diritti umani.  

Nessuno Stato della Ue vuole assumersi nuove responsabilità e oneri. Tutti sono polarizzati sull’Ucraina. Gli Usa sono disinteressati al problema. Forse una forte iniziativa italiana, da concordare in ambito europeo, sarebbe possibile e utile anche per il prestigio internazionale del nostro Paese. Sarebbe alla sua portata molto più dei contrazionismi delle fantasiose proposte di pace fra Mosca e Kiev.


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