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Giuseppe Conte

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La drammatizzazione è una componente di tutti i momenti di crisi politica e questo sulla riforma Cartabia lo è a pieno titolo. Alla fine sembra si sia trovato un compromesso accettato da tutti, ma c’è da chiedersi se valga per un breve intervallo o sia tale da consentire una ragionevole tranquillità per il governo almeno sino al giro di boa delle elezioni per il Quirinale. Temiamo che ad oggi la prima ipotesi abbia maggiore probabilità di descrivere ciò che ci attende.

È inutile fingere: si era dinnanzi ad una volontà di Conte e dei Cinque Stelle di mostrare a tutti i costi quanto fossero in grado di imporsi. Ci sono riusciti? In buona parte, ma al prezzo di lasciarsi dietro uno strascico di divisioni e rotture di cui al momento opportuno verrà fatto pagare loro il conto. Ciò significa che si procederà in un clima di crescente competizione e instabilità, perché il compromesso raggiunto non è tale da far fare bella figura al nostro paese.

Diciamocelo chiaramente: prevedere la possibilità che un appello per processi che hanno a che fare con fattispecie mafiose (e già questa è una denominazione vaga che si presta a manipolazioni interessate) duri fino a sei anni significa semplicemente che non si vuole che l’appello sia un “secondo grado” rispetto ai tribunali, ma che sia una occasione in cui le parti possono pretendere di rifare tutto, qualcosa che andrà più spesso a vantaggio di pubblici ministeri che non accettano sconfitte in primo grado che non di avvocati che vogliono nuove valutazioni sulle persone che difendono.

Poi la cosa si può rivendere con tutti i panni della demagogia giudiziaria: non si possono consentire procedimenti che facilitino l’impunità per responsabili di delitti che suscitano particolare allarme sociale. La criminalità organizzata è indubbiamente iscritta in quest’ambito (ma c’è da decidere se è tutta mafia o no), così è per il terrorismo (al momento poco presente, ma se ci facessimo rientrare le manifestazioni “sediziose” contro lo stato?), ma così è, su questo ha ragion la Lega, per lo stupro ed altri reati odiosi di violenza. Non ci sembra un’impostazione da grande civiltà giuridica.

Sul piano politico i Cinque Stelle hanno ottenuto solo di affrettare l’esigenza di ricorrere al giudizio delle urne. Non se ne rendono conto, ma è così, perché non si potrà andare avanti a lungo in un clima in cui si pretende che ciascuno possa piantare le sue bandierine e vivere felice e contento. Alla fine, senza dirlo, tutti i partiti si convinceranno di questa esigenza, perché non potranno reggere il lavoro di avvio del PNRR condividendolo con una componente così poco responsabile. Per dovere di status Draghi di fronte al paese non può permettersi di affrontare la rottura dell’equilibrio politico in questa contingenza mettendo in difficoltà il nostro rapporto con i finanziamenti del Recovery.

Quella stessa esigenza spingerà però a sciogliere prima o poi l’ambiguità di un sistema dove un partito in crisi di identità e di forza nel paese impone i suoi drammi grazie ad una presenza parlamentare ormai sproporzionata rispetto a quello stato di fatto. Ovviamente è lecito che i Cinque Stelle pensino che non sia così, ma andrà per forza verificato nelle urne.

Giustamente Draghi e la sua squadra pensano che l’essenziale sia riuscire nell’acquisizione dell’anticipo dei fondi del Recovery e nell’avvio del PNRR. Questo determinerà una svolta nella politica italiana e condizionerà anche il futuro confronto parlamentare sul successore di Mattarella. Dunque si può digerire che qualche riforma venga realizzata anche a qualche modo, tanto ci sarà modo di rimetterci mano non appena il quadro politico si sarà chiarito. Al momento, con agosto incombente, non c’erano i tempi tecnici per farlo e rimandare tutto a settembre significava tenere il paese inchiodato sulle bandierine pentastellate in materia di prescrizione, quando ci sono temi decisivi sul piano sociale ed economico che vanno affrontati: scuola, trasporti, riforme del fisco, della pubblica amministrazione e via elencando.

Secondo alcune interpretazioni, Conte e i Cinque Stelle sarebbero stati neutralizzati nella loro volontà di piantare altre bandierine in questi campi con la concessione di quella sulla prescrizione. È tutto da vedere, ma si può presumere che il raggiungimento dell’unanimità nel governo sulla nuova versione della riforma Cartabia sia stata raggiunta dando delle contropartite alle altre componenti della larga coalizione che sorregge il governo Draghi. Il problema è quanto ci si possa fidare di un partito mal messo come M5S e di un presidente suo eternamente in pectore che al momento ha mostrato più capacità di seguire i tumulti della pancia del suo partito che di indirizzarne un nuovo corso. Ma anche su questo si dovrà vedere cosa accade d’ora in avanti.

In ogni caso in questa fase i Cinque Stelle hanno consolidato il ruolo della Lega come altro polo della coalizione, perché in definitiva solo essa ha tenuto in piedi una dialettica politicamente articolata. Il PD non ha saputo scegliere e non è stato capace né di contrastare né di contenere i furori giustizialisti pentastellati. Non il miglior viatico per il suo futuro, a dispetto del fatto che nella tornata amministrativa d’autunno risulti al momento il partito con maggiori chance di affermazione. Perché non sfrutti questa opportunità per consolidarsi, considerando che M5S non può fare altro che seguirlo su quel terreno o rimanere più che marginale, per noi rimane un mistero.


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