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Nella storia delle comunità (siano esse nazioni, religioni, associazioni, partiti, sindacati o quant’altro) vi sono miti, ricorrenze, opere e protagonisti che si iscrivono nella memoria collettiva e si tramandano tra le generazioni ben oltre quelle che ne furono protagoniste. Si arriva al punto, col trascorre degli anni, che l’evento venga evocato alla stregua di una giaculatoria, senza neppure conoscerne fino in fondo gli aspetti reali.

 Nella Cgil uno dei miti più radicati è quello di Giuseppe Di Vittorio (il primo leader del dopoguerra) con annesso il Piano del lavoro. Così ogni segretario generale succeduto al capo carismatico (soprattutto quelli dotati di scarsa fantasia) durante il loro mandato hanno primo o poi coltivato l’idea di lanciare un Piano del lavoro a loro immagine e somiglianza.

IL PIANO DI DI VITTORIO

L’ultimo in ordine di tempo è stato Maurizio Landini che si è lanciato senza rete (ovvero senza proposte) nel richiedere un Piano siffatto al governo Draghi.  Ma che cos’era il Piano della Cgil di Di Vittorio? Proposto nel Congresso del 1949, il Piano del lavoro consisteva in un programma di valorizzazione delle risorse interne e di espansione economica, secondo un’impostazione vagamente keynesiana. In cambio la Cgil si dichiarava disponibile a una politica di moderazione salariale. Infatti nella risoluzione votata dal Congresso stava scritto a questo proposito:

«Il congresso dichiara che i lavoratori italiani sono pronti a dare il loro contributo diretto alla realizzazione di questo piano e che la Cgil è pronta a dare il suo appoggio a un governo che dia le dovute garanzie per la sua attuazione».

Il Piano venne poi presentato, nel 1950, in due convegni nazionali: uno svoltosi a Roma a febbraio, un altro a Milano in giugno. Le iniziative raccolsero un’ampia partecipazione di personalità della politica e dell’economia e richiamarono l’attenzione dell’opinione pubblica.

SCONFITTA ANNUNCIATA

L’orientamento del Piano del lavoro era totalmente alternativo alle tendenze che andavano consolidandosi sui mercati internazionali e, in sostanza, finiva per rinchiudersi in una logica autarchica. Eppure, quello fu un momento alto nell’elaborazione della Cgil: il respiro politico del Piano forniva un notevole contributo all’azione dei partiti di sinistra, allora in estrema difficoltà dopo la sconfitta del 1948.

Va ricordato, però, che il Pci non gradì del tutto quella scelta, che, ad avviso di parte del suo gruppo dirigente, rischiava di condurre il movimento su di una “deriva economicista”, che peraltro non avrebbe sovvertito il sistema economico (il Piano non si proponeva certo la fuoriuscita dal capitalismo), mentre avrebbe distolto le masse dalla lotta per il potere. In realtà era in corso un’imponente ristrutturazione e riconversione dell’apparato produttivo dall’economia di guerra e ciò comportava migliaia di licenziamenti. La difesa fabbrica per fabbrica era un’impresa disperata.

Così la Cgil avvertì l’esigenza di inquadrare quelle lotte in un disegno di politica economica che divenisse un punto di riferimento da prospettare ai lavoratori. In sostanza il Piano del lavoro fu una sconfitta annunciata, ma nello stesso tempo rappresentò una sorta di Dunkerque per il movimento operaio di allora.

NGEU CHANCE IRRIPETIBILE

Mi pare che quella condizione non somigli all’attuale. Mentre i finanziamenti del Piano Marshall spingevano l’economia in direzione opposta a quella prefigurata dalla Cgil, oggi è il Ngeu un’occasione irripetibile per dare gambe a un Piano del lavoro e costruire un diverso modello di sviluppo, a patto che i provvedimenti di politica economica siano accompagnati da riforme tali da consentire l’impiego virtuoso delle risorse disponibili.

Ma non si costruisce una prospettiva nuova difendendo l’esistente come se da lì potesse venire la risposta. Chiedere, come ha fatto Landini, la proroga del blocco dei licenziamenti fino a quando non finirà la crisi (quale?) è come firmare una cambiale “a babbo morto”; significa sprecare risorse per mummificare situazioni travolte dal ‘’divieto di lavorare’’ imposto per legge, anziché destinarle a creare nuove opportunità. Se non se ne è reso conto, i 945mila occupati che mancano all’appuntamento di febbraio non sono licenziamenti, ma mancate assunzioni. I 355 mila lavoratori autonomi depennati dalle statistiche sono in gran parte titolari di attività economiche chiuse.

La prima scelta da compiere per ridare lavoro si chiama riapertura e che sia la più sollecita e la più ampia possibile; consentire di lavorare a chi chiede di poterlo fare per tirare avanti con le sue forze. È possibile riaprire in sicurezza, come dimostrano le attività economiche che, dopo il primo lockdown, sono state graziate e hanno potuto lavorare grazie alla meritoria predisposizione dei Protocolli governo/parti sociali: un’esperienza positiva che si è ripetuta proprio in queste ultime ore con il piano delle vaccinazioni nelle aziende.


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