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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni

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I RITARDI sulla tabella di marcia del Pnrr sono incontestabili, la Corte dei Conti li ha “certificati” nell’ultima relazione semestrale sullo stato dell’arte del progetto di ripresa e resilienza, mentre il ministro Raffaele Fitto, “plenipotenziario” del governo sui fondi europei, ha avvertito che «è scientifico» che alcuni progetti non potranno essere realizzati entro il 2026. Ma una cosa è ammettere criticità e ritardi – per cui comunque si chiamano in causa i governi precedenti – un’altra è considerare che possano mettere a rischio l’incasso delle rate del Recovery o che possa arrivare a mettere in conto di rinunciare a una parte dei fondi a debito, possibilità quest’ultima ipotizzata dal capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari.

Giorgia Meloni è intervenuta in prima persona per sgomberare dal campo l’allarme sul primo fronte. Mentre fonti di Palazzo Chigi hanno smontato prontamente lo scenario ipotizzato dall’esponente leghista – il che non è comunque bastato a disinnescare il fuoco di fila di dichiarazioni delle opposizioni “allarmate” per lo scontro nella maggioranza -. L’Italia non ha intenzione di perdere nemmeno un euro, è la linea. Da Verona, Giorgia Meloni ha provato a mettere un punto: «Non sono preoccupata dai ritardi sul Pnrr. Stiamo lavorando molto su questo, anche per favorire soluzioni a problemi che oggi nascono, ma che non sono figli delle scelte di questo governo», ha affermato a margine della visita al Vinitaly.

La premier ha quindi disegnato il perimetro dell’interlocuzione con Bruxelles. La Commissione europea, ha spiegato, «su alcuni progetti che erano già inseriti nel Pnrr sta chiedendo maggiore documentazione e noi la stiamo fornendo. Mi pare però che complessivamente il clima di collaborazione sia ottimo». Ragioni per cui, ha affermato, non la convince «questa ricostruzione allarmista che leggo sul tema del Pnrr». «Certo è un grande lavoro da fare, certo come io ho detto forse prima di altri, su alcune cose bisogna verificare la fattibilità, però è oggetto di una interlocuzione con la Commissione sulla base di quello che noi riteniamo sia necessario per spendere queste risorse al meglio. Non prendo in considerazione l’ipotesi di perdere le risorse – ha rimarcato – Prendo in considerazione l’ipotesi di farle arrivare a terra in maniera efficace e tutto il lavoro che questo richiede è un lavoro che noi faremo».

Poco prima che Meloni prendesse la parola a Verona, il capogruppo della Lega Molinari aveva messo sul tavolo la possibilità di non utilizzare tutte le risorse – 191,5 miliardi, di cui 68,9 miliardi a fondo perduto e 122,6 miliardi di prestiti – che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia. «Forse sarebbe il caso di valutare di rinunciare a una parte dei fondi a debito». Perché, ha sostenuto, «ho parlato con molti sindaci di comuni piccoli e i problemi sono numerosi, ha senso indebitarsi con l’Ue per fare cose che non servono? Giusto quindi ridiscutere il piano con la Commissione europea, o si cambia la destinazione dei fondi o spenderli per spenderli a caso non ha senso». Molinari ha chiamato in causa i vincoli di spesa: «Occorre chiedersi se serva veramente impiegare così tanti fondi su certe partite», ha affermato.

A Palazzo Chigi hanno accusato il colpo ma la presa di posizione sull’ipotesi ventila dall’esponente leghista della maggioranza è arrivata a stretto giro ed è stata netta: «Non è sul tavolo: le risorse verranno solo rimodulate, ma al momento non c’è alcuna intenzione di rinunciare a parte dei fondi» messi a disposizione dell’Italia dall’Europa con il Next Generation Eu, hanno sottolineato fonti dell’esecutivo spiegando che al momento si sta lavorando sulla rimodulazione dei ondi di spesa per far sì che i progetti che non potranno essere realizzati entro il 2026 «verranno messi a terra con il RepowerEu, così da dilatare i tempi di qualche anno, oppu- re dirottati sul Fondo di sviluppo e coesione, che non ha scadenza», che è il piano già prospettato dal ministro Fitto. Le risorse così ‘liberate’, ovvero definanziate dal pacchetto Pnrr, «verranno riprogrammate su progetti fattibili», oggetto della interlocuzione in corso con l’Europa.

Ma, ad oggi, si è ribadito, «la volontà è di utilizzare tutto lo spazio di spesa» a disposizione, fino all’ultimo centesimo. Dalla Lega fino a sera nemmeno una parola. Mentre le opposizioni all’allarme per i ritardi e le risorse a rischio le opposizioni hanno quindi subito aggiunto quello per una maggioranza che per il Pd è «nel caos totale», mentre il capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte – che ha respinto l’addebito dei ritardi al suo esecutivo – si è dato preoccupato per «le spaccature nel governo». Carlo Calenda di Azione ha indicato il rischio di «un irreparabile disastro reputazionale» in caso di rinuncia ai fondi, oltre al «danno materiale». Conte e Calenda si sono dichiarati pronti a collaborare con il governo. La richiesta di tutti alla premier e/o al ministro Fitto è di presentarsi in Aula per «un’operazione verità».

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